Reduci da una gita domenicale

Pausa pranzo in solitaria oggi, cosa rara ma neanche così sgradita.
Vorrà dire che riprenderò a lavorare prima, forse. Niente chiacchiere, niente scambio di pietanze, niente caffè insieme prima della solita sigaretta...
Solo un panino. Sarà che a quest'ora l'appetito arriva al limite ma è pure buono! Pomodoro, olio, formaggio e un po' di sale. Una prelibatezza!
E visto che è finito in fretta e che mi rimarrebbe del tempo per parlare un po' ma non c'è nessuno che faccia almeno finta di ascoltare, posso scrivere. E di che cosa?
Se ci fossero i colleghi gli avrei fatto sorbire il resoconto di una delle mie terribili domeniche, quindi perché no? Ne scriverò un po' e magari più avanti sarò io stessa a sorbirmi il racconto, visto che sono proprio in pochi ad aver inciampato su queste pagine. Per quanto ne capisco io di contatori di lettura e +1, forse di lettori non ce ne sono proprio, magari quell'affare conteggia tutte le volte che io stessa entro a scrivere o correggere... E che importa, sarò la lettrice di me stessa!
Del resto non voglio che a leggere queste pagine siano i protagonisti delle mie storie, per cui il pubblico interessato si riduce di tanto...
Ma torniamo alla mia "domenica terribile".
E' stata terribile perché per me tutte le domeniche lo sono, io odio la domenica! Non il lunedì, come diceva Vasco, ma proprio la domenica.
Sarà che ho la fortuna di non lavorare neanche il sabato, sarà che è proprio vero che spesso il piacere dell'attesa è quello più intenso, ma io comincio ad essere di buonumore il venerdì sera, quando vedo davanti a me il miraggio di due giorni di riposo, due giorni che mi separano dal rientro al lavoro, due giorni in cui, anche se alla fine è sempre tutto uguale, potenzialmente potrebbe succedere di tutto, magari anche che io mi diverta oppure soltanto (e magari fosse così) che mi riposi un po'.
Ogni venerdì quella sensazione si impadronisce di me, mi fa sentire euforica, ottimista, leggera.
Non è che mi dimentichi di chi sono ora, di qual è la mia vita ora, del fatto che ho una famiglia e che i programmi andranno condivisi in tre, però quella sensazione leggera e dal sapore dolce mi avvolge, mi coccola; e io mi lascio prendere, anche se so che quell'aspettativa è ingenua e quella specie di gioia è qualcosa di volatile, che comincia a sparire già dal sabato pomeriggio, dopo che ho fatto i conti con la realtà delle cose.
Già, perché alla fine quasi mai c'è il riposo e quasi mai c'è il non riposo che vorrei, quello fatto di spensieratezza, di risate, di qualche bicchiere di vino di troppo.
Quasi sempre il sabato finisce per diventare il semplice preambolo alla domenica!
Magari ci dobbiamo arrendere alla spesa settimanale, al carrello strapieno che, come al solito, ha le ruote che non girano bene e ti spacca la schiena, a qualche parco giochi in cui a Luca basta un momento di distrazione per sparire e farci disperare per i fatidici 15 minuti in cui ci diamo alla ricerca mentre i pensieri più terribili ci attraversano la mente, a qualche visita da parenti o amici che, di solito, hanno altri figli che, aggiunti al nostro, completano l'opera di distruzione del mio già precario equilibrio mentale!
E una volta infranti i sogni sul nostro potenzialmente splendido sabato, ecco che rimane solo la certezza di una domenica senza speranza, che ormai non si perde neanche tempo a farsi illusioni.
Questa domenica non ha fatto eccezione.
Forse in alcuni momenti è stata quasi piacevole, ma come al solito è stata schiacciata dalla mia costante tensione verso la fuga.
Tanto per cambiare decidiamo di organizzare una gita, in questo periodo ci sono varie manifestazioni in giro per l'isola, di varia natura, anche se tutte possono essere così riassunte: bancarelle, esposizione di prodotti tipici, alimentari o artigianali, un po' di musica sarda, gruppi in costume, magari maschere tradizionali, tanto vino e tanto cibo, la solita calca davanti ai baretti.
Proviamo a coinvolgere qualche amico, magari i fratelli coi nipotini, niente da fare. Non ci seguono, chi lavora, chi ha altro da fare, siamo soli.
Scegliamo la destinazione, un paesino nel centro, piccolo quanto basta, caratteristico quanto basta, accogliente e colorato.
Il luogo non delude, dopo un viaggio in auto in cui, per circa un'ora e cinquanta, abbiamo dovuto ascoltare le stesse 2 canzoni per bambini, ripetute all'infinito e col divieto di cantarci sopra, che alla fine ne avevamo la nausea. Ma le cose erano due: o così o sentire le sue urla! E quindi, come al solito, ci si arrende.
E addio alle nostre belle gite con il sottofondo rock, punk e folk.
Anche il viaggio è suo: voglio acqua, ho fame, ho caldo, voglio una copertina, non voglio il sole, bla, bla, bla...
In ogni caso siamo arrivati a destinazione verso le 11.30, bella giornata di sole, non troppo calda. Tutto ok per il parcheggio, una sosta allo stand informativo e via in giro con una specie di mappa in mano.
Il paese è in montagna, salite degne di nota, come quelle a cui siamo già abituati, ma molto più stancanti se le devi affrontare con un esserino che dopo venti minuti sta già chiedendo perché non abbiamo il passeggino, che lui non ce la fa più, vuol essere preso in braccio, vuole tornare a casa!
E addio alla mia voglia di osservare con calma tutti gli stand, neanche uno spettacolo o esibizione seguito per intero, un pranzo fatto di patatine e panini mangiati di fretta, seduti su un gradino, un bicchiere di vino (bè, in realtà nel corso del pomeriggio me ne sono concessa qualcun altro ma, certo, non me li sono goduti come avrei voluto), birra per Marco, succo per Luca...anzi no, visto che si sono permessi di mettergli davanti un succo in bottiglietta e non in brick! E vai e spiegagli che è la stessa cosa! Se Luca non ha ciò che chiede allora non vuole nient'altro.
Non sto a descrivere i nostri sguardi seccati, le sfuriate, poi le urla (un po' soffocate per non dare nell'occhio), gli strattoni quando si piantava in mezzo alla strada, insomma, la voglia di mollare tutto e tornare a casa, promettendo punizioni esemplari. 
E invece la finiamo in un parco giochi, come lui chiedeva fin dall'inizio, che degli stand artigianali non gli importava nulla, a contemplarlo mentre scivolava o dondolava tutto felice sull'altalena chiedendo "mamma, sei felice che siamo qui? Lo vedi come sono bravo?".
E io che sussurravo a Marco "E dimmi ancora che non stavamo meglio prima!..." mentre lui mi rispondeva con il solito sguardo che sta a significare "Ma cosa ti aspettavi!? Ma cosa pretendi di fare con un bambino di 5 anni!?", perché lui, anche se a volte non ne può più ed è saturo quanto me, non si perde d'animo, si adatta, cerca di coinvolgere cucciolo e rendere il tutto più piacevole per tutti.
Io sono un disastro in questo. Io quando ne ho le scatole piene la faccio pesare a tutti!
Poi ancora una passeggiata, ma senza tappe che rendessero onore alle creazioni artistiche o meno dei tanti che le hanno esposte, comunque con un po' più di calma, forse data dal vino.
Ed ecco che incontriamo un amico, un vecchio amico, Paolo, anche lui con le sue due figlie, forse un solo po' più grandi di Luca. Una in braccio, l'altra al suo fianco.
E' solo con le bambine, stanco, ma sembra felice.
Mi chiede come sto e, comprendendo subito dalla mia espressione (e dai commenti di Marco!) che sono semplicemente scocciata del fatto che il bambino ci impedisce di fare ciò che vogliamo e quando lo vogliamo, mi ha ripreso con un "Ma ancora non hai capito che non tornerà più come prima? E' stato bello ma non si può tornare indietro...Magari quando crescono, ma sai come si dice - figli piccoli, problemi piccoli, figli grandi...".
Cavolo! E cosa potevo rispondere io!? Niente, solo uno sguardo deluso e un sospiro...e poi dico "Si, magari quando crescono...".
E proseguiamo, ognuno per la sua strada, mentre in un attimo mi rivedo nel nostro paese, in gruppo, nella cantina di Paolo mentre i suoi genitori già dormivano, fra botti e tini in fermentazione, a rubare vino e (per chi lo mangiava) un po' di prosciutto. A ridere, a sfuggire alla noia, che non era mai abbastanza veloce per prenderci.
E allora pensavamo che sarebbe durato per chissà quanto tempo ancora, che niente ci avrebbe cambiato.
Ma al momento solo io rimango di parola: NIENTE MI CAMBIA!!!

Dammi un pò di tregua...

Non è possibile, con te è sempre la stessa storia! La butti lì come niente fosse, una di quelle tue solite richieste balorde, e poi pretendi...