Una domenica qualunque

Una domenica come tante, con marito e figlio, a casa dei miei, a sorseggiare un caffè solo per il gusto di un rituale che ormai, da soli, noi non rinnoviamo più. Un caffè più amaro del solito, quanto basta per farmi assaporare pienamente la sigaretta che fumo avidamente sul balcone, guardando all'orizzonte, oltre le case e le colline, oltre le poche nuvole, nell'aria tiepida della nostra primavera.
Sono sola fuori, lui si è trattenuto davanti alla TV a seguire un'ormai noiosissima gara di Formula 1.
Sola, forse anche un po' seccata per questo, ma in fondo serena.
Mi piace guardare lontano, pensare in modo confuso, mescolando ricordi e sogni, illusione e realtà, quasi sentendo l'eco di voci del passato, di quello lontano e di quello più recente, voci amate, che riempivano le mie giornate e che ora non ci sono più...sono volate via, come vola via tutto prima o poi...
Poi quella pace rotta da una voce reale, anch'essa amata, che mi chiama: è mamma, dice che il mio telefono sta squillando; strano, ho sempre la suoneria così bassa che di solito neanch'io la sento, eppure stavolta lei l'ha sentita, mi ha avvertita. E stranamente stavolta non le ho risposto di lasciar perdere, di lasciare che squilli, che non ho voglia di rispondere, chiunque sia a cercarmi.
Non l'ho detto, non sono rimasta lì, ferma, a fumare e a godermi il momento. Ho schiacciato quel che restava della mia Marlboro nel posacenere e sono tornata svelta dentro casa, a cercare la borsa e quel telefono che ancora suonava.
Di solito si arrendono prima, invece continuava a squillare, e di solito io mi arrabbio pure, non amo il telefono, non amo chi insiste, non amo chi interrompe i miei momenti di vita vera per chiacchierare da lontano di cose che in quel momento non mi appartengono o che mi annoiano.
Ma le mie mani frugavano in quella borsa che, come sempre, sembrava un pozzo senza fondo quando hai fretta di trovare qualcosa...e giusto in tempo ho afferrato quell'aggeggio che vibrava illuminato.
Ho guardato un po' distrattamente il display e un attimo dopo mi stavo chiedendo che cosa volesse da me Gianfranco. Non ci sentiamo mai, non mi chiama mai, è solo una conoscenza, un amico di cari amici col quale chiacchiero volentieri se ci si incontra di fronte a un bicchiere...è uno che mi riporta alla mente cose andate, che mi fa piacere rivedere anche per questo, perché ho le sensazione che anche lui sia consapevole che sorridersi faccia tornare a galla frammenti e risate di giorni lontani, di persone lontane.
Ho risposto, non ho potuto farne a meno, la curiosità ha preso il sopravvento, o forse l'istinto, non lo so. So solo che sono uscita fuori per parlare al riparo da altre orecchie, anche se ero ancora convinta che potesse trattarsi di un semplice errore, magari una chiamata partita così, come succede spesso a me...
Ma la sua voce era pacata mentre mi salutava, e prima ancora che rispondessi al suo "come stai?" stava già sussurrando che non voleva mettermi in imbarazzo o disturbarmi, che non avrebbe voluto chiamarmi ma che lui aveva insistito perché lo facesse, che non aveva potuto dirgli di no...E io volevo parlargli, vederlo? Si, proprio lui, Carlo.
E' tornato, all'improvviso, starà qui pochi giorni, vuole vedermi, dice che ha bisogno di vedermi e non se l'è sentita di chiamarmi ma, sempre per bocca di G., chiede che, per favore, io non gli dica di no, non stavolta.
Mi tremano le gambe, le mani, forse mi trema tutto mentre il mio battito accelerato mi impedisce di pensare, mi rimbomba nelle orecchie come un tamburo mentre sento il mio viso farsi più caldo e gli occhi sempre più incerti... Sto per piangere? Non lo so, non so nulla in quel momento, mille sensazioni mi invadono e mi rendono difficile scandire le parole quando finalmente riprendo, forse, il controllo di me, giusto in tempo per chiedere "Dove siete?".
Neanche per un attimo ho pensato si trattasse di uno scherzo, neanche per un attimo ho dubitato, neanche per un attimo ho pensato di dire no. Non avrei mai potuto dire no, e un po' mi lusingava che lui avesse potuto temere una risposta simile. Gli ho detto di no tante volte, è vero, e neanche una volta era quello che avrei voluto dire realmente! Le parole mi uscivano di bocca per istinto e poi le ingoiavo dolorosamente quando era troppo tardi per ritrattare, quando era troppo tardi per il mio orgoglio, che è sempre stato quello a fregarmi, a farmi buttar via momenti che non saprò mai come sarebbero stati, perché li ho sciupati e quel che invece ho vissuto di noi non mi è mai bastato!
Comunque sono a casa di G., posso arrivarci velocemente, devo arrivarci velocemente, ho come la sensazione che si tratti di un sogno e che possa svanire all'improvviso, con un brusco risveglio dal sapore amarognolo.
"Era Cinzia, ha bisogno di parlarmi un attimo" dico, e nessuno fa domande, sanno che lei ha sempre qualche emergenza in corso,  di quelle che fanno tirar tardi e che richiedono grande pazienza e capacità di ascoltare, di quelle che, lo so, per loro sono solo questioni noiose delle quali fanno volentieri a meno, soprattutto Marco. Preferisce stare lì e magari gestirsi il bambino per qualche ora da solo che non stare a sentire le paranoie di Cinzia. Lo so, vado sul sicuro. Ho qualche ora di autonomia. Solo mamma abbozza una domanda, curiosa, ma non ho tempo, devo andare subito, poi, le dico, magari le racconterò...
Scappo senza neanche dare il solito bacio ai miei uomini, in effetti non mi fermo neanche per abbracciare Luca, perché ho troppa paura che l'emozione che mi viaggia dentro alla velocità della luce possa farmi cadere in fallo, farmi tremare la voce o ancora le gambe, devo andare e basta, e allora scappo. Se non corro è solo per non dare nell'occhio, perché, anche se quasi non mi sento gli arti inferiori, so che potrei e vorrei correre veloce, eliminare la distanza, poca, che c'è tra di noi.
Non devo neanche guidare, bastano cinque minuti e se non muoio prima sarò lì, a guardarlo negli occhi, se ci riesco, dopo vent'anni!
Sono passati davvero vent'anni e pochi mesi da quando ci siamo visti l'ultima volta, prima che se ne andasse all'altro capo del mondo, con mille progetti per la testa, mentre io un po' fingevo e un po' ero davvero felice per lui. Lo ero, si, ero solo maledettamente triste per me, per tutto quello che stavo perdendo e per tutto quello che non avevo detto, fatto, osato.
Lui andava lontano, io morivo, ma da buoni amici ci siamo salutati con un abbraccio quell'ultima sera, da buoni amici tra amici, mentre io avrei voluto restare un po' da sola con lui. A dire cosa non so, ma so come sarebbe andata a finire...
E da allora poche lettere, le mie, perché tanto lui non rispondeva, non amava scrivere, ma amava ricevere quelle pagine fitte di racconti, aggiornamenti, battute, frasi affettuose e assolutamente spoglie di ciò che avrei voluto scrivergli davvero, che mai avrei rischiato di mettere pure per iscritto. Certe cose non gliele avevo mai dette, farlo per lettera mentre si ricostruiva una vita lontano da me non appariva troppo sensato, in effetti non lo era.
Lo avevo amato così tanto, di un amore cieco e sordo, di un amore che non ragionava e che mi annientava. Lo avevo amato così tanto da non poter smettere di soffrire mentre sentivo le farfalle nella pancia ogni volta che lo incontravo o che solo intravedevo il suo viso tra la folla. Ero solo una bambina all'inizio, timida, orgogliosa, convinta di avere tutta la vita davanti, una vita in cui lui avrebbe avuto un posto speciale. Mai mi aveva sfiorato l'idea che avrebbe potuto decidere di partire, non così lontano, non con così tanto coraggio...o incoscienza.
Siamo stati insieme tante volte, per periodi brevi o per incontri occasionali, ad intervalli di tempo più o meno lunghi, troppo lunghi per me. Ci abbiamo provato, ma eravamo dei ragazzini e il mio bisogno di averlo tutto per me cozzava con il suo bisogno di essere libero e cogliere al volo tutte le occasioni che quel viso bellissimo, quel corpo scolpito eppure morbido, quella capacità di essere insieme ironico, profondo e distante, gli procuravano quotidianamente.
Era giovane, era curioso, e soprattutto non era innamorato di me. Credo di nessuna in realtà.
Non è stato il mio primo bacio, ma quella sera, mentre si faceva buio e riuscivamo ad ignorare altre presenze non proprio distanti, a 14 anni, tremante, seduta sulle sue ginocchia e fra le sue braccia, sul muretto dei giardinetti pubblici, quella sera ho capito per la prima volta che differenza c'è tra il baciare il primo ragazzo carino che le amiche ti consigliano di non lasciar sfuggire e baciare invece la persona per la quale da mesi ti si stringe lo stomaco e un desiderio dolce e potente ti consuma dentro, estraniandoti da tutto, perché null'altro è abbastanza intenso, perché tutto il resto si riduce a un puntino... Un bacio caldo, bagnato, le sue labbra morbide e piene, le mie mani sul suo viso perché avevo desiderato così tanto di sentire la sua pelle e non riuscivo a smettere di accarezzarlo, non avrei voluto smetter mai, mentre mi lasciavo guidare da lui, in un turbinio di emozioni e paure. Un bacio, un altro, lunghissimo, un altro ancora...
Per lui non era nulla, credo, ma per me era brivido e felicità pura! Anche se non la sapevo vivere...
E' bastata una settimana perché il mio orgoglio ferito mandasse tutto all'aria, fino a farlo allontanare forse un po' incredulo, mentre anch'io mi chiedevo che diavolo avessi combinato! L'unica magra consolazione era pensare che ero solo una ragazzina, una folle ragazzina innamorata che non sapeva come muoversi, come parlare, come prendere ciò che voleva. E da allora, negli anni, mentre i miei sentimenti crescevano insieme alla nostra amicizia, è stato un susseguirsi di lunghi periodi di distacco, miserevoli tentativi di dimenticarlo rifugiandomi a volte in qualche infatuazione passeggera e mai abbastanza intensa da mettere in ombra lui. Tutti i miei tentativi di vivere altre storie potenzialmente interessanti, finivano nel giro di poche settimane, con me che scappavo a gambe levate, dovendo ammettere, a volte non solo a me stessa, che ero ancora innamorata di lui, che non c'era spazio per nessun altro! Ho creduto potesse succedere qualche volta, ma la verità è che lui era parte di me, c'era anche quando mi sembrava di no, c'era anche mentre piangevo per un altro, perché l'unica certezza marmorea e immutabile nel mio cuore come nella mente, era che lo avrei amato per sempre. Neanche provavo più a raccontarmi il contrario.
Eravamo amici, io non ero quella per cui lui avrebbe lottato, non allora.
Credo sapesse che lo amavo, anche se non l'ho mai detto, ma c'erano momenti in cui comunque ne dubitava, in cui si sentiva rifiutato, in cui si convinceva che davvero per me lui fosse solo un amico, un caro amico. "Tu mi vuoi bene come a un fratellino" mi ha detto una volta mentre lasciava trapelare tutta la gelosia che provava per la persona con cui mi vedevo allora. E questa sua gelosia mi lusingava, senza comunque portarmi a fare niente di diverso, tiravo dritto, come se non ci fosse stata scelta e come se, soprattutto, ci fosse stato tutto un futuro, un immenso futuro per rielaborare il nostro rapporto, un giorno, se così doveva essere.
Bè, così non è stato.
Certo, a 16 anni e mezzo la mia prima volta non avrebbe potuto essere se non con lui, di cinque anni più grande. In quell'auto di seconda o terza mano, in uno spiazzo qualunque, col sole ancora alto, così che neanche il buio mi proteggeva dalle mie paure. Ma non ne avevo bisogno, per quanto tremante mi affidavo a lui. Lui che gestiva, guidava, un po' tenero e un po' distante. Io ero come in trance, io ero solo felice di vivere questa cosa con lui, ero felice di sentire il suo corpo liscio sulla mia pelle, io c'ero ma in un modo così trasognato che forse non ero quasi personaggio attivo in quella vicenda...eppure so che è stato bello, che è stato come doveva essere, che sono felice sia stato con lui.
Felice, così tanto da non aver neppure compreso che quella volta era il suo orgoglio ad andarsene ferito, mentre provava a chiedermi con chi altro fossi stata prima. Davvero la domanda è stata formulata in modo così contorto e brutale che neppure ho capito lì per lì, che non ho risposto se non con una richiesta di spiegazioni su cui ha glissato velocemente... La mia prima volta e lo sapevo solo io. Perché a quell'età, se non chiedi delicatezza, se non soffri in modo evidente, magari se non perdi sangue, allora significa solo che non sei vergine! Non so come sia per i ragazzi di oggi, ma quella volta è così che è andata. E nei giorni e mesi seguenti non ho avuto né modo né, forse, voglia di spiegare come stavano le cose. Pensavo di farlo più avanti...e invece non l'ho fatto più...
Dopo quella volta, a distanza di tempo, ancora con lui, solo con lui. Non stavamo insieme, però per me era l'unico, e ogni volta era speciale. Ma sono certa che quel malinteso insignificante della prima volta abbia segnato il corso delle cose, abbia fatto venir meno l'immagine della Laura tenera e innamorata, inesperta e ingenua che forse pensava di conoscere. Eppure io ero proprio così, io ero quella Laura lì. Ma non so perché non sono più tornata indietro, non gli ho mai detto la verità, forse mi piaceva che pensasse di non essere il solo, non lo so, so solo che con l'esperienza ho imparato bene che l'orgoglio non serve proprio a nulla!
E sempre siamo rimasti amici, mai dubitato di questo. Era un po' come stare sulle montagne russe, solo che tra noi prevalevano i tratti in pianura, lunghissimi, prima che si prendesse nuovamente la rincorsa per la discesa senza respiro. E poi questo è come la vivevo io, come la immagino io, chissà per lui com'era, forse era solo quel che capitava, come capitava, se capitava.
Sapevo che mi voleva bene e sapevo che era sempre geloso di me, come se in qualche misura rimanessi "sua", ma sapevo anche che non se ne sentiva sicuro e che questo mi piaceva. Si, mi piaceva la sua insicurezza, quella poca che restava, mentre la mia era un gigante spaventoso!
E gli anni sono passati, io con le mie storie destinate al fallimento, lui con le sue tantissime storie non storie, non so neppure se si sia innamorato qualche volta. Io non l'ho mai visto innamorato di una ragazza, né me ne ha mai parlato. Ma di sicuro in tanti anni non ha trascorso troppe notti da solo, non era da lui. Forse non lo è ancora.
E mentre camminavo svelta, in discesa, cercando di regolarizzare il respiro ancora affannoso, ripensavo velocemente a tutte queste cose, solo dei flash nella mia mente, tanti punti interrogativi, tanti ricordi ormai troppo consumati dal tempo e dalle rivisitazioni, forse sottoposti a qualche sorta di correttore di bozze per renderli comprensibili e consentirmi di sopravvivere.
Il cuore minacciava di saltar fuori dal petto quando sono arrivata davanti a quella porta chiusa. Immobile ma instabile, che cercavo di riprendere fiato e le sembianze di una donna sicura. Ma probabilmente avevo più le sembianze di un fantasma senza colore e con lo sguardo perso. Esitavo con dito che sfiorava quel pulsante del campanello...e ancora mi chiedevo "Cosa ci faccio qui?!", consapevole che se avessi varcato la soglia non mi sarei mai tirata indietro, di qualunque cosa si trattasse.
E poi via! Ho pigiato e il classico DRIIIIINNN ha risuonato oltre quella porta che ancora mi separava dal baratro dei miei desideri e delle mie paure.
Passi veloci e qualche mormorio poi la porta si apre. Ma è Gianfranco, mi accoglie sorridente, mi bacia e mi trattiene lì per un attimo, tenendomi per mano, studiando la mia espressione, cercando di cogliere il mio stato d'animo. Chissà cosa pensa lui, mi dicevo. Ma io lo sapevo cosa pensava, era tutto soddisfatto di sé, consapevole che per me quello era una specie di regalo, consapevole che l'avevo desiderato per tanti anni. O forse no. Del resto non ne avevamo mai parlato, non siamo mica così amici da condividere certe cose...forse mi scrutava proprio per capire se andava tutto bene o se l'aveva combinata grossa a trascinarmi lì in quel modo, a rendersi complice di qualunque cosa stesse succedendo.
"E' stata una sorpresa anche per me" dice, e poi aggiunge "ma è come se non se non se ne fosse mai andato, è sempre lo stesso". Chissà cosa intendeva, pensavo, chissà se davvero era lo stesso, nessuno lo è dopo tanto tempo!
E chissà se era ancora bello come una giornata di sole, chissà se mi avrebbe deluso. Non è tipo da social network, niente Facebook, niente Instagram, e del resto lo sono poco anch'io. Solo whatsapp per tenere i contatti in modo economico.
Ho visto qualche sua foto in questi anni, qualcosa che ha inviato ad altri amici, solo una inviata a me circa tre anni prima. In questa era solo, sorrideva, occhi semichiusi, non era forse la sua foto migliore ma ho pensato comunque che non avesse perso granché, sempre il mio bellissimo Carlo...anche se era un primo piano e non ero certa che sotto non ci fosse ormai un corpo appesantito e un abbigliamento inappropriato. Già, perché lui non ha mai avuto particolare gusto nel vestire, compensava con la personalità, la giovinezza, la freschezza e la consapevolezza di essere bello così com'era, infallibilmente bello!
Mi sono sempre chiesta se invecchiando sarebbe cambiato e se, cambiando, mi sarebbe piaciuto ancora. Quella foto non mi faceva cambiare idea, le altre le avevo viste più avanti e solo di sfuggita, anzi, le avevo degnate di uno sguardo fugace per non lasciarmi sopraffare dall'irresistibile mania del sottopormi a un feroce e poco obiettivo confronto con la sua donna del momento. Ho una buona opinione di me stessa, non mi svaluto, posso dire di non essere una falsa modesta e che, nel complesso, mi piaccio. Non sono un'insicura nei rapporti con l'altro sesso. Ma con lui sono sempre entrata in crisi, con lui diventavo miope, tanto che qualche insignificante ragazza, soprattutto se più grande di me, accanto a lui diventava affascinante (nel caso in cui fosse bruttina) e bella (nel caso fosse carina) senza che effettivamente ci fosse motivo di pensarla così.
Ho avuto la fortuna di non vederlo mai con una ragazza davvero bella, affascinante e piena di personalità, non perché non ne abbia avuto di questo tipo, semplicemente io non l'ho incontrato con nessuna di queste e allora potevo e posso ignorare la cosa.
Ma quelle ultime foto parlavano chiaro. Mostravano un Carlo apparentemente felice, che abbracciava una ragazza bionda  e che guardava sorridente un bimbo che allora poteva avere intorno ai due anni. Non so dire se il bambino gli somigliasse, era moro e pienotto, ma non si potevano distinguere lineamenti o colore degli occhi. Lei invece l'ho vista bene, magari sarà particolarmente fotogenica, resta il fatto che era bella, giovane, con un sorriso da pubblicità. E nemmeno pensavo gli piacessero troppo le bionde, che poi, in Brasile, non mi aspettavo certo che andasse a beccare proprio una bionda stile miss Olanda! Ho sempre cercato di ignorare i commenti entusiastici di tutti quelli che hanno visto quelle foto e ancor più quelli di chi l'ha conosciuta. Ok, erano felici, forse sono felici. Lo ero anch'io, lo sono anch'io. Basta così.
E a questo punto mi ritrovo nell'ingresso di casa di Gianfranco, un andito in penombra, e spero che anche in salotto ci sia la stessa poca luce, perché ho paura di lasciar trasparire troppo, di avere l'espressione di una ragazzina che sta per incontrare il suo idolo e trema e arrossisce e magari si illude anche un po' che lui sia lì per lei e solo per lei! Per fortuna so di non arrossire in realtà, non mi accade mai, ma di certo ho gli occhi lucidi e tremo, sto in piedi a stento.
Nello stordimento più totale riesco solo a captare che in casa siamo solo noi tre, che la famiglia di Gianfranco è fuori e che Carlo, invece, è tornato in Italia da solo, è arrivato due giorni prima e si tratterrà per altre due settimane.
Non so se devo gioire o tremare all'idea, è solo, e due settimane sono tanto tempo...o troppo poco, perché lui trova sempre il modo di dedicarne solo qualche briciola a me. Parlo con me come se fossimo ancora quelli di una volta, cavolo, non lo vedo da vent'anni e già sono pronta a recriminare sul poco tempo che mi riserverà!
Comunque non dico una parola, faccio qualche passo incerto e svolto a sinistra, nella porta del salotto. La luce c'è eccome, troppa, comunque abbastanza per farmi scoprire che anche con un po' di capelli brizzolati sulle tempie è sempre bellissimo, che il suo sorriso pieno è sempre lo stesso, che sorride ancora anche con gli occhi neri e profondi.
E' lui, sempre lui, lo amo ancora, lo so. In un attimo mi rendo conto che ciò che ho sempre ritenuto un po' terreno di furbetti e doppiogiochisti in cerca di assoluzione è invece una innegabile realtà. Si possono amare due persone contemporaneamente, non so di più, ma due di sicuro. Perché se persino in quel momento sono certa di amare con tutta me stessa Marco, il mio uomo perfetto, sono altrettanto sicura che quel che provo per Carlo non può essere altro se non amore.
Naturalmente non so invece dire che sentimenti si celino dietro il suo sguardo un po' emozionato ma anche, senza dubbio, divertito. Sa di avermi sorpreso, sa che sono spaesata e confusa, che se mi trovo lì, se sono arrivata con così poco preavviso, significa solo che ho non ho saputo o potuto farne a meno, che sono ancora sua.
Mi viene incontro, io non so se sto ancora camminando, lo stomaco è in subbuglio, in un attimo mi ritrovo tra le sue braccia e gli tengo le mie intorno al collo mentre i nostri occhi scrutano in profondità, interrogandosi, e i nostri nasi e le fronti si sfiorano. Un bacio sulla guancia o no? Neanche il tempo di pensarci su e già le nostre labbra si cercano, è un attimo e tutto sparisce lì intorno, la luce, Gianfranco, le pretese di fedeltà, le nostre vite. Un bacio caldo e infinito, baci avidi. E spariscono quei vent'anni che ci hanno separato.
Passano almeno 10 minuti prima che riusciamo a dire una parola..."Ciao" sussurra lui, e sono tra le sue braccia, seduta su una delle sue cosce forti, perché no, non si è appesantito, non sta neppure male con i soliti jeans sdruciti e una maglia di un violetto improbabile.
"Ciao" rispondo in un sospiro, senza mai distogliere gli occhi dai suoi. Gli accarezzo il viso, le mani, lo abbraccio forte mentre mi giro su di lui, per tenerlo tutto contro il mio corpo, ne ho bisogno.
So già che Gianfranco si è defilato, non so se è uscito di casa ma di certo sa che deve lasciarci soli. Mi fido di lui, ci coprirà, perché vuole bene a Carlo, perché gli piacciono gli intrighi, perché lui è così e basta.
Lui mi tira su, in piedi, mi stringe forte e mi tira un po' i capelli mentre continua a baciarmi sul collo e sul viso e ancora sulla bocca. Sento una parete alle spalle, e mentre mi solleva perché possa avvolgerlo con le mie gambe dice "Mi sei mancata...". "Anche tu..." dico io, eppure so che ha detto l'ennesima balla, che non mi ha pensato se non poco prima di organizzare questo viaggio da solo, perché se c'era un'occasione tanto vale sfruttarla! Io lo conosco, io so che mentre dice che gli sono mancata ci crede, ma so anche che non è vero. Come lui non è mancato a me.
L'ho pensato spesso, è vero, anche con rimpianto per quel che tra noi non è stato, per un certo tempo mi sono crogiolata nel suo ricordo, ma poi sono andata oltre, ho amato e vissuto fino in fondo un uomo che non era lui, sono stata felice e continuo ad esserlo (crisi di maternità a parte!).
Però in quel momento erano queste le cose che dovevamo dirci. E in quel momento sapevo che avrei potuto fare pazzie se solo me l'avesse chiesto, per poi tornare indietro a elemosinare il perdono di Marco però, perché ora so bene che la fuga non sarebbe durata, neanche se lui l'avesse voluto davvero. Bè, ora so anche che lui non voleva nessuna fuga, che non era lì per chiedermi di mollare tutto e tornare con lui, che non aveva alcuna intenzione di cambiare la sua vita.
Per un po', però, potevo credere che sarebbe durata, che lui lo desiderasse quanto me, mentre con la sua solita sicurezza mi guidava e accompagnava in un sesso fluido, disinibito, in cui io potevo finalmente lasciare gestire a un altro, ascoltando solo il piacere che inevitabilmente saliva lento ma impetuoso.
Lacrime. Non so perché si finisca per piangere quando si gode così, ma è bello leccarsi le lacrime l'un l'altro, baciarsi ancora e fingere che sia irripetibile e che sia per sempre.  In un attimo mi rendo conto che è stato molto meglio di come ricordavo il sesso con lui, che sono cresciuta e che ora so vivere sensazioni e situazioni alle quali da ragazzina non potevo o non sapevo abbandonarmi fino in fondo.
Io adesso desidero davvero abbandonarmi, l'ho fatto con lui, per la prima volta. Ho perso il controllo, una bestialità per me, ma un'esperienza indimenticabile con lui!
Neanche per un attimo ho pensato di tirarmi indietro, neanche per un attimo ho pensato di stare facendo un torto a qualcuno, sapevo che tutto quel che succedeva era assolutamente necessario e inevitabile. E in fondo sapevo anche che probabilmente non sarebbe successo mai più. Lo sapevo, ma continuavo a sperare che magari sarebbe stato l'inizio di un qualcosa, che magari quel legame speciale potesse rinnovarsi ogni volta, al suo ritorno.
Sentivo che anche lui l'avrebbe voluto, che non voleva lasciarmi andare, e infatti mi teneva stretta a sé, mi parlava come solo lui sa fare per portarmi dove desidera, mi scopava ancora e ancora...
E quando, mentre ci rivestivamo, perché io comunque dovevo andar via, non sapevo neanche quanto tempo fosse già passato, che sembrava una cosa così fuori luogo controllare l'orologio, ecco che la doccia fredda è arrivata, inevitabile anch'essa, come sempre.
Non sarebbe tornato più; sua madre, unico vero legame con questo paese, essendo figlio unico e avendo perso il padre da ragazzino, sarebbe andata a vivere con lui in quel posto straniero e lontano. Un posto straniero solo per me però, perché la sua Ana ha una famiglia lì e quindi anche lui. Quel bambino che ora ha 4 anni è tutta la sua vita, il suo lavoro gli piace e qui non ne avrebbe mai trovato uno simile...insomma, che cosa c'era qui per lui?
E mentre lo chiedeva, ma era una domanda retorica, senza rendersi conto dell'indelicatezza, io mi sentivo morire. Era un addio, ormai anche un addio frettoloso, perché non ci saremmo incontrati nei giorni seguenti, non avrei potuto. Soffrivo terribilmente. Non ero pentita di nulla, non avevo rimpianti, soltanto ero triste, tremendamente triste.
Lo perdevo ancora una volta. Ancora una volta era lui a decidere per entrambi, a darmene comunicazione costringendomi ad accettare una realtà immutabile. Non c'erano margini di ripensamento, non c'era altro da dire. Gli sarei mancata, diceva. Forse gli credevo.
L'ho baciato per l'ultima volta, e avrei voluto mangiarlo, inglobarlo, per tenerlo sempre con me.
Ho guardato quegli occhi splendidi per l'ultima volta, l'ho ringraziato per quelle ore bellissime, per avermi pensato e voluto, gli ho promesso amicizia e le solite lettere.
Non gli ho detto che lo amavo, non gli ho detto che era stato il primo, ancora una volta un residuo di orgoglio ferito mi ha spinto a tacere. Perché regalargli anche quell'ultima soddisfazione? Era abbastanza così, potevamo tornare alla nostra vita.
Io, di sicuro, tornavo alla mia, un po' confusa e col bisogno di riflettere un po' ma sicura, proprio sicura, che non avrei mai potuto rinunciare a Marco e a mio figlio. Mai.
E del resto nessuno mi ha chiesto di farlo...


Dammi un pò di tregua...

Non è possibile, con te è sempre la stessa storia! La butti lì come niente fosse, una di quelle tue solite richieste balorde, e poi pretendi...