Voglio un'amica più distratta!

Cavolo! Mi chiama per invitarmi a fare una passeggiata, è tanto che non stiamo un po' da sole...è tanto che non le dedico un po' del mio tempo, che sono sfuggente anche al telefono. Non ho voglia di parlare, non vorrei parlare, non vorrei recitare.
Ma Cinzia non è una che accetta un NO senza lavorarti ai fianchi, incessantemente, e lo fa finché non ottiene ciò che vuole.
Inutile accampare scuse come gli impegni con il bambino o con Marco o con entrambi. Sa che lui mi sprona ad uscire e fare qualcosa per conto mio, per lasciarmi respirare, per non leggermi negli occhi la stanchezza del fare la mamma di un mostriciattolo così impegnativo. Lui vuole che io stia bene, vuole potermi convincere che non è poi così male la nostra vita da genitori, che c'è spazio per tutto e che non dovrei rimpiangere la mia (e la sua!) libertà.
E magari così potremmo anche risparmiarci un po' di quei soldi che volano via in psicoterapia (e il paziente sono sempre io!) e palliativi della felicità come gli acquisti compulsivi. Non abbiamo tanti soldi, ma io sono così brava a fare shopping economico, che riesco a tornare a casa soddisfatta e temporaneamente in pace con il mondo ogni volta che svaligio un outlet o un grande magazzino!
Ma torniamo a Cinzia, quella che, se dovessi averne una, sarebbe la mia amica del cuore. Ma io non ho l'amica del cuore, ho tanti amici e poche amiche, e lei è una di quelle speciali, forse quella che sento più vicina, di sicuro quella che mi sta più vicina.
Ci conosciamo fin da bambine, cresciute nello stesso paese, strappate via dallo stesso paese per poter studiare, per fortuna catapultate nella stessa piccola città, che però qui da noi è la più grande! Non giocavamo neppure tanto insieme da piccole, ci si divideva per vicinati e i nostri, per quanto separati da due sole strade parallele, segnavano la distanza tra loro con una sorta di orgoglio d'appartenenza. Che ingenuità. La stessa che in seguito ci ha fatto sentire complici  per il nostro essere "del paese" e accomunate dallo stesso disagio per una sorta di inadeguatezza all'ambiente cittadino, sensazione che ora ci fa solo sorridere.
La città ce la siamo mangiata, bevuta, l'abbiamo vissuta fino in fondo, abbiamo imparato ad amarla e gestirla. Non è il nostro "paese", non ha quel posto speciale nel cuore, ma è il luogo in cui entrambe abbiamo poi scelto di vivere, perché ce ne siamo innamorate.
E' stato in quei primi anni in città, anzi, per me nella periferia della città (i suoi si erano piazzati un po' meglio e più in centro),  che ci siamo avvicinate, frequentando la stessa scuola, anche se in sezioni diverse.
Quegli anni alla Ragioneria li ricorderei come un incubo totale se non fosse stato per lei che mi ha sostenuta, difesa, spinta a credere sempre più in me stessa e a farmi valere per quella che ero, senza cercare a tutti costi l'omologazione con lo standard locale.
Ci ho messo un po' a capire che funzionavo così com'ero, che ero più forte dell'ironia stupida di alcuni studenti, che ero più forte quando ero spontanea e che, dopotutto, venivo apprezzata per quel che ero.
In quel periodo sono nate piccole amicizie, importanti in quel momento, ma l'unica che ha resistito al tempo e ai cambiamenti è stata la NOSTRA amicizia, il dono prezioso che ancora ci appartiene. L'entrata e l'uscita da scuola, la ricreazione, gli scioperi, le vele, sono stati i nostri momenti più belli, quelli in cui abbiamo costruito un rapporto di empatia e scambio vitale, lo stesso che adesso mi inchioda, mi sputtana, ogni volta che cerco di nascondere qualcosa al suo fiuto infallibile.
E stavolta è stata proprio dura. Alla fine mi ha convinto ad uscire un po'.
Appuntamento alle 17.00 alla fermata del BUS in Via Sonnino per una passeggiata in centro.
Mi do una sistemata (diciamo quanto basta  a far voltare almeno un maschio su dieci, che un numero inferiore sarebbe davvero triste!) e, stranamente puntuale, sono lì all'ora stabilita.
Naturalmente, come per una punizione divina, stavolta è lei in ritardo!
Dopo un quarto d'ora che faccio su e giù cercando di distrarmi con una vetrina piena di scarpe davvero inguardabili, finalmente la vedo arrivare, impeccabile nel suo miniabito nero con le borchiette e gli anfibi. Trucco che evidenzia i suoi occhi scuri, capelli dai ricci perfetti, unghie laccate.
Lei non passa mai inosservata e, se dovesse capitare, riuscirebbe a porvi rimedio subito, a costo di mettersi a cantare una canzone a squarciagola sul marciapiede.
Io sono timida, lei no. Io ho avuto pochi uomini, di sicuro non tutti quelli che avrei voluto, lei tanti, tutti quelli che ha voluto, per una sera o per un anno al massimo, che all'amore eterno non ci crede neanche un po'. Io sono più alta, più magra, dai colori più chiari e, a livello di immagine, un po' meno impattante. Ma lei è speciale, è vitale e contagiosa nel suo essere viva!
Ci abbracciamo e un attimo dopo camminiamo svelte alla ricerca di un bar dove sederci a bere e raccontarci un po'.
E' troppo impaziente, capisco che ha intenzione di sondare in terreni che non saranno di mio gradimento. Capisco che ha fiutato qualcosa e che intende scoprire quanto ci ha visto giusto!
Che palle! Non mi piace mentirle, però stavolta non me la sento proprio di condividere con lei qualcosa che non so raccontare, che non so rendere con le sensazioni che ho provato io, che non voglio passi per la solita avventura irresponsabile o banale o da mogliettina annoiata.
Per me è stato e resta importante. Troppo per parlarne al tavolino di un bar!
Ma lei è già lanciata, arriva al dunque senza tanti preamboli, mi chiede conto della chiamata con la quale mi chiedeva un incontro urgente quella domenica lì, perché a lei non risulta d'averla mai fatta! E che strano che proprio quel giorno Carlo sia rientrato in Italia, che strano che anche lui sia stato irraggiungibile al telefono per l'intera serata! Che strano che mi sono pure dimenticata di avvertirla che l'ho usata come copertura!
E aveva ragione, mi sono proprio dimenticata di avvertirla, contando sul fatto che, se non c'erano sue telefonate sul mio cellulare allora non mi aveva cercata e allora potevo risparmiarmi le spiegazioni.
Sapevo anche che lei e Marco non si sentono quasi mai, non avevo motivo di temere.
Ma allora come faceva a saperlo? E così salta fuori che è stato Carlo, il giorno della partenza, quando lei prendeva l'iniziativa di salutarlo da parte mia, a dirle che mi aveva già incontrato e salutato. L'ha detto solo a lei e non ha aggiunto altro, ma tanto è bastato!
Ho ammesso l'incontro, ho negato ogni altra cosa. Un incontro veloce, in cui abbiamo parlato...e così mi rendo conto che in effetti non abbiamo parlato poi tanto, non gli ho chiesto di suo figlio, della sua vita, delle sue giornate, di come sta...
Ho detto poco di me, perché anche lui ha chiesto poco, e ho assimilato passivamente le poche informazioni che mi ha fornito spontaneamente. Il resto del tempo e dello spazio è stato riempito da ben altro e questo Cinzia l'ha capito eccome!
Si arrabbia, prova la tattica del broncio e poi della presa in giro. Niente da fare, non dico di più. Ma è come se avessi raccontato tutto, lo so. Lei mi conosce, ha capito ogni cosa, nei miei occhi lucidi ha già letto tutto il piacere e tutto il dolore di quei momenti che non le racconto. Lei sa quanto l'ho amato. Credo immagini che lo amo ancora.
Lei mi ritiene una pazza per aver rinunciato a rivederlo, per aver scelto di dirci addio quella sera. Lei sa che sono felice con Marco, sa che sono felice della mia vita anche se me ne lamento in continuazione. Lei sa tutto. E mi stringe la mano mentre dice "Mi dispiace, so che stai male" e poi aggiunge "E' inutile, tutta la distanza del mondo non servirà, sarà sempre così tra te e Carlo".
Non so bene cosa intenda, che siamo uniti in qualche modo, per sempre, oppure che potremo solo scopare qualche volta e niente di più, per sempre.
In ogni caso sto in silenzio. Poi sollevo il bicchiere e mimo un brindisi.
"Adesso basta, voglio bere e ridere e guardare i bei ragazzi che passano...se ne passa qualcuno!".
E lei finalmente concede una tregua, ci sta. Speriamo sia definitiva...

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