Un sogno, un incubo, un monito?

Sono giorni che mi sveglio agitata, con la sensazione di aver visto e vissuto nel sonno cose che non sono riuscita a capire ma che, invece, avrei dovuto approfondire, spiegare. La sensazione di una sorta di "monito" nascosto in questi incubi notturni resta, non sono premonizioni, è solo qualcosa che la mia coscienza cerca di comunicarmi e che io non so o non voglio cogliere.
Avant'ieri notte Marco mi ha svegliato dicendo che mi stavo lamentando, come stessi vivendo qualcosa di terribile. Ed era così...
Stanotte di nuovo! Un sogno terrificante, lungo quanto una tragedia a teatro, triste e disperato quanto inverosimile, che mi ha lasciato agitata, sudata, spaventata e con una sensazione di solitudine avvolgente, che mi è entrata nelle ossa.
C'eri tu, Carlo, reduce da un incidente, credo, "composto" (come dicono al mio paese), immobile, pronto per la sistemazione nella bara di legno, mentre io ero affranta, impotente, e titolata ad essere triste e disperata, perché forse eri il mio compagno e non di qualcun'altra. C'era la mia famiglia, nessuno metteva in dubbio il mio diritto d'essere la principale vittima di questa perdita terribile. Era morto il mio grande amore, ero sola.
Poi mi sono accorta che respiravi, sofferente, si, ma respiravi. Mi sono guardata intorno supplicando gli altri con lo sguardo di dirmi cosa succedeva, di confortarmi sul fatto che non si trattasse di un'illusione e che tutti vedessero che eri vivo, presente.
E così mia nonna, che non c'è più da una decina d'anni, si fa avanti e mi dice che, certo, eri vivo. "E' sempre così", mi dice, "ci vogliono 10 o 11 ore perché muoia, alla fine nella bara non respirerà più...".
Scioccata ti abbraccio e urlo che nessuno ti metterà in una bara, che non ti lascerò soffocare, che se ti ci metteranno io scenderò lì sotto, nella fossa, insieme a te. Sembrano tutti intenzionati a procedere con il funerale come se niente fosse, tu non riesci a parlare, sospiri, mi guardi, stai male. Io ti sussurro che non ti lascerò, che ti tirerò fuori da lì e ti resterò accanto fino alla fine. Perché comunque so che stai morendo, ogni speranza svanisce, pare che funzioni così e me ne faccio una ragione. Il processo della morte è avviato e io posso solo accompagnarlo, ma non posso arrendermi al punto di accettare che morirai da solo, chiuso in una scatola di legno, sotto terra!
Chiedo quanto tempo ho prima che mi obblighino a cedere il tuo corpo, a farlo tumulare, così capisco che posso ancora temporeggiare, che posso tenerti con me, anche se tutti sembrano contro di noi. Qualcuno ride, mio padre forse, mentre mia mamma vuole aiutarmi, dice che li terrà lontani finché non saremo pronti.
E allora siamo soli, in una stanza, forse la mia di quando ero ragazza, su un divano che in realtà non ho mai avuto, e con delicatezza ti ci adagio, ponendomi al tuo fianco, col cuore a pezzi ma con la ferma convinzione che farò tutto ciò che mi sarà possibile per farti star bene in queste ultime ore, per farti sentire amato e mai solo. E il tuo sguardo mi fa capire che non sto sbagliando, che anche tu mi ami e anche tu hai bisogno di me, anche se non hai la forza per dirlo.
Quasi cadiamo mentre cerco di reggerti per le spalle fino al divano, nessuno mi aiuta, come fossero convinti che mi sto ostinando a fare qualcosa di inutile.
Copro di baci il tuo viso bellissimo e stanco, sofferente. Ti accarezzo, tengo i miei occhi costantemente nei tuoi, so che sono gli ultimi istanti tra noi, che ti sto perdendo. Mi sento terribilmente sola, sto morendo anch'io con te... Mi consola solo la convinzione che non stai sentendo dolore, non so perché, ma so che è così, che funziona così.
Ci abbracciamo e, persino in quella situazione, l'eccitazione prende il sopravvento, muoio di desiderio sapendo che non ti avrò mai più. Ci stringiamo e il tuo ventre inizia a sanguinare, prima da piccoli fori, con piccole gocce rosso scuro, poi il sangue fluisce veloce, quasi a zampilli, e vedo il tuo sguardo spaventato mentre io continuo a ripeterti che va tutto bene, che è normale così, tentando di tamponare le perdite con i primi tessuti che trovo e con le mie mani, fingendo una familiarità con quei gesti che in realtà non esiste, perché io non ho mai vissuto niente di così terribile!
Tu mi credi, ti rassereni, capisco che non hai dolore, mi calmo anch'io. Continuo a starti accanto, stretta, a dirti quanto sei speciale, quanto ti amo e che sarà così per sempre, a ricordarti che non devi avere paura di niente, che sarò con te, sempre, che non sarai solo.
Poi entrano in scena tre o quattro tipi dall'aspetto solido e minaccioso, giovani e convinti che quello che accade tra noi sia contro natura, sia sbagliato. Vogliono separarci e vogliono che il tuo corpo sia seppellito. Ti afferrano e, mentre mi trattengono lontano da te, vedo che con una sorta di ascia cercano di tagliarti un braccio. Ancora sangue, ancora ferite, mentre tu non puoi reagire e neanche ti lamenti. Io continuo a sperare che tu non possa soffrire e urlo e mi scaglio contro di loro insultandoli e certa che si tratti di un gruppo di fanatici di destra, che sanno che noi non lo siamo.
E qui la confusione aumenta, finchè non riusciamo a liberarci, o finchè non muori, non riesco a ricordare...
Dopo so che non c'eri più, eri morto, ero sola in mezzo alla mia famiglia, sola con dentro un amore e un dolore che gli altri non volevano riconoscere, ridevano, mi deridevano. Non capivo.
Immagini veloci mi passavano nella mente, io e te, i vestiti che ti piaceva vedermi indosso, mi chiedevo che senso avrebbe avuto da quel momento in poi indossarli o indossarne altri, per chi, per piacere a chi? Che senso avrebbe avuto vivere, fare acquisti, cercare spazi e occasioni per divertirsi se tu non ci saresti stato...
E poi mi è tornato in mente Marco, non so se tra noi c'era già qualcosa, ma ho pensato a lui come alla mia possibile ancora di salvezza, non mi consolava ma mi dava speranza. Non ricordavo nulla di Luca, forse non avevo un figlio in quella vita lì, forse ero molto più giovane di adesso.
So solo che mi restava un'unica certezza, che ti avrei sempre amato, che nessuno sarebbe stato per me quell'amore intenso e ideale che eri stato tu. E forse è davvero così, anche se la mia vita non è con te, anche se tu sei vivo e forse felice con un'altra, anche se amo un uomo incredibilmente speciale e ho un figlio bellissimo.
Amo te, mio sogno, mio incubo.
Magari un giorno ti racconterò questa oscenità di visione onirica, o forse no, lascerò che mi prendano per pazza soli i pochi che mi leggeranno qui...

Un sogno, un incubo, un monito?

Sono giorni che mi sveglio agitata, con la sensazione di aver visto e vissuto nel sonno cose che non sono riuscita a capire ma che, invece, ...