Portami a ballare...

Eravamo indecisi, siamo sempre stanchi e poi sono troppe le cose a cui pensare e da organizzare per trovare qualche ora libera, e per assistere a un matrimonio a 140 Km da qui di ore ce ne sarebbero servite parecchie.
Quella partecipazione è arrivata mesi fa, l'avevamo messa via dando per scontato che non ci saremmo andati, che col bambino sarebbe stato insostenibile. Un matrimonio in un paese del centro Sardegna, ben più lontano del nostro, è un tipo di festa in cui, se non puoi lasciarti andare, lasciarti trasportare dagli eventi, godi solo a metà, come dice la pubblicità di non ricordo cosa...
Comunque noi non siamo tipi da "solo a metà", quindi di andare col bambino non se ne parlava proprio e l'argomento è stato accantonato.
Claudia era una sua collega di studi, poi diventata una cara amica. Ormai le voglio bene anch'io, perché è una persona davvero speciale, mi fa ridere, la sento sincera.
Ma neanche per lei mi sarei sottoposta a una tortura simile. So quanto ci si può divertire in quelle occasioni, sono situazioni che amo, poco eleganti ma incredibilmente coinvolgenti! E quindi non avrei mai accettato di star lì a guardare gli altri divertirsi mentre io faccio la babysitter di mio figlio.
Su questo eravamo tacitamente in accordo.
Ma una settimana fa lei l'ha chiamato, l'ha implorato e minacciato di ritorsioni (per quanto non violente!) se non si fosse presentato. Così ne abbiamo riparlato, lui ci teneva tanto, e menomale! Abbiamo consultato la babysitter che si occupa di Luca nei pomeriggi in cui lavoriamo e ha accettato subito di stare con lui tutto il sabato, fino a che non fossimo tornati. E Luca oltretutto era felice di passare l'intera giornata con lei visto che, diversamente da noi, lei è sempre disponibile a fare lavoretti, dipingere, incollare, sporcare, creare. E' il suo lavoro, certo che è disponibile, ma per Luca ciò che conta sono i fatti e i fatti dicono che lei gli da sempre le attenzioni e la collaborazione che vuole!
Ci è costato un po', non potremo farlo spesso, ma ne è valsa la pena, ora lo so. Soldi ben spesi.
Ci siamo "fatti belli" per l'occasione: io col mio tubino nero e le décolleté col tacco che non usavo da 5 anni!!! Lui con i pantaloni in velluto e una camicia, che questo è il massimo dell'eleganza che può tollerare!
Durante il viaggio, finalmente, musica da adulti, la nostra musica. I Punkreas a tutto volume e noi a cantarci sopra. Non mi ha concesso di fumare in auto anche se eravamo soli ma, pazienza, ero già soddisfatta così.
Non abbiamo parlato tanto, solo qualche riferimento nostalgico agli anni di università, quando si andava per locali e concerti insieme, spesso anche con Claudia, che di solito si stracciava come noi senza tanti complimenti!
Come abbiamo fatto a superare tutti gli esami e finalmente venirne fuori non lo so, in qualche modo esisteva uno strano equilibrio tra quelle serate esagerate e le giornate ad affogare sui libri per recuperare tutto il tempo perso.
Chissà come lo racconteremo a nostro figlio, come reagiremo di fronte alle sue serate brave, se sapremo essere pazienti come lo sono stati i nostri genitori (anche se allora ci sembravano tutto fuorché pazienti, visto che comunque ci riprendevano spesso coi loro lunghi, noiosi discorsi che presagivano esiti infausti per le nostre giovani vite!).
Abbiamo riso tanto. E come al solito siamo arrivati in ritardo mostruoso ma ancora in tempo per vedere gli sposi che uscivano dalla Chiesa. Bè, anche se fossimo arrivati prima non saremmo certo entrati, magari però ci saremmo bevuti qualcosa nel Bar più vicino. Questo è quello che facciamo di solito, l'aspetto religioso e formale ci interessa molto poco.
Lancio del riso, assalto per gli auguri agli sposi, qualche scatto col telefonino, un po' di formalità con una serie di conoscenti, poi, individuato il gruppetto di ex colleghi d'università di Marco, ci siamo aggregati a loro e diretti verso il Bar per dare avvio alle danze. E mentre gli sposi si sorbivano le raccomandazioni e le imposizioni del fotografo professionista di turno (cosa che noi abbiamo accuratamente evitato per il nostro matrimonio, così come la Chiesa), noi iniziavamo a riscaldarci in un Bar di poche pretese ma che garantiva posti a sedere, vino e aperitivi a sufficienza, con qualche giro offerto gentilmente anche dalla casa.
Non conoscevo tutti i colleghi di Marco ma c'è voluto davvero poco per entrare in sintonia, la giornata si prospettava interessante. Nel giro di un'ora e poco più eravamo pronti per festeggiare a dovere gli sposi, per quanto, devo ammetterlo, da quelle parti (e anche dalle nostre) non sono loro i protagonisti della festa.
La verità è che chi si diverte sono gli invitati, che solo ogni tanto ci si ricorda che c'è una coppia annoiata al tavolo con testimoni e genitori, che solo alcuni canti e provocazioni sono dedicati a loro. Il resto è pura baldoria, che funzionerebbe benissimo anche senza i due sposini. A noi serve solo un pretesto per far festa!
E tutto è andato come da copione: sala gigante, ben apparecchiata e gremita di gente.
Abbiamo trovato una tavolata non troppo affollata da famigliole e ci siamo accomodati. Bere e mangiare per ore, con qualche intermezzo musicale e qualche sigaretta fumata in giardino, senza mai abbandonare del tutto il bicchiere pieno di ottimo vino.
Sarà banale ma amo tutto questo. Sono una di poche pretese, e come me, per fortuna, tanti!
Io e Marco in queste situazioni siamo sempre stati a nostro agio, più insieme che da soli, come fossimo dei vecchi amici, senza freni e senza condizionamenti reciproci. So bene che dopo un certo livello alcolico i discorsi si  fanno sempre meno profondi, meno lucidi, meno comprensibili per chi, sfortuna sua, sta sobrio. Ma le risate iniziano a prendere il sopravvento, le urla, qualche discussione sguaiata e appassionata su argomenti che, in altri momenti, non degneremmo di un minimo di attenzione. E' divertimento puro, che culmina in un ballo sardo e poi in un altro e poi in mille altri balli sempre più scoordinati, che a un certo punto che si tratti di musica pop, latina o disco non ce ne frega più niente. Si balla e basta.
Un pranzo che diventa una cena e un dopo cena che si trascina fino al mattino. Bè, noi abbiamo dovuto mollare prima in realtà, la babysitter non era organizzata per dormire da noi. Ma era così difficile dire addio e andare. Non agli sposi (lui l'abbiamo appena conosciuto e ci saremo scambiati si e no tre parole), ma alla festa, a quella festa regalata a tutti noi per scacciare via malinconia, sonno, stanchezza, pensieri.
Ma verso l'una ho cominciato a far presente che era il caso di rallentare, che ci aspettava un lungo viaggio di rientro, già molto a rischio per quanto avevamo bevuto! E quindi saluti e baci, rifiutata l'ospitalità per la notte, siamo scappati, ancora euforici, abbracciati per il fresco della notte e perché forse barcollavamo meno...
Ma non c'è voluto tanto per capire che non ce l'avremmo fatta a sostenere tutto il viaggio, siamo usciti dal paese e fatto un chilometro o poco più ci siamo fermati in uno spiazzo alberato.
Siamo scesi a fumare una sigaretta, ancora ridevamo raccontandoci a vicenda i momenti più comici che uno dei due si era perso e, a dire il vero, anche quelli che entrambi avevamo vissuto!
E ridendo e di nuovo abbracciandoci ci siamo ritrovati a baciarci, storditi e annebbiati ma, era chiaro, eccitati come non accadeva più da tempo. Le mani riscoprivano i nostri corpi come fossero una nuova conquista, come fossero preda di una passione non più lecita, lontana dalla noia e dalla routine. Ed era così, perché, certo, non era sicuro stare lì, quasi a bordo strada, nella notte buia, a fare sesso sul cofano dell'auto come fosse un incontro clandestino e irripetibile, un'occasione da non bruciare!
Ma la verità è che era proprio così, quello era un momento rubato alla nostra vita da sposi conviventi, da genitori, da frustrati. Sapere, per quanto le nostre menti fossero annebbiate, che chiunque avrebbe potuto sorprenderci all'improvviso, farsi due risate o magari qualcosa di peggio, ci faceva andare di fretta ma ci faceva anche godere, spudoratamente, irresponsabilmente!
Siamo crollati poi in auto, ancora più irresponsabilmente, lasciandoci andare a un sonno dolce e profondo. Scomodo, certo, ma inevitabile. E dopo qualche ora, ridendo, ci siamo rimessi in viaggio, ancora musica e sigarette e, per fortuna, l'alcol che sfumava...
Siamo arrivati a casa che erano quasi le cinque, sani e salvi, stanchi e, credo di poterlo dire, FELICI.
La babysitter lo era un po' meno, anche se cercava di non darlo a vedere. Del resto si è fatta un bel gruzzolo per qualche ora in più passata a dormire sul nostro divano, visto che Luca l'aveva messo a letto entro la mezzanotte.
Congedata lei, siamo entrati in cameretta a dare la buonanotte al nostro cucciolo, che quando dorme è bello come non mai! Tanto non si sveglia neanche con le cannonate, così si è beccato baci, carezze, e il nostro amore sussurrato.
E poi siamo tronati fuori, in cortile, a fumare ancora una sigaretta e guardare il cielo. Ci sono meno stelle nel cielo intorno alla città, non è bello come il nostro, però è sempre piacevole stare col naso in su, ancor più a godersi gli ultimi istanti di una giornata stramba e piena.
Avremmo voluto farla durare ancora un po', ne sono certa, ma poi la consapevolezza che solo tra qualche ora ci saremmo ritrovati la bestiolina a darci il buongiorno mentre le nostre teste ancora rimbombanti avrebbero implorato pietà, ci ha convinto a trascinarci fino al nostro solito, comodo letto. Quello del solito sesso.
Ma non per quella notte, non c'era niente di "solito" in quella notte.
E non ho pensato per un attimo a chi è partito lontano, non c'erano rimpianti quella notte, non c'era spazio per nessun altro! Solo noi, ancora e sempre noi.

Medici e pseudo-medici

Come sempre capita a chi ha figli, sentire storie che riguardano un bambino, storie di morte, soprattutto quelle che potevano essere evitate, fa soffrire.
E ieri sentire al TG che un bimbo di 7 anni è morto per un'otite non curata con antibiotico mi ha fatto davvero male.
Io e Marco ci siamo guardati increduli.
Nostro figlio ha 5 anni, è stato vaccinato contro tutte le malattie per le quali è stato possibile proteggerlo, così come viene seguito puntualmente dalla sua bravissima pediatra ogni volta che è chiaro che il nostro solo intervento non può bastare.
So bene che ci sono medici, in particolare pediatri, che al primo segno di gola arrossata o tosse prescrivono antibiotici, come fossero un toccasana per qualunque piccolo o grande disturbo.
La pediatra di due miei nipotini prescrive antibiotici come fossero noccioline, anche solo sentendo la mamma per telefono, senza visitare i piccoli pazienti! E quei due sono sempre malati! Mai un aerosol, una tachipirina, no, subito antibiotico!
E' chiara la totale assenza di attenzione da parte del medico e, probabilmente, il desiderio di tutelarsi fino all'eccesso da eventuali reclami.
Ma quei genitori si ritrovano a vedere i loro bimbi sempre più provati e a dover consultare un pediatra a pagamento che, puntualmente, vieta l'uso dell'antibiotico e riparte con le terapie standard, dando la possibilità al sistema immunitario di reagire un po'...
La pediatra di Luca, per le affezioni dell'apparato respiratorio, ci consiglia sempre di provare con l'aerosol (anche cortisonico) e con la tachipirina, prescrivendoci l'antibiotico solo nei casi strettamente necessari e in ultima istanza. A volte ce lo prescrive raccomandandoci però di farne uso solo, per esempio, se la febbre non cala dopo qualche giorno.
Quindi non si può dire che siamo dei fanatici dell'antibiotico facile, penso ci si possa definire equilibrati rispetto al rapporto con medici e medicinali.
Ma quando ci vuole ci vuole! E per un'otite ci vuole di sicuro!
Come sempre non è da escludere che la notizia sia stata mal riportata o strumentalizzata, può darsi che ci fossero validi motivi per cui è stata preferita l'omeopatia alla medicina tradizionale, può darsi che l'infezione fosse di diversa natura e comunque letale.
Non lo so e non intendo sputare sentenze.
Dico solo che proteggere i nostri bambini è importante, è una nostra responsabilità e, in quel campo, non ci può essere spazio per l'improvvisazione o le credulonerie.
Con la salute dei nostri figli dobbiamo essere seri, puntuali, obiettivi. Dobbiamo affidarci a medici validi, dobbiamo poter avere fiducia in loro, dobbiamo comunque essere sempre vigili e correre al pronto soccorso se abbiamo sentore che ce ne sia bisogno.
Certe nuove credenze o filosofie possiamo lasciarle da parte, applicarle a noi stessi ma non ai bimbi.  E' per questo che mio figlio mangia carne anche se io non lo faccio da 27 anni, è per questo che non gli chiedo di sopportare dolore o malessere e che intervengo con ogni mezzo a disposizione (medicine comprese) per farlo stare bene, è per questo che l'abbiamo fatto vaccinare.
Le brutte cose accadono e le brutte malattie uccidono, anche senza che andiamo a cercarcela col lanternino negando loro le cure adeguate.
Basta cazzate. Vacciniamoli, curiamoli, proteggiamoli.

Facebook & co.

Facebook, Internet, Rete, Sociale
A cosa serve avere 500 amici se poi blocchi i post di un buon 60% di questi?
All'inizio credo che mi facesse piacere vedere quel numero crescere, soprattutto perché non ero io a fare richieste d'amicizia (l'orgoglio se la godeva!).
Ora è tutto diverso. Ho già ripulito di tutti quei contatti che, mi pare, non erano collegati a persone che conoscevo direttamente.
Ma, fatto questo, non sono andata molto oltre.
Una volta si accetta l'amicizia perché tale persona è del tuo stesso paese (e parliamo di un paesino di 1000 anime scarse!!!) e non vuoi certo essere additata come quella snob che finge di non conoscerti o che non ti vuole annoverare tra le sue amicizie!
Un'altra volta la accetti perché tale persona è un tuo collega o comunque uno dell'ambiente di lavoro e ti ha individuato e incastrato!
Un'altra volta perché è tuo parente ed ha avuto l'amicizia di tutti i tuoi fratelli tranne che la tua!
A volte perché ti servono compagni per giocare a Township!
E poi ti ritrovi la bacheca sommersa da post insulsi, noiosi, banali e, sempre più spesso, con contenuti offensivi, irrispettosi, razzisti, omofobi, sessisti, violenti.
Controllo raramente il mio profilo, è diventato quasi un peso. Ogni volta ci vuole mezz'ora per ripulire e bloccare i post di certa gente senza che se ne accorgano, senza negar loro un'amicizia non amicizia.
Dovrei essere più coraggiosa, ma a volte preferisco far così che non rispondere a tono (cosa che a volte è comunque inevitabile per la rabbia che certi post suscitano!) o cancellarli dai contatti.
Del resto anch'io mi sono permessa di inviare post a tutti quando si è trattato di fare campagna elettorale (non cito le altre occasioni in cui l'ho fatto perché il fine era solidaristico e allora non mi sentivo invadente) o cose simili, e so quanto possa essere fastidioso ricevere certi post che cozzano con le tue visioni del mondo, con i tuoi ideali, con le tue passioni. Soprattutto quando chi te li posta sa benissimo come la pensi e quanto sia inutile farti venire il malumore con quei messaggi!
Ma almeno non ho mai scritto cose blasfeme o irrispettose nei confronti di altre persone o categorie di persone. Non potrei mai.
La libertà di opinione va tutelata e riconosciuta a tutti, ok, ma comincio a pensare che forse certe persone dovrebbero limitarsi ai commenti da bar, senza trasferirli su un social, senza metterli per iscritto in modo indelebile.
E la cosa più sconvolgente è che certe schifezze non le scrivono le persone meno istruite o più disagiate o prive di riferimenti familiari e sociali validi. No, le cose peggiori sono proprio scritte da persone che appaiono assolutamente adeguate, socialmente integrate, economicamente serene, con genitori che certamente non hanno educato all'odio e alla mancanza di rispetto.
I giovani, certi giovani, quando non parlano di calcio o cose simili, scrivono e pubblicano banalità, spesso scopiazzate, o esprimono pseudo pensieri che vorrei non potessero neanche sfiorare le loro menti al giorno d'oggi.
Siamo nel 2017 e l'apertura mentale di un buon 50% di ragazzi tra i 15 e i 25 anni è pari a quella di un anziano dell'800, e forse quell'anziano era già molto più avanti di loro!
Non si deve fare di tutta l'erba un fascio, ci sono anche giovani che ammiro, stimo e con i quali il confronto, anche quando ci si scontra, è davvero stimolante e costruttivo.
E poi è vero anche (o soprattutto) che sono i miei coetanei a dare il peggio di sé, con l'alibi improbabile di difendere i diritti dei propri figli, fingendo di essere solidali con chi ha bisogno ma ricordando che la propria persona e la propria famiglia vengono sempre prima degli ALTRI, intendendo per altri soprattutto gli stranieri.
Sono già stanca di rispondere alle cazzate che dicono, li depenno pian piano e mi limito a controbattere solo di persona, quando lo scontro è diretto, chiaro, più probabilmente efficace.
Io scrivo quel che mi pare in questo blog, è vero, ma non c'è nessuno che si ritrovi le mie elucubrazioni mentali sulla sua bacheca!
Chi vuol leggere può farlo, tanto qui sono in pochi ad arrivarci...ed io non gli spiano certo la strada!

Quale mondo per questi figli

E' successo ancora, un kamikaze che si fa saltare in aria e la vita di una ventina di ragazzini, in attesa della loro popstar preferita, finisce in un soffio, portandosi via, probabilmente, anche quella dei loro genitori disperati.
Ormai il primo pensiero va a mio figlio ogni volta che succedono fatti di questo genere.
C'è il dolore per la tragedia di quelle famiglie ma c'è soprattutto la comprensione e il terrore perché so che cose simili accadranno ancora e che potrebbero riguardare noi la prossima volta.
Nessuno è immune, non c'è una vera strategia per difendersi o proteggere i propri figli, se non quella di chiudersi in casa e rinunciare a vivere o impedire loro di vivere.
Il mio bambino ha solo 5 anni, cerca di capire cosa succede ma, alla fine, tutto quello che vuole sentire è che certe cose non si verificano nel nostro paese, nei dintorni della nostra casa, nei posti che frequentiamo. Ed è così piccolo che è giusto possa crederci.
Ma chi ha le risposte ormai? Nessuno è al sicuro e, anche se penso che qui in Sardegna il rischio sia davvero irrisorio, la nostra casa è il mondo ormai, lo sarà soprattutto per quelli come mio figlio, giovani, potenzialmente viaggiatori, studenti o lavoratori in paesi sempre più lontani.
Che razza di mondo dovrà affrontare questo bellissimo tenero bambino tra qualche anno?! Che razza di inferno conosceranno tutti i bambini di oggi? E parlo dei nostri bambini, ancora protetti, ignari, ancora liberi di giocare, sperare, credere che il mondo sia un bel posto, che in altri posti l'infanzia l'hanno già perduta, buttata via da adulti spietati e da politiche cieche.
Probabilmente salterà fuori che l'attentatore era un cittadino inglese, poco importa. Ciò che conta è che ancora una volta sarà alimentata la paura e l'odio verso chi è diverso da noi. Qualcuno ne approfitterà ma, anche senza che i politici strumentalizzino l'accaduto, sarà la gente comune a rafforzare in sé la convinzione che proteggersi è una priorità, che dobbiamo difenderci e non accogliere, che tutti quelli che arrivano dall'esterno sono potenzialmente pericolosi e, perciò, vanno tenuto fuori.
Con che diritto lo facciamo? Con che diritto cerchiamo di impedire a chi cerca una via di fuga o salvezza, o anche solo a chi cerca una vita migliore, di entrare nel nostro paese o nella nostra Europa, di giocarsi una possibilità di riscatto, forse l'unica.
Se io fossi siriana e avessi un figlio sarei certamente fuggita; se io fossi anche solo lontanamente a rischio bombardamenti, ritorsioni, torture, arresti, violenze; se io non avessi un pezzo di pane per sfamare il mio bambino, sarei disposta a tutto per raggiungere un posto migliore, uno in cui dare una speranza alla mia famiglia, uno in cui, persino quando si sta male e si è poveri, comunque non si muore di fame. Uno in cui una possibilità esiste sempre.
Lo so che in Italia i poveri ci sono, lo so che esistono ancora i senzatetto, anzi, che il loro numero è in crescita. Lo so che anche di freddo si può morire quando non si ha un rifugio caldo in cui dormire. Ma sono certa che non è a queste persone che si pensa quando si fanno discorsi del tipo: "prima bisognerebbe pensare agli italiani, prima bisognerebbe aiutare le nostre famiglie bisognose, quelle che stanno patendo le conseguenze della crisi economica, quelli che hanno perso il lavoro, quelli che non lo trovano"...e così via.
Se si esclude quella importante e vitale quota di persone che si impegnano nel volontariato o che finanziano progetti e interventi piccoli o grandi che sostengano le fasce deboli di popolazione, tutto il resto degli italiani ha iniziato ben prima di questa così detta "ondata migratoria" a protestare per le risorse che, a sentir loro, vengono sempre destinate alle categorie di persone sbagliate.
Prima erano i Rom, gli sfaticati che chiedono l'elemosina per strada, i meridionali, i disoccupati sempre meridionali, gli assegnatari di case popolari chiunque essi siano, quelli che dicono di essere poveri ma non si vestono e non si comportano come tali.
L'invidia, l'egoismo, la sfiducia nelle istituzioni e nel prossimo, la tendenza a volere il male del prossimo se non si ottiene il bene proprio, queste sono storture che ci appartengono, che forse esistono da sempre, che non sono in alcun modo temperate neanche quando apparentemente l'Italia si mostra nella sua veste migliore, quella solidale e attiva di fronte a disastri naturali o storie commoventi.
Dentro alberga sempre l'egoismo e la convinzione che, se ci manca qualcosa, sicuramente qualcun altro, con dolo e in modo scorretto, ce l'ha portata via.
In questo paese nessuna graduatoria, nessuna procedura di scelta, nessun ordine di priorità vengono considerati validi, corretti, condivisibili se non ricomprendono noi stessi. Si dice che è tutto manovrato, che è un imbroglio, senza preoccuparsi neppure di ragionare prima di aprir bocca.
E' una vecchia abitudine e deriva dal fatto che, ogni volta che ce ne danno l'occasione, cerchiamo di prevaricare il prossimo e ottenere anche ciò che non ci spetta o non ci occorre.
E' così che molte famiglie educano i propri bambini, magari portandoli poi a messa la domenica o facendogli credere che a far la prima comunione e dire due preghiere la sera ci si lavi la coscienza.
Come al solito ho divagato, magari ho esagerato un po' con lo stereotipo dell'italiano ma, purtroppo, non ne sono convinta. Conosco persone splendide, che sono splendide con me, con la famiglia, con gli amici, con il vicino di casa, con l'avventore che chiede aiuto. Ma sono le stesse persone, lo so bene, che la pensano esattamente come ho detto sopra, che educano i propri figli a essere "splendidi" solo in superficie, che per proteggerli ritengono sia giusto impedire una vita migliore ad altri figli che non sono i loro.
Molte volte non sono neanche coscienti di essere così. Chissà, magari io stessa non so chi sono e mi illudo soltanto di insegnare a mio figlio che tutti hanno diritto di provarci, di migliorarsi, di cercare un posto per essere felici.

shopping terapeutico vs risparmio ossessivo

Due giorni fa, nel bel mezzo di una domenica assolata di inizio estate (lo so che non è ancora arrivata ma qui ormai ci siamo in pieno!), mi sono presa un paio di ore libere.
Buono Tagliandi Sconto Denaro Carrello DelLibere dai miei uomini (Big, come il mio preferito in Sex and the city, e Little come...non lo so come chi, ma è piccolo, quindi lo chiamerò così), libere anche da un'amica indagatrice e da tutti gli altri amici che non fanno che ricordarmi che sono sparita, che non faccio, né posso fare, le cose che facevo prima insieme a loro.
Ma non avevo voglia di star sola, cosa che mi sta bene a casa ma non quando desidero uscire.
Quindi ho chiamato la mia cara mamma e, mentre quei due uscivano per andare al parco giochi insieme ad altri amici con figli al seguito, mi preparavo per un pomeriggio di shopping e chiacchiere.
Sono passata a prenderla alle 17.00, vestita comoda (i miei jeans elasticizzati e le Palladium sono l'ideale per queste occasioni) e con trucco leggero, per portarla un po' in giro in città.
Lei non esce spesso, non senza un fine utilitaristico preciso come fare la spesa o andare dal parrucchiere. Lei e mio padre non hanno una vita sociale, se si esclude quella che si realizza durante qualche fine settimana in paese, per le feste o altre occasioni. Qui non amano uscire, non vanno a cena fuori, non frequentano persone al di fuori dei figli e dei parenti stretti.
Ma a lei credo non dispiacerebbe fare cose diverse, anche se lo nega e si dice soddisfatta così.
Comunque sono rare le volte che accetta di uscire con me, ma questa era una di quelle.
Probabilmente l'averle proposto di passare a prenderla con l'auto ha giocato a mio favore, perché usare i trasporti pubblici, che io prediligo, non rientra fra le sue modalità di movimento preferite.
Ma noi viviamo in periferia, quindi in qualche modo bisogna pur spostarsi per arrivare in zone dove il giro dei negozi duri un po' più del quarto d'ora che quelli locali possono garantirci!
Bisogna andare in centro se camminare non è l'unico scopo della passeggiata. E per me non lo è. Io odio tornare a mani vuote, potrà essere pure una cosa da niente ma devo tornare a casa con una busta e qualcosa da rimirare.
E quindi centro sia! Parcheggio custodito per evitare di girare a vuoto, perché odio fare manovre con qualcuno appiccicato dietro che alla fine suona il clacson per spronarmi ad accelerare i tempi, senza rendersi conto che così fa solo saltare i nervi e che ci metto il doppio a posizionarmi nel modo giusto!
Due euro valgono bene la serenità che regala chiudere l'auto e allontanarsi a piedi senza pensieri e senza stress.
Ed ecco che la nostra bella città si presenta in tutta la sua vivacità e in tutta la sua luce...se per vivacità intendiamo l'affollamento delle strade e per luce quella solare!
E' solo una piccola città ma a me piace davvero. E tutta un saliscendi di viuzze dai palazzetti antichi, ora anche in gran parte rimessi a nuovo, con lastricati e scalette e angolini un po' nascosti che è davvero un piacere camminare, guardarsi intorno, respirare odore di mare e di vacanza anche quando le vacanze sono lontane.
La prendo a braccetto, che anche se è antiestetico è veramente il modo più comodo per camminare insieme, e la passeggiata ha inizio.
Lei guarda le vetrine ma si mostra sempre poco interessata, del resto è vero che è proprio una difficile da accontentare. E' capace di farti girare per una settimana intera prima di trovare una maglietta che si avvicini anche solo lontanamente a quella che lei ha in testa, e che puntualmente non sa descrivere. E' vero anche che i soldi che maneggia sono pochi, lei fa la casalinga e la nonna, solo occasionalmente fa dei lavoretti, nel senso che magari assiste qualche anziano ma sempre nell'ambito familiare. Il non disporre di risorse sue, personali, non derivanti dalla pensione di mio padre, di sicuro le pesa e le dispiace. E la spinge anche a restringere al minimo gli acquisti, a selezionare e a scegliere con cura ogni capo che acquista.
Io, al contrario, tendo a comprare quel che mi piace, se costa poco e se sono certa di poterlo indossare senza stiratura! Non amo i capi firmati o di valore, quelli che ti devi preoccupare se la temperatura della lavatrice ti finisce sui 60° invece che sui 30°, quelli che ti fanno piangere se finisci per bucarli accidentalmente con la sigaretta!
A me piace avere l'armadio pieno, avere più opzioni la mattina, senza dover correr dietro a lavatrici e panni stesi, senza correre il rischio di non trovar nulla di pulito che mi ispiri in quel preciso momento. Vesto in modo semplice ma pur sempre secondo l'umore, l'occasione e, perché no, la depilazione più o meno trascurata. 
Non sono troppo convinta che nel vestire spendere di più significhi spendere meglio, vedo che alcuni capi pagati una miseria sono ancora integri dopo tanti anni di utilizzo, per cui punto più sulla quantità e la varietà. E poi mi piace fare il cambio armadio, ogni tanto, senza troppe remore, cosa che non può fare a cuor leggero chi, senza esser ricco, acquista capi più costosi.
E così scelgo i negozi più accessibili, e anche e soprattutto quelli in cui non siano presenti commesse troppo solerti nel servire, chiedere, tallonare il cliente.
Io amo essere lasciata in pace. Io amo fare da me.
Io amo portare in cassa un po' di roba, rigorosamente non provata, ed uscire soddisfatta rinviando il piacere o il dispiacere a quando rientro a casa. La prova del fuoco si fa davanti al mio specchio e se non va bene pazienza! Si regala a qualcuno che potrà gradire.
Mamma invece prova e riprova, porta tanti capi in camerino e di solito, critica com'è nei confronti di se stessa, e forse anche del mondo, fa arrivare in cassa solo un decimo di ciò che così accuratamente ha studiato allo specchio, tirando un po' di qua e un po' di là.
E riesce pure a stressarsi nel far questo! Io invece trovo che fare acquisti sia una delle cose più rilassanti del mondo, quando non sono acquisiti obbligati e destinati a occasioni formali come i matrimoni o simili.
Il valore che diamo al denaro è diverso, lo so. E anche se sono stata educata a non sprecare nulla, cosa da cui discende forse anche la mia passione per il risparmio e per l'occasione, io ho trovato un equilibrio tutto mio, che mi consente di sentirmi "felice" spendendo anche poco ma comprando sempre qualcosa come fossero coccole, piccole grandi concessioni.
Non metto a rischio il portafoglio familiare e nel contempo mi concedo un po' di leggerezza.
Dopo un'ora e mezza io giravo con 4 buste diverse (ma non piene) mentre lei ancora cercava la sua "maglietta ideale", così indefinibile e, a quanto pare, non ancora creata da nessuno!
Verso le 20.15 ci siamo arrese e finalmente ci siamo sedute in un baretto, tavolino all'aperto, a ristorarci un po' con aperitivo e salatini e una sigaretta come ciliegina sulla torta. In realtà lei ha chiesto un'aranciata, ma l'importante era stare lì, insieme, rilassate, a chiacchierare un po'. Ogni tanto riusciamo a farlo e per me è importante.
Siamo così diverse, e di certo  non posso confidarmi con lei se si tratta della mia vita sentimentale, è pur sempre una mamma di quelle vere, che vorrebbe proteggerti da tutto e che vorrebbe credere nella coincidenza tra quel che sono e quello che lei vorrebbe che fossi.
Ma, dopotutto, il non dover affrontare con lei i miei errori e i miei mancati sensi di colpa è confortante, mi fa sentire bene, in pace. Lei non sa, non chiede e non mi giudica.
Io ho un caratteraccio, con lei poi mi lascio andare fin troppo e a volte esagero, sbotto, non mi sforzo di comprenderla ed essere paziente, di sostenerla anche quando penso che si preoccupi troppo per cose che non vale proprio la pena, di essere affettuosa e farle sentire la mia vicinanza.  Le voglio un bene infinito, eppure di rado riesco a manifestarlo come vorrei, quasi mai. Del resto lei stessa non è  espansiva e "fisica" nel rapporto con me e con tutti i suoi figli. Forse lo era quando eravamo bambini ma poi no, non ci ha insegnato a coccolarci e a parlare dei nostri sentimenti. Nessuno l'ha insegnato a lei, credo, e ora siamo tutti adulti, è troppo tardi, e le coccole sono rimaste solo per i nipotini.
Per noi ci sono altre coccole, che si esprimono con la cucina, con la disponibilità di tempo e cure per i piccoli, con la pazienza garantita anche quando siamo sgarbati o chiediamo più di quel che dovremmo. E con questi momenti di complicità, che sembrano superficiali ma che ci fanno sentire vicine.
E allora si parla delle sue sorelle, delle novità sui suoi vicini di casa, di mio padre che finge di star bene perché non gli si dica di andare dal medico, di mille altre cose importanti e no. E' solo parlare, chiacchierare, fare la figlia e sentirsi al sicuro.
Dovremmo farlo più spesso.


Voglio un'amica più distratta!

Cavolo! Mi chiama per invitarmi a fare una passeggiata, è tanto che non stiamo un po' da sole...è tanto che non le dedico un po' del mio tempo, che sono sfuggente anche al telefono. Non ho voglia di parlare, non vorrei parlare, non vorrei recitare.
Ma Cinzia non è una che accetta un NO senza lavorarti ai fianchi, incessantemente, e lo fa finché non ottiene ciò che vuole.
Inutile accampare scuse come gli impegni con il bambino o con Marco o con entrambi. Sa che lui mi sprona ad uscire e fare qualcosa per conto mio, per lasciarmi respirare, per non leggermi negli occhi la stanchezza del fare la mamma di un mostriciattolo così impegnativo. Lui vuole che io stia bene, vuole potermi convincere che non è poi così male la nostra vita da genitori, che c'è spazio per tutto e che non dovrei rimpiangere la mia (e la sua!) libertà.
E magari così potremmo anche risparmiarci un po' di quei soldi che volano via in psicoterapia (e il paziente sono sempre io!) e palliativi della felicità come gli acquisti compulsivi. Non abbiamo tanti soldi, ma io sono così brava a fare shopping economico, che riesco a tornare a casa soddisfatta e temporaneamente in pace con il mondo ogni volta che svaligio un outlet o un grande magazzino!
Ma torniamo a Cinzia, quella che, se dovessi averne una, sarebbe la mia amica del cuore. Ma io non ho l'amica del cuore, ho tanti amici e poche amiche, e lei è una di quelle speciali, forse quella che sento più vicina, di sicuro quella che mi sta più vicina.
Ci conosciamo fin da bambine, cresciute nello stesso paese, strappate via dallo stesso paese per poter studiare, per fortuna catapultate nella stessa piccola città, che però qui da noi è la più grande! Non giocavamo neppure tanto insieme da piccole, ci si divideva per vicinati e i nostri, per quanto separati da due sole strade parallele, segnavano la distanza tra loro con una sorta di orgoglio d'appartenenza. Che ingenuità. La stessa che in seguito ci ha fatto sentire complici  per il nostro essere "del paese" e accomunate dallo stesso disagio per una sorta di inadeguatezza all'ambiente cittadino, sensazione che ora ci fa solo sorridere.
La città ce la siamo mangiata, bevuta, l'abbiamo vissuta fino in fondo, abbiamo imparato ad amarla e gestirla. Non è il nostro "paese", non ha quel posto speciale nel cuore, ma è il luogo in cui entrambe abbiamo poi scelto di vivere, perché ce ne siamo innamorate.
E' stato in quei primi anni in città, anzi, per me nella periferia della città (i suoi si erano piazzati un po' meglio e più in centro),  che ci siamo avvicinate, frequentando la stessa scuola, anche se in sezioni diverse.
Quegli anni alla Ragioneria li ricorderei come un incubo totale se non fosse stato per lei che mi ha sostenuta, difesa, spinta a credere sempre più in me stessa e a farmi valere per quella che ero, senza cercare a tutti costi l'omologazione con lo standard locale.
Ci ho messo un po' a capire che funzionavo così com'ero, che ero più forte dell'ironia stupida di alcuni studenti, che ero più forte quando ero spontanea e che, dopotutto, venivo apprezzata per quel che ero.
In quel periodo sono nate piccole amicizie, importanti in quel momento, ma l'unica che ha resistito al tempo e ai cambiamenti è stata la NOSTRA amicizia, il dono prezioso che ancora ci appartiene. L'entrata e l'uscita da scuola, la ricreazione, gli scioperi, le vele, sono stati i nostri momenti più belli, quelli in cui abbiamo costruito un rapporto di empatia e scambio vitale, lo stesso che adesso mi inchioda, mi sputtana, ogni volta che cerco di nascondere qualcosa al suo fiuto infallibile.
E stavolta è stata proprio dura. Alla fine mi ha convinto ad uscire un po'.
Appuntamento alle 17.00 alla fermata del BUS in Via Sonnino per una passeggiata in centro.
Mi do una sistemata (diciamo quanto basta  a far voltare almeno un maschio su dieci, che un numero inferiore sarebbe davvero triste!) e, stranamente puntuale, sono lì all'ora stabilita.
Naturalmente, come per una punizione divina, stavolta è lei in ritardo!
Dopo un quarto d'ora che faccio su e giù cercando di distrarmi con una vetrina piena di scarpe davvero inguardabili, finalmente la vedo arrivare, impeccabile nel suo miniabito nero con le borchiette e gli anfibi. Trucco che evidenzia i suoi occhi scuri, capelli dai ricci perfetti, unghie laccate.
Lei non passa mai inosservata e, se dovesse capitare, riuscirebbe a porvi rimedio subito, a costo di mettersi a cantare una canzone a squarciagola sul marciapiede.
Io sono timida, lei no. Io ho avuto pochi uomini, di sicuro non tutti quelli che avrei voluto, lei tanti, tutti quelli che ha voluto, per una sera o per un anno al massimo, che all'amore eterno non ci crede neanche un po'. Io sono più alta, più magra, dai colori più chiari e, a livello di immagine, un po' meno impattante. Ma lei è speciale, è vitale e contagiosa nel suo essere viva!
Ci abbracciamo e un attimo dopo camminiamo svelte alla ricerca di un bar dove sederci a bere e raccontarci un po'.
E' troppo impaziente, capisco che ha intenzione di sondare in terreni che non saranno di mio gradimento. Capisco che ha fiutato qualcosa e che intende scoprire quanto ci ha visto giusto!
Che palle! Non mi piace mentirle, però stavolta non me la sento proprio di condividere con lei qualcosa che non so raccontare, che non so rendere con le sensazioni che ho provato io, che non voglio passi per la solita avventura irresponsabile o banale o da mogliettina annoiata.
Per me è stato e resta importante. Troppo per parlarne al tavolino di un bar!
Ma lei è già lanciata, arriva al dunque senza tanti preamboli, mi chiede conto della chiamata con la quale mi chiedeva un incontro urgente quella domenica lì, perché a lei non risulta d'averla mai fatta! E che strano che proprio quel giorno Carlo sia rientrato in Italia, che strano che anche lui sia stato irraggiungibile al telefono per l'intera serata! Che strano che mi sono pure dimenticata di avvertirla che l'ho usata come copertura!
E aveva ragione, mi sono proprio dimenticata di avvertirla, contando sul fatto che, se non c'erano sue telefonate sul mio cellulare allora non mi aveva cercata e allora potevo risparmiarmi le spiegazioni.
Sapevo anche che lei e Marco non si sentono quasi mai, non avevo motivo di temere.
Ma allora come faceva a saperlo? E così salta fuori che è stato Carlo, il giorno della partenza, quando lei prendeva l'iniziativa di salutarlo da parte mia, a dirle che mi aveva già incontrato e salutato. L'ha detto solo a lei e non ha aggiunto altro, ma tanto è bastato!
Ho ammesso l'incontro, ho negato ogni altra cosa. Un incontro veloce, in cui abbiamo parlato...e così mi rendo conto che in effetti non abbiamo parlato poi tanto, non gli ho chiesto di suo figlio, della sua vita, delle sue giornate, di come sta...
Ho detto poco di me, perché anche lui ha chiesto poco, e ho assimilato passivamente le poche informazioni che mi ha fornito spontaneamente. Il resto del tempo e dello spazio è stato riempito da ben altro e questo Cinzia l'ha capito eccome!
Si arrabbia, prova la tattica del broncio e poi della presa in giro. Niente da fare, non dico di più. Ma è come se avessi raccontato tutto, lo so. Lei mi conosce, ha capito ogni cosa, nei miei occhi lucidi ha già letto tutto il piacere e tutto il dolore di quei momenti che non le racconto. Lei sa quanto l'ho amato. Credo immagini che lo amo ancora.
Lei mi ritiene una pazza per aver rinunciato a rivederlo, per aver scelto di dirci addio quella sera. Lei sa che sono felice con Marco, sa che sono felice della mia vita anche se me ne lamento in continuazione. Lei sa tutto. E mi stringe la mano mentre dice "Mi dispiace, so che stai male" e poi aggiunge "E' inutile, tutta la distanza del mondo non servirà, sarà sempre così tra te e Carlo".
Non so bene cosa intenda, che siamo uniti in qualche modo, per sempre, oppure che potremo solo scopare qualche volta e niente di più, per sempre.
In ogni caso sto in silenzio. Poi sollevo il bicchiere e mimo un brindisi.
"Adesso basta, voglio bere e ridere e guardare i bei ragazzi che passano...se ne passa qualcuno!".
E lei finalmente concede una tregua, ci sta. Speriamo sia definitiva...

Scampato pericolo

Un buon risveglio stamattina, finalmente è tornata la voglia di sorridere, anche se è lunedì!
Mio figlio si è svegliato mentre facevo colazione e suo padre ancora dormiva.
Era allegro e orgoglioso, ha dormito nel suo nuovo letto da "grande", abbandonando per sempre il lettino con le sponde che ha ceduto, con un po' di rammarico, alla cuginetta.
E' stata dura; il primo giorno che abbiamo provato a spostare il lettino dalla sua stanza i suoi occhi sono diventati lucidi, mentre lui si irrigidiva per non piangere e non ammettere che stava soffrendo. E così gli ho chiesto "E' ancora troppo presto per dire addio al lettino?", e lui "Si".
E subito io e Marco abbiamo riposizionato il lettino bianco al suo posto. "Tranquillo amore, potrai dormirci finché vorrai, non c'è fretta". E in un attimo lui si è rasserenato ed è tornato il mio bimbo sorridente.
Sono passati pochi giorni e spontaneamente ci ha annunciato che il lettino non poteva più stare in cameretta, che gli serviva spazio per i suoi nuovi giochi. Così, è andata! Smontaggio e consegna veloci, senza spazi per i ripensamenti.
E stanotte è andato a dormire un po' incerto, e un po' incerta forse lo ero anch'io. Perché voglio che cresca, certo, ma ogni volta vorrei proteggerlo dai cambiamenti, dalle sue paure, sbagliando, finendo per trasmettere di riflesso altre ansie inutili. Ma lui è stato più forte, ha dormito tutta la notte e si è sentito fiero al risveglio, quando l'espressione del suo viso chiedeva conferma della grandezza della sua impresa!
L'abbiamo abbracciato e baciato: il mio cucciolo cresce, 5 anni e gli voglio sempre più bene, ogni giorno di più. Questo gli ho detto e questo gli ha fatto capire Marco, a modo suo, quando si è alzato.
E Luca in noi ha trovato due adulti sereni e sorridenti.
Ieri siamo andati a letto tirando un sospiro di sollievo per il bel risultato elettorale di Macron in Francia, per la sconfitta della Le Pen, per la speranza restituita a un'Europa provata e impaurita. Poteva essere l'inizio della fine, invece c'è ancora speranza per noi tutti.
E ce n'è anche per me e Marco.
Ieri è anche il giorno in cui Carlo è partito, con quell'aereo che l'ha portato lontano, così lontano che posso quasi pensare a lui come a un amore del passato, un ricordo addolcito e prezioso da conservare. Sono stata forte, non l'ho sentito, non l'ho visto, non ho chiesto di lui. Lui naturalmente non mi ha proprio cercato, e non mi aspettavo che lo facesse, ma forse ci speravo, o forse no.
L'aereo è andato.
E già ieri sera avevo voglia di riprendere il mio posto tra le braccia di Marco, accoccolata su di lui, sul nostro divano, a guardare qualche puntata del "Trono di spade" fino ad addormentarci lì, come sempre più spesso capita per l'estrema stanchezza.
E, anche se poi non se ne è fatto nulla, ho desiderato di fare sesso con lui, lo volevo... Ma eravamo a pezzi entrambi, come sempre accade dopo un'intera giornata passata tra giochi, pranzo e cena da preparare, lavatrici, piccole pulizie di sopravvivenza, ancora giochi, ancora mille incombenze che poi servono solo a mantenere tutti e tre puliti, nutriti, pronti ad affrontare una nuova settimana.
Ci sarà tempo, quel che conta è che non c'è cosa che mi faccia sentire più al sicuro e più felice del suo calore mentre mi stringe a sé, che ancora mi perdo nei suoi occhi e ancora sono assolutamente certa che non potrei mai amare nessuno come amo lui.
Lui ignora quel che è successo, credo, anche se ho trovato strano che non mi abbai chiesto come mi sentivo per la partenza di Carlo. Non ha chiesto, non voleva sapere, perché forse sa. Lui è molto più acuto e delicato di me a volte. Lui sa quando tacere, cosa che io non imparerò mai.
Ma questo è un dubbio che non mi toglierò, una questione in cui, sono certa, neanche lui  vuole fare chiarezza. Forse mi ha sentito distante in questi giorni ma mi ha accettato così, ha rispettato il mio bisogno di essere ignorata.
E ieri ha capito che ero tornata. Laura è qui. Laura è sua.
Il nostro piccolo mondo è salvo, e forse, per un po', anche il mondo intorno a noi...

Ritorno al quotidiano

Andare al lavoro, stare davanti al PC per ore e ore, un caffè e due chiacchiere coi colleghi, il solito pranzo fugace (di solito qualcosa di surgelato da fare al microonde!) verso le 15.30 con Marco, poi ben poco respiro prima che lui vada a prendere la bestiolina e la casa si trasformi in un circo!
Mai come in questi giorni avrei bisogno di silenzio e calma per dedicarmi ai miei pensieri, anche se forse non è male neppure essere distratta in continuazione ed avere mille occasioni per ridere o arrabbiarmi o lamentarmi, così da poter scaricare tutta la tensione che ho dentro e che non posso condividere con loro.
Ogni giorno va un po' meglio, il ricordo è già più sfumato, meno vivo sulla pelle. E quando Carlo sarà partito sarà più facile riprendere il ritmo normale e naturale dei miei giorni, magari anche tornare a fare l'amore con Marco...
Ho saputo da amici, che incontreranno Carlo stasera, che il volo di rientro è fissato per domenica.
Due giorni ancora.
Cinzia mi ha chiesto di uscire con loro stasera, per salutarlo, solo io; del resto Marco non è mai stato suo amico, anzi, direi che a Carlo non è mai stato neppure simpatico, per quanto si siano conosciuti solo di sfuggita. Quella gelosia per i miei uomini, per quanto insensata, non l'ha mai superata.
E Marco sa quanto è stato importante per me Carlo. Sa che siamo amici e che lui per me conta ancora tanto. Non credo ne sia geloso, almeno non lo dimostrerebbe mai, non si perde in simili banalità, non è come gli altri. Non so dire se si fida di me ma di certo non ritiene che starmi addosso o controllarmi sia il modo giusto per mantenere in piedi il nostro rapporto.
E comunque io quella fiducia, se c'è, l'ho tradita, ma nella nostra storia questo episodio non avrà alcun peso, non esisterà. Sarà solo un mio ricordo, sarà solo un pezzetto di vita di Laura, solo un frammento di sogno.
Quando mi ha chiesto perché rifiutavo l'invito di Cinzia ho risposto che sapevo già che ci sarebbero state troppe persone per i miei gusti, che Carlo l'avevo sentito per telefono e che già gli avevo detto di non poter partecipare alla serata per via di precedenti impegni con la mia famiglia.
E poi, ho ribadito, quelle riunioni troppo eterogenee non mi piacciono, ci finiscono dentro persone che si autoeleggono "amici" e che non credo lo siano, e finisce che magari sono proprio loro a monopolizzare l'attenzione del "festeggiato".
La spiegazione lo ha soddisfatto, e poi effettivamente stasera dobbiamo andare a cena da una coppia (forse in fase di disfacimento...) di amici, coi quali stiamo davvero bene e ai cui figli è molto legato Luca. Sono un po' più grandi di lui, per questo gli va dietro come un cagnolino e per qualche ora ci lascia davvero respirare, consentendoci persino di bere qualche bicchiere di vino in pace!
Sono contenta di aver preso questo impegno, sono contenta di non dover affrontare un altro addio, soprattutto in pubblico. Forse sono contenta che lui parta, che stia lontano per chissà quanto tempo. Non sono neanche certa che torni più! E forse non lo desidero.
Se penso che solo pochi giorni fa avrei voluto mi chiedesse di fuggire con lui! Magari per dirgli "NO", ma l'ho desiderato!
Ora sono solo felice di quel che ho, felice della mia vita piccola ma piena, felice dei miei amori, già immersa di nuovo in suoni, ritmi, progetti che ci tengono sempre impegnati e proiettati verso un futuro brillante.
Non è che mi sono dimenticata dello stress che mi provocano le urla stridule di mio figlio o il disordine di Marco, non è che non desideri più fuggire lontano per un po', ritrovare la spensieratezza e la tranquillità di qualche anno fa.
La mia insofferenza verso tutto o quasi tutto ciò che costituisce l'essere genitore non è sparita, non è volata via con i sensi di colpa, che tra l'altro non ho, non è cambiato nulla.
Ecco, è proprio questo il bello, forse, non è cambiato nulla!
E forse non scriverò più di lui, forse.

Il duro risveglio

E' stato solo un sogno? ho immaginato tutto come spesso è capitato in questi anni, per concedermi una fuga, un volo di fantasia lontano da questa quotidianità che mi consuma?
No, sono diversi giorni ormai che ci rimugino su, che cerco di dare un senso a quel che è successo, che cerco di trovargli un posto nella mia vita, senza sconvolgerla e senza rovinare tutto.
Il risveglio ormai c'è stato, dopo il primo giorno di torpore assoluto, in cui ho cercato di stare da sola quanto più tempo ho potuto, in cui ho limitato all'essenziale la comunicazione, per evitare di crollare.
Sono sveglia. Sono assolutamente cosciente e lucida.
Ho tradito, inutile cercare di chiamare in altro modo quel che ho fatto.
Ho tradito e senza esitare!
Ho tradito e, dopo tante riflessioni ne sono certa, non ne sono pentita.
Ho tradito e non ho rimpianti.
Ho tradito e non ho alcuna intenzione di flagellarmi per questo, di punirmi o di umiliarmi in una confessione inutile.
Sono tornata dal mio uomo e da mio figlio, sono di nuovo la mamma amorevole e nevrotica e la moglie che risposerebbe mille volte suo marito! Lo risposerei perché lo amo, infinitamente.
Frammenti di quella sera mi tornano in mente all'improvviso, dettagli che inizialmente non avevo notato (o che la mia fantasia sta forgiando ora?), parole, carezze, sguardi, il detto e ciò che abbiamo solo percepito.
Ed è ancora brivido, un sorriso mi passa sulle labbra, uno strano calore mi avvolge.
E' stato quello che doveva essere, ci sono situazioni in cui è così, in cui si raggiunge la consapevolezza che la vita è una sola, che è fuggevole, breve e che le cose belle vanno colte al volo quando possiamo farlo senza ferire nessuno.
E noi non l'abbiamo fatto. Nessuno saprà mai di quello che c'è stato, nessuno, neanche G. conta, perché lui ci ha fatto incontrare ma saprà fingere che non sia mai successo, ne sono certa.
Per noi due invece rimarrà il ricordo, vivo e salato, e, per me, solo la vaga speranza che tra altri 20 anni magari possiamo trovarci ancora, come se il tempo non fosse mai passato.
Intanto ho la mia vita, una vita un po' in stand by per la mia incapacità di essere mamma e donna contemporaneamente, per il desiderio di fuga che mi attanaglia. Una vita, però, fatta di persone e cose e posti che amo infinitamente, di un amore incrollabile, non scalfibile. Un amore che non sciuperò con lo stupido tentativo di lavarmi la coscienza.
Ho sempre pensato che confessare un tradimento fosse egoistico e da codardi. Lo fai se ha intenzione di buttar via un rapporto, di troncare. A volte non si trova altro modo, altro pretesto... Ma se quello che vuoi non è la fine di una storia, allora saper tenere dentro certe verità è l'unico modo per andare avanti, nel rispetto di tutti.
Qualcuno osserverebbe che non tradire sarebbe il modo migliore di garantire il rispetto per tutti.
In realtà certi principi sono veri solo a metà, appartengono al mondo teorico, un po' come il concetto di fiducia assoluta (che non esiste, se non temperato dalla consapevolezza della fallibilità umana), o di amore assoluto, o di verità assoluta.
Il rispetto passa attraverso il non mettere mai la persona che ami in una situazione di disagio, nel non costringerla al confronto con un altro amore, nel non farle affrontare sofferenze inutili se alla fine la verità è che la ami e non la vuoi perdere.
Ciò che non si conosce non esiste, ciò che solo due persone possono conoscere, può continuare a non esistere.
Non sto cercano alibi o giustificazioni. Se Marco mi tradirà mai (o se mi ha tradito in passato), non voglio saperlo, non se ancora mi ama, non se vuole me e ancora me.  Nei primi anni della nostra relazione qualche tradimento c'è stato e il fatto che l'abbia confessato non è stato d'aiuto. Io quel tipo di "correttezza" non lo apprezzo. Ma allora lui voleva lasciarmi per stare con lei, e quindi aveva un senso farmi soffrire, darmi gli elementi per allontanarmi da lui.  Ed in ogni caso è stato un dolore immenso, ma forse non tanto il tradimento, quanto l'essere abbandonata. Non lo so, so solo che non farei mai lo stesso. E lui sa che non vorrei sapere, per quanto, certamente, non resisterei alla tentazione di fargli il terzo grado...
Ma lui non lo saprà mai. Nessun amico o amica godrà di un racconto o di una confidenza in proposito. Questa cosa sarà solo mia. E di queste pagine...
Questo piccolo dolore sarà solo mio...
Sapere che lui è ancora qui, lo sarà per qualche giorno, e che potrei vederlo se solo decidessi di farlo! E' questa la parte difficile, rinunciare. Ma se lo cercassi non sarebbe più l'inevitabile, sarebbe una relazione, sarebbe qualcosa che non voglio. Finisce qui.
Lui se ne andrà lontano, con la sua famigliola felice, io starò con la mia, felice anch'essa!
Del resto non avrei mai accettato di andare così lontano con lui, non avrei mai potuto vivere insieme alla sua mamma, non avrei mai potuto essere il tipo di donna che lui vorrebbe. La donna che vorrebbe è forse quella che ha. Giovane, felicemente mamma e dedita a casa e famiglia, oltre che a presentarsi sempre carina e in ordine!
E poi lui è uno che tradisce sempre, che ascolta i suoi desideri ogni volta che può. Almeno è così che lo ricordo. E anche se ha detto di essere cambiato, non ne sono convinta.
Probabilmente, e mi costa ammetterlo, quel che è successo con me, con la stessa poesia, le stesse emozioni, sarà già accaduto con altre amiche/amanti, magari sta accadendo proprio ora, mentre scrivo e penso a lui.
Non importa. Io non lo incontrerò, gli scriverò più avanti, come se mai fosse successo.
E vivrò come se mai fosse successo.
Marco è la mia vita, lui è l'uomo che ho voluto, è come l'avrei voluto, è come ho sempre sognato che fosse, al netto dei piccoli difetti che comunque ci sono e che non riuscirò mai a fargli correggere, così come lui dovrà tollerare tutti i miei!
Se queste pagine fossero state scritte da un uomo so che suonerebbero più tollerabili per la maggior parte delle persone, ma sono mie. Io sono questa e come me tante e tanti.
Inutile fingere di essere puri, alla fine chi lo è davvero è solo terribilmente noioso...

Una domenica qualunque

Una domenica come tante, con marito e figlio, a casa dei miei, a sorseggiare un caffè solo per il gusto di un rituale che ormai, da soli, noi non rinnoviamo più. Un caffè più amaro del solito, quanto basta per farmi assaporare pienamente la sigaretta che fumo avidamente sul balcone, guardando all'orizzonte, oltre le case e le colline, oltre le poche nuvole, nell'aria tiepida della nostra primavera.
Sono sola fuori, lui si è trattenuto davanti alla TV a seguire un'ormai noiosissima gara di Formula 1.
Sola, forse anche un po' seccata per questo, ma in fondo serena.
Mi piace guardare lontano, pensare in modo confuso, mescolando ricordi e sogni, illusione e realtà, quasi sentendo l'eco di voci del passato, di quello lontano e di quello più recente, voci amate, che riempivano le mie giornate e che ora non ci sono più...sono volate via, come vola via tutto prima o poi...
Poi quella pace rotta da una voce reale, anch'essa amata, che mi chiama: è mamma, dice che il mio telefono sta squillando; strano, ho sempre la suoneria così bassa che di solito neanch'io la sento, eppure stavolta lei l'ha sentita, mi ha avvertita. E stranamente stavolta non le ho risposto di lasciar perdere, di lasciare che squilli, che non ho voglia di rispondere, chiunque sia a cercarmi.
Non l'ho detto, non sono rimasta lì, ferma, a fumare e a godermi il momento. Ho schiacciato quel che restava della mia Marlboro nel posacenere e sono tornata svelta dentro casa, a cercare la borsa e quel telefono che ancora suonava.
Di solito si arrendono prima, invece continuava a squillare, e di solito io mi arrabbio pure, non amo il telefono, non amo chi insiste, non amo chi interrompe i miei momenti di vita vera per chiacchierare da lontano di cose che in quel momento non mi appartengono o che mi annoiano.
Ma le mie mani frugavano in quella borsa che, come sempre, sembrava un pozzo senza fondo quando hai fretta di trovare qualcosa...e giusto in tempo ho afferrato quell'aggeggio che vibrava illuminato.
Ho guardato un po' distrattamente il display e un attimo dopo mi stavo chiedendo che cosa volesse da me Gianfranco. Non ci sentiamo mai, non mi chiama mai, è solo una conoscenza, un amico di cari amici col quale chiacchiero volentieri se ci si incontra di fronte a un bicchiere...è uno che mi riporta alla mente cose andate, che mi fa piacere rivedere anche per questo, perché ho le sensazione che anche lui sia consapevole che sorridersi faccia tornare a galla frammenti e risate di giorni lontani, di persone lontane.
Ho risposto, non ho potuto farne a meno, la curiosità ha preso il sopravvento, o forse l'istinto, non lo so. So solo che sono uscita fuori per parlare al riparo da altre orecchie, anche se ero ancora convinta che potesse trattarsi di un semplice errore, magari una chiamata partita così, come succede spesso a me...
Ma la sua voce era pacata mentre mi salutava, e prima ancora che rispondessi al suo "come stai?" stava già sussurrando che non voleva mettermi in imbarazzo o disturbarmi, che non avrebbe voluto chiamarmi ma che lui aveva insistito perché lo facesse, che non aveva potuto dirgli di no...E io volevo parlargli, vederlo? Si, proprio lui, Carlo.
E' tornato, all'improvviso, starà qui pochi giorni, vuole vedermi, dice che ha bisogno di vedermi e non se l'è sentita di chiamarmi ma, sempre per bocca di G., chiede che, per favore, io non gli dica di no, non stavolta.
Mi tremano le gambe, le mani, forse mi trema tutto mentre il mio battito accelerato mi impedisce di pensare, mi rimbomba nelle orecchie come un tamburo mentre sento il mio viso farsi più caldo e gli occhi sempre più incerti... Sto per piangere? Non lo so, non so nulla in quel momento, mille sensazioni mi invadono e mi rendono difficile scandire le parole quando finalmente riprendo, forse, il controllo di me, giusto in tempo per chiedere "Dove siete?".
Neanche per un attimo ho pensato si trattasse di uno scherzo, neanche per un attimo ho dubitato, neanche per un attimo ho pensato di dire no. Non avrei mai potuto dire no, e un po' mi lusingava che lui avesse potuto temere una risposta simile. Gli ho detto di no tante volte, è vero, e neanche una volta era quello che avrei voluto dire realmente! Le parole mi uscivano di bocca per istinto e poi le ingoiavo dolorosamente quando era troppo tardi per ritrattare, quando era troppo tardi per il mio orgoglio, che è sempre stato quello a fregarmi, a farmi buttar via momenti che non saprò mai come sarebbero stati, perché li ho sciupati e quel che invece ho vissuto di noi non mi è mai bastato!
Comunque sono a casa di G., posso arrivarci velocemente, devo arrivarci velocemente, ho come la sensazione che si tratti di un sogno e che possa svanire all'improvviso, con un brusco risveglio dal sapore amarognolo.
"Era Cinzia, ha bisogno di parlarmi un attimo" dico, e nessuno fa domande, sanno che lei ha sempre qualche emergenza in corso,  di quelle che fanno tirar tardi e che richiedono grande pazienza e capacità di ascoltare, di quelle che, lo so, per loro sono solo questioni noiose delle quali fanno volentieri a meno, soprattutto Marco. Preferisce stare lì e magari gestirsi il bambino per qualche ora da solo che non stare a sentire le paranoie di Cinzia. Lo so, vado sul sicuro. Ho qualche ora di autonomia. Solo mamma abbozza una domanda, curiosa, ma non ho tempo, devo andare subito, poi, le dico, magari le racconterò...
Scappo senza neanche dare il solito bacio ai miei uomini, in effetti non mi fermo neanche per abbracciare Luca, perché ho troppa paura che l'emozione che mi viaggia dentro alla velocità della luce possa farmi cadere in fallo, farmi tremare la voce o ancora le gambe, devo andare e basta, e allora scappo. Se non corro è solo per non dare nell'occhio, perché, anche se quasi non mi sento gli arti inferiori, so che potrei e vorrei correre veloce, eliminare la distanza, poca, che c'è tra di noi.
Non devo neanche guidare, bastano cinque minuti e se non muoio prima sarò lì, a guardarlo negli occhi, se ci riesco, dopo vent'anni!
Sono passati davvero vent'anni e pochi mesi da quando ci siamo visti l'ultima volta, prima che se ne andasse all'altro capo del mondo, con mille progetti per la testa, mentre io un po' fingevo e un po' ero davvero felice per lui. Lo ero, si, ero solo maledettamente triste per me, per tutto quello che stavo perdendo e per tutto quello che non avevo detto, fatto, osato.
Lui andava lontano, io morivo, ma da buoni amici ci siamo salutati con un abbraccio quell'ultima sera, da buoni amici tra amici, mentre io avrei voluto restare un po' da sola con lui. A dire cosa non so, ma so come sarebbe andata a finire...
E da allora poche lettere, le mie, perché tanto lui non rispondeva, non amava scrivere, ma amava ricevere quelle pagine fitte di racconti, aggiornamenti, battute, frasi affettuose e assolutamente spoglie di ciò che avrei voluto scrivergli davvero, che mai avrei rischiato di mettere pure per iscritto. Certe cose non gliele avevo mai dette, farlo per lettera mentre si ricostruiva una vita lontano da me non appariva troppo sensato, in effetti non lo era.
Lo avevo amato così tanto, di un amore cieco e sordo, di un amore che non ragionava e che mi annientava. Lo avevo amato così tanto da non poter smettere di soffrire mentre sentivo le farfalle nella pancia ogni volta che lo incontravo o che solo intravedevo il suo viso tra la folla. Ero solo una bambina all'inizio, timida, orgogliosa, convinta di avere tutta la vita davanti, una vita in cui lui avrebbe avuto un posto speciale. Mai mi aveva sfiorato l'idea che avrebbe potuto decidere di partire, non così lontano, non con così tanto coraggio...o incoscienza.
Siamo stati insieme tante volte, per periodi brevi o per incontri occasionali, ad intervalli di tempo più o meno lunghi, troppo lunghi per me. Ci abbiamo provato, ma eravamo dei ragazzini e il mio bisogno di averlo tutto per me cozzava con il suo bisogno di essere libero e cogliere al volo tutte le occasioni che quel viso bellissimo, quel corpo scolpito eppure morbido, quella capacità di essere insieme ironico, profondo e distante, gli procuravano quotidianamente.
Era giovane, era curioso, e soprattutto non era innamorato di me. Credo di nessuna in realtà.
Non è stato il mio primo bacio, ma quella sera, mentre si faceva buio e riuscivamo ad ignorare altre presenze non proprio distanti, a 14 anni, tremante, seduta sulle sue ginocchia e fra le sue braccia, sul muretto dei giardinetti pubblici, quella sera ho capito per la prima volta che differenza c'è tra il baciare il primo ragazzo carino che le amiche ti consigliano di non lasciar sfuggire e baciare invece la persona per la quale da mesi ti si stringe lo stomaco e un desiderio dolce e potente ti consuma dentro, estraniandoti da tutto, perché null'altro è abbastanza intenso, perché tutto il resto si riduce a un puntino... Un bacio caldo, bagnato, le sue labbra morbide e piene, le mie mani sul suo viso perché avevo desiderato così tanto di sentire la sua pelle e non riuscivo a smettere di accarezzarlo, non avrei voluto smetter mai, mentre mi lasciavo guidare da lui, in un turbinio di emozioni e paure. Un bacio, un altro, lunghissimo, un altro ancora...
Per lui non era nulla, credo, ma per me era brivido e felicità pura! Anche se non la sapevo vivere...
E' bastata una settimana perché il mio orgoglio ferito mandasse tutto all'aria, fino a farlo allontanare forse un po' incredulo, mentre anch'io mi chiedevo che diavolo avessi combinato! L'unica magra consolazione era pensare che ero solo una ragazzina, una folle ragazzina innamorata che non sapeva come muoversi, come parlare, come prendere ciò che voleva. E da allora, negli anni, mentre i miei sentimenti crescevano insieme alla nostra amicizia, è stato un susseguirsi di lunghi periodi di distacco, miserevoli tentativi di dimenticarlo rifugiandomi a volte in qualche infatuazione passeggera e mai abbastanza intensa da mettere in ombra lui. Tutti i miei tentativi di vivere altre storie potenzialmente interessanti, finivano nel giro di poche settimane, con me che scappavo a gambe levate, dovendo ammettere, a volte non solo a me stessa, che ero ancora innamorata di lui, che non c'era spazio per nessun altro! Ho creduto potesse succedere qualche volta, ma la verità è che lui era parte di me, c'era anche quando mi sembrava di no, c'era anche mentre piangevo per un altro, perché l'unica certezza marmorea e immutabile nel mio cuore come nella mente, era che lo avrei amato per sempre. Neanche provavo più a raccontarmi il contrario.
Eravamo amici, io non ero quella per cui lui avrebbe lottato, non allora.
Credo sapesse che lo amavo, anche se non l'ho mai detto, ma c'erano momenti in cui comunque ne dubitava, in cui si sentiva rifiutato, in cui si convinceva che davvero per me lui fosse solo un amico, un caro amico. "Tu mi vuoi bene come a un fratellino" mi ha detto una volta mentre lasciava trapelare tutta la gelosia che provava per la persona con cui mi vedevo allora. E questa sua gelosia mi lusingava, senza comunque portarmi a fare niente di diverso, tiravo dritto, come se non ci fosse stata scelta e come se, soprattutto, ci fosse stato tutto un futuro, un immenso futuro per rielaborare il nostro rapporto, un giorno, se così doveva essere.
Bè, così non è stato.
Certo, a 16 anni e mezzo la mia prima volta non avrebbe potuto essere se non con lui, di cinque anni più grande. In quell'auto di seconda o terza mano, in uno spiazzo qualunque, col sole ancora alto, così che neanche il buio mi proteggeva dalle mie paure. Ma non ne avevo bisogno, per quanto tremante mi affidavo a lui. Lui che gestiva, guidava, un po' tenero e un po' distante. Io ero come in trance, io ero solo felice di vivere questa cosa con lui, ero felice di sentire il suo corpo liscio sulla mia pelle, io c'ero ma in un modo così trasognato che forse non ero quasi personaggio attivo in quella vicenda...eppure so che è stato bello, che è stato come doveva essere, che sono felice sia stato con lui.
Felice, così tanto da non aver neppure compreso che quella volta era il suo orgoglio ad andarsene ferito, mentre provava a chiedermi con chi altro fossi stata prima. Davvero la domanda è stata formulata in modo così contorto e brutale che neppure ho capito lì per lì, che non ho risposto se non con una richiesta di spiegazioni su cui ha glissato velocemente... La mia prima volta e lo sapevo solo io. Perché a quell'età, se non chiedi delicatezza, se non soffri in modo evidente, magari se non perdi sangue, allora significa solo che non sei vergine! Non so come sia per i ragazzi di oggi, ma quella volta è così che è andata. E nei giorni e mesi seguenti non ho avuto né modo né, forse, voglia di spiegare come stavano le cose. Pensavo di farlo più avanti...e invece non l'ho fatto più...
Dopo quella volta, a distanza di tempo, ancora con lui, solo con lui. Non stavamo insieme, però per me era l'unico, e ogni volta era speciale. Ma sono certa che quel malinteso insignificante della prima volta abbia segnato il corso delle cose, abbia fatto venir meno l'immagine della Laura tenera e innamorata, inesperta e ingenua che forse pensava di conoscere. Eppure io ero proprio così, io ero quella Laura lì. Ma non so perché non sono più tornata indietro, non gli ho mai detto la verità, forse mi piaceva che pensasse di non essere il solo, non lo so, so solo che con l'esperienza ho imparato bene che l'orgoglio non serve proprio a nulla!
E sempre siamo rimasti amici, mai dubitato di questo. Era un po' come stare sulle montagne russe, solo che tra noi prevalevano i tratti in pianura, lunghissimi, prima che si prendesse nuovamente la rincorsa per la discesa senza respiro. E poi questo è come la vivevo io, come la immagino io, chissà per lui com'era, forse era solo quel che capitava, come capitava, se capitava.
Sapevo che mi voleva bene e sapevo che era sempre geloso di me, come se in qualche misura rimanessi "sua", ma sapevo anche che non se ne sentiva sicuro e che questo mi piaceva. Si, mi piaceva la sua insicurezza, quella poca che restava, mentre la mia era un gigante spaventoso!
E gli anni sono passati, io con le mie storie destinate al fallimento, lui con le sue tantissime storie non storie, non so neppure se si sia innamorato qualche volta. Io non l'ho mai visto innamorato di una ragazza, né me ne ha mai parlato. Ma di sicuro in tanti anni non ha trascorso troppe notti da solo, non era da lui. Forse non lo è ancora.
E mentre camminavo svelta, in discesa, cercando di regolarizzare il respiro ancora affannoso, ripensavo velocemente a tutte queste cose, solo dei flash nella mia mente, tanti punti interrogativi, tanti ricordi ormai troppo consumati dal tempo e dalle rivisitazioni, forse sottoposti a qualche sorta di correttore di bozze per renderli comprensibili e consentirmi di sopravvivere.
Il cuore minacciava di saltar fuori dal petto quando sono arrivata davanti a quella porta chiusa. Immobile ma instabile, che cercavo di riprendere fiato e le sembianze di una donna sicura. Ma probabilmente avevo più le sembianze di un fantasma senza colore e con lo sguardo perso. Esitavo con dito che sfiorava quel pulsante del campanello...e ancora mi chiedevo "Cosa ci faccio qui?!", consapevole che se avessi varcato la soglia non mi sarei mai tirata indietro, di qualunque cosa si trattasse.
E poi via! Ho pigiato e il classico DRIIIIINNN ha risuonato oltre quella porta che ancora mi separava dal baratro dei miei desideri e delle mie paure.
Passi veloci e qualche mormorio poi la porta si apre. Ma è Gianfranco, mi accoglie sorridente, mi bacia e mi trattiene lì per un attimo, tenendomi per mano, studiando la mia espressione, cercando di cogliere il mio stato d'animo. Chissà cosa pensa lui, mi dicevo. Ma io lo sapevo cosa pensava, era tutto soddisfatto di sé, consapevole che per me quello era una specie di regalo, consapevole che l'avevo desiderato per tanti anni. O forse no. Del resto non ne avevamo mai parlato, non siamo mica così amici da condividere certe cose...forse mi scrutava proprio per capire se andava tutto bene o se l'aveva combinata grossa a trascinarmi lì in quel modo, a rendersi complice di qualunque cosa stesse succedendo.
"E' stata una sorpresa anche per me" dice, e poi aggiunge "ma è come se non se non se ne fosse mai andato, è sempre lo stesso". Chissà cosa intendeva, pensavo, chissà se davvero era lo stesso, nessuno lo è dopo tanto tempo!
E chissà se era ancora bello come una giornata di sole, chissà se mi avrebbe deluso. Non è tipo da social network, niente Facebook, niente Instagram, e del resto lo sono poco anch'io. Solo whatsapp per tenere i contatti in modo economico.
Ho visto qualche sua foto in questi anni, qualcosa che ha inviato ad altri amici, solo una inviata a me circa tre anni prima. In questa era solo, sorrideva, occhi semichiusi, non era forse la sua foto migliore ma ho pensato comunque che non avesse perso granché, sempre il mio bellissimo Carlo...anche se era un primo piano e non ero certa che sotto non ci fosse ormai un corpo appesantito e un abbigliamento inappropriato. Già, perché lui non ha mai avuto particolare gusto nel vestire, compensava con la personalità, la giovinezza, la freschezza e la consapevolezza di essere bello così com'era, infallibilmente bello!
Mi sono sempre chiesta se invecchiando sarebbe cambiato e se, cambiando, mi sarebbe piaciuto ancora. Quella foto non mi faceva cambiare idea, le altre le avevo viste più avanti e solo di sfuggita, anzi, le avevo degnate di uno sguardo fugace per non lasciarmi sopraffare dall'irresistibile mania del sottopormi a un feroce e poco obiettivo confronto con la sua donna del momento. Ho una buona opinione di me stessa, non mi svaluto, posso dire di non essere una falsa modesta e che, nel complesso, mi piaccio. Non sono un'insicura nei rapporti con l'altro sesso. Ma con lui sono sempre entrata in crisi, con lui diventavo miope, tanto che qualche insignificante ragazza, soprattutto se più grande di me, accanto a lui diventava affascinante (nel caso in cui fosse bruttina) e bella (nel caso fosse carina) senza che effettivamente ci fosse motivo di pensarla così.
Ho avuto la fortuna di non vederlo mai con una ragazza davvero bella, affascinante e piena di personalità, non perché non ne abbia avuto di questo tipo, semplicemente io non l'ho incontrato con nessuna di queste e allora potevo e posso ignorare la cosa.
Ma quelle ultime foto parlavano chiaro. Mostravano un Carlo apparentemente felice, che abbracciava una ragazza bionda  e che guardava sorridente un bimbo che allora poteva avere intorno ai due anni. Non so dire se il bambino gli somigliasse, era moro e pienotto, ma non si potevano distinguere lineamenti o colore degli occhi. Lei invece l'ho vista bene, magari sarà particolarmente fotogenica, resta il fatto che era bella, giovane, con un sorriso da pubblicità. E nemmeno pensavo gli piacessero troppo le bionde, che poi, in Brasile, non mi aspettavo certo che andasse a beccare proprio una bionda stile miss Olanda! Ho sempre cercato di ignorare i commenti entusiastici di tutti quelli che hanno visto quelle foto e ancor più quelli di chi l'ha conosciuta. Ok, erano felici, forse sono felici. Lo ero anch'io, lo sono anch'io. Basta così.
E a questo punto mi ritrovo nell'ingresso di casa di Gianfranco, un andito in penombra, e spero che anche in salotto ci sia la stessa poca luce, perché ho paura di lasciar trasparire troppo, di avere l'espressione di una ragazzina che sta per incontrare il suo idolo e trema e arrossisce e magari si illude anche un po' che lui sia lì per lei e solo per lei! Per fortuna so di non arrossire in realtà, non mi accade mai, ma di certo ho gli occhi lucidi e tremo, sto in piedi a stento.
Nello stordimento più totale riesco solo a captare che in casa siamo solo noi tre, che la famiglia di Gianfranco è fuori e che Carlo, invece, è tornato in Italia da solo, è arrivato due giorni prima e si tratterrà per altre due settimane.
Non so se devo gioire o tremare all'idea, è solo, e due settimane sono tanto tempo...o troppo poco, perché lui trova sempre il modo di dedicarne solo qualche briciola a me. Parlo con me come se fossimo ancora quelli di una volta, cavolo, non lo vedo da vent'anni e già sono pronta a recriminare sul poco tempo che mi riserverà!
Comunque non dico una parola, faccio qualche passo incerto e svolto a sinistra, nella porta del salotto. La luce c'è eccome, troppa, comunque abbastanza per farmi scoprire che anche con un po' di capelli brizzolati sulle tempie è sempre bellissimo, che il suo sorriso pieno è sempre lo stesso, che sorride ancora anche con gli occhi neri e profondi.
E' lui, sempre lui, lo amo ancora, lo so. In un attimo mi rendo conto che ciò che ho sempre ritenuto un po' terreno di furbetti e doppiogiochisti in cerca di assoluzione è invece una innegabile realtà. Si possono amare due persone contemporaneamente, non so di più, ma due di sicuro. Perché se persino in quel momento sono certa di amare con tutta me stessa Marco, il mio uomo perfetto, sono altrettanto sicura che quel che provo per Carlo non può essere altro se non amore.
Naturalmente non so invece dire che sentimenti si celino dietro il suo sguardo un po' emozionato ma anche, senza dubbio, divertito. Sa di avermi sorpreso, sa che sono spaesata e confusa, che se mi trovo lì, se sono arrivata con così poco preavviso, significa solo che ho non ho saputo o potuto farne a meno, che sono ancora sua.
Mi viene incontro, io non so se sto ancora camminando, lo stomaco è in subbuglio, in un attimo mi ritrovo tra le sue braccia e gli tengo le mie intorno al collo mentre i nostri occhi scrutano in profondità, interrogandosi, e i nostri nasi e le fronti si sfiorano. Un bacio sulla guancia o no? Neanche il tempo di pensarci su e già le nostre labbra si cercano, è un attimo e tutto sparisce lì intorno, la luce, Gianfranco, le pretese di fedeltà, le nostre vite. Un bacio caldo e infinito, baci avidi. E spariscono quei vent'anni che ci hanno separato.
Passano almeno 10 minuti prima che riusciamo a dire una parola..."Ciao" sussurra lui, e sono tra le sue braccia, seduta su una delle sue cosce forti, perché no, non si è appesantito, non sta neppure male con i soliti jeans sdruciti e una maglia di un violetto improbabile.
"Ciao" rispondo in un sospiro, senza mai distogliere gli occhi dai suoi. Gli accarezzo il viso, le mani, lo abbraccio forte mentre mi giro su di lui, per tenerlo tutto contro il mio corpo, ne ho bisogno.
So già che Gianfranco si è defilato, non so se è uscito di casa ma di certo sa che deve lasciarci soli. Mi fido di lui, ci coprirà, perché vuole bene a Carlo, perché gli piacciono gli intrighi, perché lui è così e basta.
Lui mi tira su, in piedi, mi stringe forte e mi tira un po' i capelli mentre continua a baciarmi sul collo e sul viso e ancora sulla bocca. Sento una parete alle spalle, e mentre mi solleva perché possa avvolgerlo con le mie gambe dice "Mi sei mancata...". "Anche tu..." dico io, eppure so che ha detto l'ennesima balla, che non mi ha pensato se non poco prima di organizzare questo viaggio da solo, perché se c'era un'occasione tanto vale sfruttarla! Io lo conosco, io so che mentre dice che gli sono mancata ci crede, ma so anche che non è vero. Come lui non è mancato a me.
L'ho pensato spesso, è vero, anche con rimpianto per quel che tra noi non è stato, per un certo tempo mi sono crogiolata nel suo ricordo, ma poi sono andata oltre, ho amato e vissuto fino in fondo un uomo che non era lui, sono stata felice e continuo ad esserlo (crisi di maternità a parte!).
Però in quel momento erano queste le cose che dovevamo dirci. E in quel momento sapevo che avrei potuto fare pazzie se solo me l'avesse chiesto, per poi tornare indietro a elemosinare il perdono di Marco però, perché ora so bene che la fuga non sarebbe durata, neanche se lui l'avesse voluto davvero. Bè, ora so anche che lui non voleva nessuna fuga, che non era lì per chiedermi di mollare tutto e tornare con lui, che non aveva alcuna intenzione di cambiare la sua vita.
Per un po', però, potevo credere che sarebbe durata, che lui lo desiderasse quanto me, mentre con la sua solita sicurezza mi guidava e accompagnava in un sesso fluido, disinibito, in cui io potevo finalmente lasciare gestire a un altro, ascoltando solo il piacere che inevitabilmente saliva lento ma impetuoso.
Lacrime. Non so perché si finisca per piangere quando si gode così, ma è bello leccarsi le lacrime l'un l'altro, baciarsi ancora e fingere che sia irripetibile e che sia per sempre.  In un attimo mi rendo conto che è stato molto meglio di come ricordavo il sesso con lui, che sono cresciuta e che ora so vivere sensazioni e situazioni alle quali da ragazzina non potevo o non sapevo abbandonarmi fino in fondo.
Io adesso desidero davvero abbandonarmi, l'ho fatto con lui, per la prima volta. Ho perso il controllo, una bestialità per me, ma un'esperienza indimenticabile con lui!
Neanche per un attimo ho pensato di tirarmi indietro, neanche per un attimo ho pensato di stare facendo un torto a qualcuno, sapevo che tutto quel che succedeva era assolutamente necessario e inevitabile. E in fondo sapevo anche che probabilmente non sarebbe successo mai più. Lo sapevo, ma continuavo a sperare che magari sarebbe stato l'inizio di un qualcosa, che magari quel legame speciale potesse rinnovarsi ogni volta, al suo ritorno.
Sentivo che anche lui l'avrebbe voluto, che non voleva lasciarmi andare, e infatti mi teneva stretta a sé, mi parlava come solo lui sa fare per portarmi dove desidera, mi scopava ancora e ancora...
E quando, mentre ci rivestivamo, perché io comunque dovevo andar via, non sapevo neanche quanto tempo fosse già passato, che sembrava una cosa così fuori luogo controllare l'orologio, ecco che la doccia fredda è arrivata, inevitabile anch'essa, come sempre.
Non sarebbe tornato più; sua madre, unico vero legame con questo paese, essendo figlio unico e avendo perso il padre da ragazzino, sarebbe andata a vivere con lui in quel posto straniero e lontano. Un posto straniero solo per me però, perché la sua Ana ha una famiglia lì e quindi anche lui. Quel bambino che ora ha 4 anni è tutta la sua vita, il suo lavoro gli piace e qui non ne avrebbe mai trovato uno simile...insomma, che cosa c'era qui per lui?
E mentre lo chiedeva, ma era una domanda retorica, senza rendersi conto dell'indelicatezza, io mi sentivo morire. Era un addio, ormai anche un addio frettoloso, perché non ci saremmo incontrati nei giorni seguenti, non avrei potuto. Soffrivo terribilmente. Non ero pentita di nulla, non avevo rimpianti, soltanto ero triste, tremendamente triste.
Lo perdevo ancora una volta. Ancora una volta era lui a decidere per entrambi, a darmene comunicazione costringendomi ad accettare una realtà immutabile. Non c'erano margini di ripensamento, non c'era altro da dire. Gli sarei mancata, diceva. Forse gli credevo.
L'ho baciato per l'ultima volta, e avrei voluto mangiarlo, inglobarlo, per tenerlo sempre con me.
Ho guardato quegli occhi splendidi per l'ultima volta, l'ho ringraziato per quelle ore bellissime, per avermi pensato e voluto, gli ho promesso amicizia e le solite lettere.
Non gli ho detto che lo amavo, non gli ho detto che era stato il primo, ancora una volta un residuo di orgoglio ferito mi ha spinto a tacere. Perché regalargli anche quell'ultima soddisfazione? Era abbastanza così, potevamo tornare alla nostra vita.
Io, di sicuro, tornavo alla mia, un po' confusa e col bisogno di riflettere un po' ma sicura, proprio sicura, che non avrei mai potuto rinunciare a Marco e a mio figlio. Mai.
E del resto nessuno mi ha chiesto di farlo...


Dammi un pò di tregua...

Non è possibile, con te è sempre la stessa storia! La butti lì come niente fosse, una di quelle tue solite richieste balorde, e poi pretendi...