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Lavoro, lavoro, lavoro

Oggi ho sentito alla radio che, rispetto al 2013, l'ISTAT attesta che nel 2017 ci sono circa 700.000 posti di lavoro in più in Italia. Dato assoluto che, certo, non significa molto, ma tutti dicono che fa ben sperare, se si escludono i così detti "corvi" di turno, che sanno sempre gridare al disastro senza mai proporre qualcosa di alternativo che sia, oltre che teoricamente auspicabile, anche effettivamente realizzabile ed economicamente compatibile.
Non ho simpatia per i pentastellati che vanno tanto di moda, non ho mai simpatia per chi è sempre pronto a giudicare, ad accusare, a dirsi contro il sistema del quale fanno pur sempre parte!
Non ho simpatia per chi ha verso lo STATO un atteggiamento irrispettoso e sfascista. Non ho simpatia per l'incompetenza mascherata da "verginità politica".
Con questo non voglio certo difendere l'intera classe politica, anzi! ma credo che esistano i politici che fanno il loro mestiere e anche che, a volte, sia preferibile un politico navigato dei novellini che della macchina amministrativa non sanno proprio nulla e pretenderebbero di gestirla come fosse una casa senza regole!
A parte tutto questo, tornando al dato sull'occupazione, quello che mi ha fatto riflettere è che io, facente parte della categoria dei così detti "fortunati" con un lavoro (e ci sarebbe da dire, perché il posto me lo sono conquistato!), proprio stamattina, come tante altre volte, non riuscivo a buttarmi giù dal letto e poi, mentre facevo colazione, continuavo a pensare a quanto sarebbe stato bello non dover andare in ufficio e magari andare invece a fare la spesa, come fanno tante persone che vedo in giro!
Non ho la vocazione della casalinga ma giuro che, pur di non andare a lavorare, sarei pure disposta a pulire la casa e, forse, anche a cucinare, cose che faccio poco e male!
Non posso dire che vorrei fare la mamma a tempo pieno ma stare a casa, fare le cose necessarie (forse due lavatrici con molta calma) e poi, magari, scrivere, leggere, guardare la TV, anche innaffiare le piante, non mi dispiacerebbe per niente.
Tutto senza ansie, senza tempi contingentati, con la sola scadenza data dall'uscita del cucciolo dalla scuola materna entro le 16.00. Che sogno!
Certo, per far questo ci vorrebbero dei soldi che non ho e, non essendo sposata con uno che guadagna abbastanza per due (che poi non potrei essere serena senza risorse strettamente personali!), salvo una bella vincita a qualche gioco, concorso, gratta e vinci (ai quali però non regalo d'abitudine i nostri soldi, per cui non ho motivo di sperare neppure nella vincita!), sono senza speranza!
Se penso che a 68 anni (secondo le regole attuali, che potranno anche peggiorare) dovrei ancora recarmi in ufficio a fare alla meno peggio un lavoro che, per lucidità mentale in discesa e calo delle capacità di apprendimento e adeguamento alle nuove tecnologie e alla complessità dei procedimenti, non dovrebbe essere mai svolto, secondo me, oltre i 60 anni! E lo dico perché vedo come funzionano quelli che di anni ne hanno di più, che spesso sono una palla al piede per chi va più veloce e tendono a rallentare la macchina nel tentativo vano di mantenere le cose come stanno, rifiutandosi disperatamente di adeguarsi ai cambiamenti.
Lo so che ci sono lavori o settori in cui l'età, nel senso di maggiore esperienza, può anche essere un vantaggio, ma ci si limita ad ambiti molto specializzati, al settore cultura, ricerca, medicina e simili. E comunque non è sempre così neanche in quei settori, c'è poco da fare, i giovani sono quelli che possono garantire menti aperte e apprendimento veloce, innovazione ed energia.
Io già sono in quella terra di mezzo in cui, pur sentendomi giovane, non sono considerata tale ed effettivamente non sono così svelta nell'acquisire sempre nuove competenze, non sono più così versatile come un tempo, non ho più voglia!
Come dico sempre, il mio lavoro lo svolgo con serietà e impegno, sono anche efficiente, ma mi costa sempre di più e sempre di più desidero abbandonarlo. E sapere di non poterlo fare, di non potermelo permettere, è una tortura, mi fa sentire in gabbia. In gabbia a casa, come madre, in gabbia al lavoro, senza possibilità di essere un minimo creativa.
Eppure mi sento un po' in colpa se penso a quanti farebbero carte false per avere il mio lavoro, con le sue garanzie, con le sue noiose certezze, se non altro il 27 di ogni mese, che anche se lo stipendio è basso (ma non è motivo di lamentela da parte mia!) sai che arriva e che ti permette di pagare bollette, mensa scolastica, mutuo e tutto quel che serve a una famiglia per vivere decentemente, almeno secondo i nostri standard, perché certo non possiamo permetterci capi firmati, SUV o vacanze in albergo!
Se solo potessi permettermi le stesse poche cose, che poi so bene quanto valgono, stando a casa in pace con me stessa, sarebbe un sogno che si avvera.
Poi mi chiedo se non sarebbe una scorciatoia verso la vecchiaia, l'inacidimento, l'ignoranza...che a volte la libertà di non dover più aggiornarsi, studiare, garantire efficienza e un minimo di conoscenza del mondo in cui si vive, può portare al disinteresse, alla pigrizia mentale, a volte ad avere una visione così limitata delle cose da finire con il giudicare in modo sterile, con il bersi tutte le cazzate dei TG o di pessimi quotidiani locali, col diventare una comare credulona e votata al pettegolezzo e a quella visione rassegnata e triste che contraddistingue l'italiano medio...
Eppure, nonostante tutto, io a casa ci vorrei stare lo stesso.
Avrei il tempo di scrivere senza interrompermi ogni due secondi per star dietro alle esigenze del cucciolo, senza dover ridurre a icona questa pagina ogni volta che Marco si avvicina... Almeno la mattina sarebbe mia, solo mia!
Potessi permettermelo, almeno per un po', per vedere com'è.
Ma niente da fare, ufficio tutti i giorni, di corsa tutti i giorni per poi far tardi lo stesso, attendendo l'estate e quei 20 giorni di ferie come fossero la liberazione, per poi sbatterci la faccia ogni volta quando mi rendo conto che significano semplicemente 24 ore al giorno con mio figlio, il mio amato figlio.
No, l'amore non basta, a volte bisogna fuggire, prima o poi dovrò farlo.
Intanto ne chiacchiero...

Ansia e dintorni

Stamattina, tra le news di Tiscali, ho letto che Daria Bignardi sta pubblicando un libro con un titolo del tipo "Storia della mia ansia", che pare non sia esattamente autobiografico (visto che il protagonista è un musicista) ma che probabilmente lo è.
Non che la Bignardi mi interessi granché, l'ho seguita sporadicamente ne "Le invasioni barbariche" e ho letto quanto si dice di lei in qualità di direttore di RAI 3, niente di più.
Però il titolo del libro ha attirato la mia attenzione, subito, come sempre accade quando si scopre una comunanza di tratti problematici, come se la condivisione potesse consolare o, ancora meglio, suggerire soluzioni.
Non credo che leggerò quel libro, non ne ho mai letto sull'argomento. Ma l'argomento, certo, mi appartiene, nel senso che è parte integrante e invadente del mio vissuto, della mia persona.
L'ansia, quale compagna più scomoda e antipatica!? 
Certo, la malattia fisica, il dolore, la solitudine, forse quelle sono più scomode e antipatiche, ma al momento è lei a farla da padrone e perciò lei soltanto posso cercare di capire e controllare.
Ed ecco che ho usato la parola chiave, "controllare".
Il CONTROLLO è forse il mio problema più grande, inteso come esigenza di controllare tutto, di sentirmi sicura, di sapere al sicuro anche le persone che amo.
Io non so vivere l'oggi senza pensare al domani, io non so lasciarmi andare completamente (se non sotto l'effetto dell'alcol...e anche in quel caso non si può dire che la mia coscienza vada proprio in stand by), io non improvviso, quasi mai almeno.
A dirla così verrebbe da dire "E che palle, che noia! Che tristezza!", ma le cose sono un po' più complesse di così.
Credo che la mia ansia sia matura quasi quanto me, se non c'era alla nascita sicuramente mi ha raggiunto che ero ancora bambina, perché c'era già al momento in cui faccio risalire i miei primi ricordi. E parliamo dei miei 5 anni, del periodo immediatamente precedente all'inserimento scolastico.
Bambina non certo vivace, ero timida, riservata, spontanea solo in assenza di adulti e/o di sconosciuti. Anche nelle fotografie dell'epoca difficilmente mi si vede sorridente, sembro sempre impaurita, incerta. E non faccio fatica ad individuarne i motivi.
Ogni persona ha dei tratti caratteriali che sono innati, lo dicono gli studiosi della materia, ma poi ci sono tutti quegli aspetti che si formano, crescono, si definiscono sempre meglio, assolutamente condizionati da elementi dell'ambiente esterno, che vanno a fondersi in una personalità precisa e difficilmente modificabile nel tempo.
E quegli elementi so bene quali sono stati: un padre controllante, giovane, impreparato, convinto di sapere sempre quali comportamenti e situazioni potessero essere considerati adeguati per la sua prima figlia e la sua bella moglie. Entrambe dovevano essere carine e cordiali con tutti ma non troppo, sorridenti ma non troppo, curate e ben vestite ma non troppo, comunicative ma non troppo. Lo specchio del suo sogno di famigliola felice, quella che lui non aveva avuto. Una famigliola in cui ciascuno recitasse il suo ruolo, di mamma, moglie, figlia perfetta, mentre lui recitava malamente il suo di padre e marito attento e presente.
Lui non era presente, lui pensava al lavoro, al TG, al giornale da leggere; e pensava che quella vita fatta di formalità (come l'andare in chiesa la domenica e vestirsi dignitosamente) e priva di veri rapporti umani per entrambe le sue donne, dovesse bastare e farci sentire fortunate e soddisfatte.
Geloso ed eccessivamente protettivo nei confronti di moglie e figlia, ci soffocava, ci impediva ogni slancio affettivo, inibiva sul nascere ogni possibile amicizia, ci colpevolizzava se eravamo troppo espansive o socievoli. E non lo eravamo quasi mai.
A casa non si usava essere troppo affettuosi o espansivi, non ricordo neanche da parte di mamma particolari momenti di coccole e carezze; saranno sbiaditi i ricordi, del resto sono una smemorata, ma sono certa che tutto il contatto fisico, la tenerezza, la complicità che io e Marco viviamo con nostro figlio, in casa dei miei non ci sono mai stati.
Mio padre aveva certamente difficoltà ad esprimere i suoi sentimenti, di sicuro convinto che non rientrasse nel suo ruolo di uomo forte e di "capo famiglia" responsabile.
Lui non ha mai ricevuto una carezza dai suoi genitori, che lo amavano, lo so, ma non avevano tempo né capacità di esprimere il loro affetto.
Altri tempi. I loro e anche i nostri.
Mamma, che non lavorava (perché lui aveva preteso fosse così) era sempre in balia dei suoi umori e dei ricatti, del continuo sottolineare la sua dipendenza economica e sociale.
E ad ogni litigio volavano paroloni e spuntavano valigie riempite in fretta e furia per poi essere disfatte mezz'ora dopo fra scuse e pentimenti da una parte e dall'altra.
Per poi ricominciare tutto da capo.
Poi sono arrivati gli altri figli ma la situazione non è cambiata di molto.
Io ero sempre più taciturna e, nel profondo, sognavo che quelle valigie ci sarebbero davvero servite un giorno o l'altro, sognavo che lei trovasse il coraggio di andare via, che provasse la stessa rabbia che provavo io.
Ma non è mai successo.
Siamo sempre rimasti, che delusione, ogni volta!
Quelle scenate giovanili sono andate scemando pian piano, tra loro si è raggiunto un equilibrio e, man mano che noi crescevamo, una nuova visione della coppia, dei ruoli, della donna si è fatta strada fino a casa nostra.
Ci sarebbe da dire molto in proposito ma qui dirò soltanto che ora mia madre vive il suo ruolo di donna, madre e moglie molto più liberamente, con maggiore riconoscimento del suo impegno e del suo lavoro (che quello in casa di certo lo è) e con maggiore forza nel pretendere rispetto.
Credo si amassero e forse si amano ancora, quindi va bene così, sono rimasti insieme, forse non avrebbero saputo vivere diversamente.
In ogni caso nella mia infanzia il loro rapporto e il senso di precarietà che mi trasmetteva, hanno sicuramente plasmato le mie insicurezze, le mie ansie e soprattutto la mia voglia di riscatto.
E hanno fatto di me una che cercava vie di fuga in ogni occasione utile, una che ha imparato a mentire e a nascondersi per fare ciò che voleva, una che sapeva divertirsi, ridere, lasciarsi andare con amici e compagni (di scuola e di gioco) per poi tornare a fare la musona pensierosa e malinconica in casa.
Ho passato l'infanzia a sognare, a immaginare una vita diversa, ed ho continuato, sempre, in ogni momento, a scuola, per strada, sull'autobus, in bagno...sempre sogni ad occhi aperti, una storia infinita in cui la protagonista era sicuramente più scaltra e affascinante di me.
Non ho mai smesso di sognare, io ho bisogno di sognare, che si tratti di sogni più o meno realizzabili o di pure fantasie lontane anni luce dalla realtà, in cui posso essere mille diverse Laura, anzi, stessa Laura, mille vite, mille amori, mille lavori.
E insieme al sogno mi sono tenuta l'ansia, la stessa di quando tremavo all'idea di essere interrogata, a scuola o in qualunque situazione "sociale" che mi avrebbe vista costretta a parlare, a casa con mio padre, al quale non sapevo mai che dire senza sbagliare...
Tutto è cambiato, molte cose sono superate, ma l'ansia è sempre qui, con me, in me.
Come dice la mia terapeuta "la mia ansia è espressione del bisogno di controllare tutto", persone, vissuti, situazioni. Credo sia la mia risposta all'essermi sentita fortemente controllata in passato, in balia di qualcuno e degli eventi.
Ora voglio essere io a gestire e controllare, a programmare e realizzare  il mio sogno di vita.
E quando non funziona rischio di crollare.
Ma ancora sono in piedi, vado avanti, guardo avanti. Sono viva. Sono forte.
E sono ansiosa.
 
 
 

Cambiare lavoro, forse mai

Diventa sempre più dura riuscire a stare chiusa per ore e ore dentro il mio ufficio, con la testa un po' china di fronte a un PC e alle scartoffie che affollano la scrivania. C'è tanto da fare mentre la mia mente tenta di allontanarsi e si rifugia disperata in un mondo parallelo, nel quale il lavoro possa essere una passione, l'espressione di una creatività che, per quanto non troppo sviluppata, comunque esiste.
Non sono certa di cosa mi piacerebbe fare, certamente scrivere, ma non sono abbastanza brava perché qualcuno mi paghi per questo...e allora cosa? Magari gestire un'attività tutta mia, darmi al commercio, in uno spazio da personalizzare, organizzare, curare quotidianamente per renderlo accogliente e interessante. Un negozio di scarpe, si, mi piacerebbe gestire un negozio di scarpe!
So che qualcuno troverebbe la cosa davvero poco creativa, un controsenso rispetto a quanto detto prima, ma io no. Scegliere le calzature da presentare, creare una selezione di articoli interessanti e lavorarci intorno...sarebbe stimolante. E certamente sarebbe uno spazio ben diverso da quelli che vedo in giro e che non mi soddisfano mai.
Adoro le scarpe, eppure difficilmente ne trovo che mi facciano impazzire, che, al di là del costo magari proibitivo, mi restino impresse nella mente almeno sotto forma di desiderio. Forse dovrei proprio disegnarle da me queste scarpe...ma allora il sogno diventa utopia, tanto vale non pensarci neppure!
E poi la verità è che non troverei mai, se non supportata da solide basi economiche, al momento assenti, il coraggio di lasciare questo posto di lavoro.
Sarei pazza a rinunciare a un contratto a tempo indeterminato e nel settore pubblico per di più, questo direbbe chiunque! E in effetti non sono certo una persona tagliata per il rischio e l'avventura.
Ho sempre cercato certezze nella vita, in tutti i campi, ed è forse anche per questo che sono qui. Ciò non toglie che mi sia impegnata fino in fondo per ottenere quello che ho, che me lo sono guadagnato.
E infondo a me piace il mio lavoro, almeno è così per la maggior parte del tempo.
Sono un amministrativo, sono un impiegato, sono una che traffica con lettere formali, atti, con un po' di numeri.
Sono una che lo fa seriamente, riconoscendo dignità al lavoro amministrativo, nella convinzione che senza di esso, senza regole, tempi, applicazione delle norme, esisterebbe solo il caos.
Non sono così ordinata e precisa in tutti gli aspetti della mia vita ma sul lavoro ci provo, commetto errori, certo, rimedio come posso, comunque rispetto quello che faccio. Perché rispetto l'istituzione per cui lavoro. Rispetto tutte le istituzioni che ci rappresentano.
Non ho più l'età per l'anarchia e forse non l'ho neppure mai presa sul serio. Sono sempre stata una di quelle convinte che "essere di sinistra" significhi anche riconoscimento dello Stato come parte di noi, come nostra prima proprietà da proteggere, come prima casa da curare, come fonte di sostegno e protezione in caso di bisogno, come ridistributore di risorse e come garanzia dei nostri diritti.
La parola burocrazia è usata solo in senso dispregiativo ormai, ma la verità è che senza non potrebbe funzionare nulla.
E in effetti molte cose non funzionano, ma ci sarebbe tanto da dire sui motivi, che il più delle volte nulla hanno a che fare con quegli individui che coprono di vergogna tutto il comparto, quelli di cui si parla tanto nei TG, con tanto di filmati osceni su 10 cartellini  timbrati da uno solo e scene di corruttela dilagante e spiazzante.
Quanto vorrei vedere punite quelle persone, ma soprattutto allontanate da una pubblica amministrazione che davvero non merita di essere svilita e denigrata in questo modo.
Io faccio il mio lavoro, lo faccio meglio che posso, lo faccio perché quasi sempre credo nella sua utilità. Può darsi che il motivo principale che mi ha spinto a cercare lavoro nel settore pubblico sia stato il bisogno di stabilità, l'aspirazione alla continuità e alla possibilità di programmare la mia vita a medio-lungo termine, che non so farne a meno. Ma ora posso dire che questo lavoro lo rispetto e che ne colgo l'importanza, anche se sono solo un piccolo ingranaggio nel sistema.
Che brutte parole, direbbe qualcuno! Ma alla fine il sistema siamo noi, il sistema deve funzionare, il sistema ci deve dare le risposte di cui necessitiamo. Il sistema va riformato, adattato, snellito, reso più giusto e socialmente equo, ma di certo non credo vada smantellato e buttato alle ortiche tutto d'un pezzo.
E che palle, ma di cosa sto parlando? Alla fine sembra un inno al sistema... Eppure ho cominciato dicendo che vorrei tanto non dover tornare giorno dopo giorno in quell'ufficio...ed è davvero così.
Ma credo che lì dentro ci diventerò vecchia, per fortuna in piacevole compagnia...
Sono stanca, non basta andare al lavoro, ora parlo pure di lavoro!
Stop, svuota la mente Laura! Almeno finché Luca te lo consentirà.
Ed eccoci di nuovo a parlare di lavoro...l'altro lavoro...

Giocare con mio figlio, per favore, no.

Ogni donna sogna di avere dei figli, tanti bambini, di riempire le sue giornate di strilli, risate, giochi e abbigliamento in miniatura.
Che grande balla!
Forse è vero che, in molte donne, l'istinto materno è marcato e porta a desiderare la cucciolata da accudire o, se non fosse possibile, a sfogare sull'uomo di turno quell'istinto di cura e protezione che fa sentire realizzate in una sorta di ruolo materno fittizio. Forse tante donne vivono nel sogno della famigliola stile Mulino Bianco e pensano che solo sentendosi chiamare "mamma" saranno pienamente felici e realizzate. Forse...
Quanto è istinto e quanto convenzione? Quanto ci condizionano l'educazione, la letteratura, la TV, il bisogno di rispondere ad aspettative che sono di altri, che siano genitori, parenti, amiche, insegnanti e, secondo me più di rado, compagni o amici maschi?
Forse sono io quella strana, forse la genetica si è confusa ed ha scordato di installare nel mio DNA quell'istinto materno il cui richiamo non può essere ignorato! Oppure la verità è che non esiste un istinto materno, forse l'istinto di riproduzione...ma ho dubbi anche su quello.
Io comunque quell'istinto non ce l'ho! Io non ho mai sognato la famigliola da spot, non ho mai sentito la necessità di andare ad accarezzare e fare smorfiette e versi ridicoli  a bambini di conoscenti e, cosa, che ancora trovo allucinante, di perfetti estranei, magari per strada o al supermercato! Magari quella carezza, coi figli di amici e parenti, c'è pure stata, che altrimenti sarei sembrata un'aliena! Ma sinceramente non ne ho mai avvertito il bisogno o il desiderio sincero...molto più facile che avessi voglia di accarezzare un cane o un animaletto qualunque!
I bambini io li rispetto, sento di doverli proteggere, li vedo come piccole persone con i loro tratti caratteriali, già capaci di ispirare o meno simpatia, comunque sempre meritevoli di un sorriso.
Io credo che i bambini siano una nostra diretta responsabilità, che gli dobbiamo garantire sicurezza, amore e accettazione, sempre.
Io ho scelto e deciso di avere un figlio, io ho programmato l'avere un figlio.
Ho avuto la fortuna, che un tempo vivevo come una sfortuna, di nascere e crescere in una famiglia numerosa; una sorella e due fratelli che da bambina tolleravo e che adesso invece amo avere vicino. Sono cresciuta con una sfilza di cugini che, per quanto non sempre vicini, hanno riempito di gioia tutte le giornate di festa e di ritrovo. Io sono cresciuta con la certezza che la famiglia viene prima di tutto, che ne avrei avuto una tutta mia da annettere a quella già esistente. Io lo sapevo, soltanto non sapevo quando o non avevo voglia di stabilirlo.
Io ho vissuto la mia giovinezza lontana mille miglia da quel tipo di pensiero, interessata a mille cose, agli amici e all'amore ma con l'idea di un bel futuro fatto di casa, lavoro e famiglia ancora ben lontano, tutto da immaginare. 
Sono fuggita senza troppe spiegazioni ogni volta che ho fiutato desiderio precoce di famigliola felice in chi mi stava accanto, in chi doveva rappresentare l'avventura, la passione, la scoperta e poi invece assumeva le sembianze di una gabbietta scomoda e mai invitante.
Ancora oggi non riesco a capire questi giovani ventenni impazienti di cimentarsi nel ruolo del bravo genitore/marito/compagno (o equivalente femminile). Non ci arrivo. Ma a quanto stanno rinunciando? Ma sanno cosa significa giocare e divertirsi per sé, avventurarsi in nottate infinite, vivere gli amici fino a fondersi con loro in risate o pianto? Non sono tutti così, lo so, ma ai miei occhi sono troppi quelli che scelgono la via breve.
Resto convinta che la maturità sia importante in certe cose, che sapere che vivere con leggerezza le cose della vita le rendae più tollerabili o piacevoli non giustifica il fatto che si rinunci alla propria giovinezza e che poi, probabilmente, si viva di rimpianti da far pagare a qualcun altro.
Comunque io non ci pensavo proprio, se non in prospettiva, come sogno abbozzato e azzardato. Io la mia vita l'ho vissuta come ho potuto, come sono riuscita, che a ripensarci ci sarebbe stato molto altro da fare e da provare, con un pizzico di coraggio e intraprendenza in più che non avevo...
E quando io e Marco abbiamo cominciato a parlare di famiglia, per quanto follemente innamorata, ho chiesto tempo, mi sono assicurata che ci sarebbe stato tanto tempo, che non era quello il fine primario della nostra relazione. Ho avuto le rassicurazioni che cercavo e siamo andati avanti.
Anche vivere insieme e sposarsi per me non era un passaggio verso quel tipo di organizzazione, era solo la conferma e il rafforzamento della nostra relazione! E ci siamo regalati tanti anni di libertà, passione, divertimento smodato a volte... compatibilmente con la nostra vita lavorativa. Poi è diventato chiaro che, a parte la questione, purtroppo da considerare, dell'orologio biologico e del suo tichettare, per lui il desiderio di essere padre si faceva pressante, viveva nel timore di doverci rinunciare, nel sospetto che io magari stessi cambiando idea e temporeggiando per fare in modo che un figlio non arrivasse più...
Era crisi ormai. E allora ho dovuto guardare in faccia la realtà. Volevo un figlio, magari non allora, ma lo volevo. Ma se avessimo aspettato oltre forse non ci sarebbe mai stato. E' strano come ci si possa sentire giovani a dispetto dell'età e ancora desiderosi di libertà e immaturità. Ma l'età c'era e comunque non avrei potuto rinunciare a lui (e non ho ancora la certezza che, senza un figlio, sarebbe rimasto accanto a me pur amandomi) né negargli la gioia più grande e l'unica cosa che mi abbia mai chiesto! Abbiamo deciso e abbiamo fatto un figlio, alla soglia dei quaranta. Luca è arrivato e ha sconvolto le nostre vite, in tutti i sensi!
Non tornerei mai indietro ma, certo, è davvero difficile andare avanti. E Luca è un bambino bellissimo, affettuoso, estroso e vivace, troppo vivace forse...o solo troppo testardo! Comunque lo amiamo e adoriamo, ci tiene in pugno! Per quanto maturi non siamo forse i genitori più sicuri e adeguati perché certi suoi atteggiamenti che ci fanno impazzire sono senz'altro in parte frutto dei nostri.
Ora ha quasi 5 anni e ancora pretende di giocare sempre con noi, di avere la nostra continua e assoluta attenzione, di venire sempre e comunque prima di tutto e tutti. E allora ecco che la mia insofferenza viene fuori.
Se non amavo giocare coi bambini degli altri, non è cambiato molto ora che ne ho uno mio. Non amo giocare, non amo recitare, non amo i parchi, le feste per bambini, i compleanni, i ritrovi tra genitori, le riunioni dei piccoli vandali in casa mia! E faccio tutto ciò che ho appena citato, fatta eccezione per i rapporti con gli altri genitori (vedi "genitori dei compagnetti") che proprio mi danno l'orticaria e per i quali la delega va a Marco integralmente.
Ma a Luca non nego niente, mi pare, anche se sempre più cerco di chiedergli spazio, quasi lo imploro perché mi lasci respirare, che poi vorrebbe dire leggere un libro o magari solo mettere in ordine le mie cose in pace, depilarmi, fare un bagno...
Marco gioca con lui, è un bambino come lui quando si tratta di rotolarsi sul divano o usare la costruzioni; lo porta al parco, alle feste, ovunque ci sia l'opportunità di farlo divertire. Ma anche lui è stanco e vedere me così stremata e stressata non aiuta.
Non so fino a che punto Luca si accorga di quanto giocare con lui mi costi, forse abbastanza, forse per questo pretende sempre di più da me, forse per questo sente l'esigenza di assicurarsi la mia attenzione in ogni momento. Ma certo ricorderà che giocavo con lui quando sarà grande, perché lo faccio, anche se non vorrei...
E magari gli racconterò tutto questo un giorno, gli spiegherò.  Perché lo amo, infinitamente, anche se non amo giocare con lui. E gli spiegherò anche che le mamme sono donne come tutte le altre, che non tutte le donne vogliono essere mamme e che anche quelle che lo vogliono non necessariamente devono desiderare di passare il tempo al parco col proprio figlio! L'amore è un'altra cosa. E' anche giocare con lui senza averne voglia e senza trarne piacere, è anche sapere che se sono una mamma poco entusiasta ora, sarò una mamma presente e attenta e accogliente poi, quando ne avrà più bisogno.
E oggi speriamo non mi chieda di giocare, meglio leggere un libro...

Neuroni impazziti ai tempi del corona virus

Che dire, sto per perdere la bussola, come tutti. Convivenza continua, incessante e forzata con marito e figlio, mentre la nostalgia di un ...