E in questi giorni in cui si discute in parlamento un disegno di legge sul femminicidio, ecco che mio figlio, 5 anni, come al solito puntuale (casualmente) sull'argomento, ci ha annunciato la sua nuova filosofia: le femmine non possono essere uccise, neanche gli insetti femmina, e i conigli e le pecore e tutti gli animali di sesso femminile non si possono mangiare!
Per lui anche le zanzare che senza pietà facciamo fuori, sono tutte maschi, ne è sicuro! Perché le femmine sono buone e, comunque, non si possono toccare.
Nella sua testolina so che il principio è dettato dalla speranza che esista una sorta di protezione per tutte le mamme, umane e animali, che devono accudire i loro piccoli e star loro vicino per sempre. Lui ha bisogno di pensare che io sono al sicuro, che il ruolo di mamma lo sia.
Vorrebbe la certezza di non potermi perdere mai, perché per lui, nonostante tutto, valgo sempre qualche punto in più del padre, per quanto lui si faccia in quattro per farlo divertire, per dargli tutto ciò che desidera. Ogni sforzo è vano.
Io, per quanto scostante, nevrotica, spesso sfuggente, poco propensa al gioco ma molto alle coccole, sono l'elemento essenziale nella sua vita, irrinunciabile.
E così pensa debba essere per tutti i bambini e per tutti gli animali.
Quando sa che un bambino ha perso la mamma, subito afferma che al più presto ne avrà una nuova, che il papà ne sposerà un'altra, perché senza mamma non si può stare.
E anche le femmine che non hanno figli per lui hanno già un valore intrinseco, dato dalla possibilità che, un giorno, assurgano al rango di madri, quindi intoccabili.
Il tutto mentre il mondo va nella direzione opposta, mentre essere donna spesso significa essere succube della violenza fisica o psicologica degli uomini di riferimento, di quelli amati o che ci hanno amato (o, peggio, che dicono di amarci e con questo pretesto diventano aggressivi).
Ed essere madre peggiora soltanto le cose, spinge molte donne a fare da scudo, a sottostare a certe imposizioni per proteggere i figli o comunque ad essere remissive nella convinzione che questo possa servire a proteggere i figli dal dolore e dalla violenza.
Il più delle volte è l'esatto contrario. Essere passive, docili, insomma sacrificarsi, porta solo maggiore disagio per bambini che assistono impotenti a scene di violenza verbale o fisica, bambini che, nel profondo, vorrebbero che la loro mamma trovasse il coraggio di abbandonare un compagno e padre inadeguato, per scappare lontano da lui, per vivere una vita felice.
Tollerare la violenza non fa che rafforzarla, giustificarla, renderla un elemento normale della convivenza o del rapporto di coppia. Così non è e non può essere.
Non ho mai vissuto esperienze di questo genere in coppia ma, certo, sono stata una bambina che ha sperato di vedere mamma far le valigie per portarci via con lei quando mio padre era insopportabilmente severo, geloso, iroso.
Col tempo le cose sono cambiate, tanto che lui oggi mi dice "lo so che voi figli non mi avete voluto bene, ma io lo facevo per voi, ero severo perché volevo tenervi al sicuro.." e se ne dispiace, lo so.
Oggi mi ritrovo a dirgli, sinceramente, che gli voglio un bene immenso e che gliene ho sempre voluto, pur con tutti i contrasti che ci sono stati tra noi. Lui è il mio punto di riferimento, gli somiglio nel bene e nel male e il suo giudizio per me è sempre importante, anche se lo scontro persiste.
La nostra situazione non è mai arrivata al disastro ma resto convinta che, in quegli anni, una presa di posizione più forte e decisa da parte di mamma avrebbe reso tutto più semplice.
E qui la chiudo, aggiungendo comunque che, ancora una volta, non trovo opportuno istituire un reato specifico per qualcosa che è un omicidio, magari con l'aggravante della sopraffazione sul sesso femminile, ma non è un reato a se stante. Gli uomini in certi casi sono a loro volta vittime di stalking o peggio.
Quella tanto declamata parità tra i sessi ce la vogliamo riconoscere o no? Pretendiamola, non continuiamo a inventare eccezioni, corsie preferenziali, a farci considerare qualcosa di fragile da tutelare con leggi speciali.
Non siamo il sesso debole, non se ci crediamo!
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Mamma, come sono entrato nella tua pancia?
E' da almeno un anno che Luca è diventato curioso sulla sua nascita e sul suo "esser stato bebè", fa domande, riflette sulle risposte, ne ride, intenerito dall'idea di essere stato piccolissimo, di aver ciucciato il latte dal mio seno per più di un anno, di essere diventato gradualmente quel che è.
E soprattutto non si capacita del fatto che non riesca a ricordare niente di tutto ciò, diventando nostalgico nel ricordo di qualcosa che non ricorda.
Ha 5 anni, è in una fase di crescita delicata, quella in cui si sente combattuto tra il voler essere considerato e trattato da grande e il bisogno, spesso rivendicato, di essere ancora piccolo, un cucciolo da coccolare.
Gli piace farsi raccontare di quando stava dentro la mia pancia, di quanto era movimentato, di quanto sgomitava e singhiozzava, d come si facesse vedere con spuntoni e protuberanze su quel pancione che prendeva vita.
Già allora era movimentato e rubava la scena a me e a chiunque intorno.
Non nasconde che vorrebbe provare ancora quelle sensazioni di cui non ha ricordo, che vorrebbe stare dentro di me, forse per starmi più vicino.
E' orgoglioso del fatto che abbiamo avuto un legame così profondo e del fatto che l'ho allattato. E' innegabile che, per quanto a volte io sia scostante e non ami giocare con lui, mentre il padre lo fa e lo fa pure volentieri, inevitabilmente tra madre e figlio si crea un legame speciale, che nasce da qualcosa di cui io non ho merito.
Sento quanto sono importante per lui, sento di essere la sua prediletta in questa fase della sua vita.
E così sono anche quella a cui fa le confidenze sulla sua fidanzata che vorrebbe baciare mentre lei dà i bacetti sulle labbra a un altro compagnetto (sono certa, col chiaro intento di farlo ingelosire! sembra prematuro ma ho visto delle scene che tolgono ogni dubbio!), sul suo pisellino che diventa grande quando lo tocca, sul suo amore per la maestra di turno...
E a me anche le domande, quelle che tutti i genitori sanno che arriveranno ma per le quali, alla fin fine, non si è mai pronti.
Io ho sempre pensato che sarei stata chiara, sincera, quasi asettica nel dare le risposte. E non c'è stato nessun problema finchè chiedeva da dove uscivano i bambini dopo essere cresciuti in pancia, da dove esce la pipì nelle femminucce che non hanno il pisellino ma solo la farfallina, quanti buchini hanno le femminucce, quanti ne ho io, dove e così via...
Poi è arrivata la fatidica domanda "come sono arrivato nella tua pancia?", e allora ho risposto che i maschi producono dei semini mentre le femmine degli ovetti e che quando due di questi si incontrano e magari si uniscono, si forma un embrione, un esserino piccolissimo che poi diventa un bambino piccolissimo e poi sempre più grande...
E per qualche settimana gli è bastato, non ha chiesto di scendere nel dettaglio.
Ieri sera, in bagno, mentre si rivestiva, mi chiede strizzandosi un po' i testicoli, "ma a cosa servono le palline?". E quindi gli rispondo che dentro, quando si è più grandi, non più bambini, ci si formeranno i semini, quelli che possono servire per far nascere i bambini.
E lui ride e mi dice "Ah! lo so, e quando un maschio e una femmina si danno un bacio in bocca nasce un figlio!"
E io "No, non basta un bacio, amore, ci vuole altro..."
Lui ribatte "Certo, volevo dire un maschio e una femmina sposati!" (da precisare che sposati o fidanzati per lui è un tutt'uno)
E io "Non serve essere sposati, i bambini si possono fare comunque, basta che due persone si vogliano bene"
"Ma come?" fa ancora lui.
E questa è stata la mia ultima uscita, dopo averci riflettuto giusto tre secondi..."Il semino deve arrivare nella farfallina, è lì che stanno gli ovuli della femmina, lì si incontrano, con le coccole che si fanno i grandi quando si amano"
Mi aspettavo una sfilza di domande mirate e precise, già mi preparavo a descrizioni soft dell'atto sessuale...e invece no. Tutto soddisfatto ha detto "Si".
Ed ha cambiato argomento.
So bene che l'argomento non è chiuso, che dovrò essere pronta. Ma mi ha sorpreso la naturalezza con cui lui ha assimilato l'informazione e, sono certa, l'ha fatta sua.
Sono anche un po' orgogliosa di me, e perché no?
Saprò affrontare anche i passi successivi, il sesso, l'omosessualità, l'amore in ogni sua declinazione.
E saprò rimediare alle visioni rigide imposte dal mondo esterno, da una certa società.
Finora ha avuto la fortuna di frequentare scuole in cui nessuno ha cercato di fargli credere che ci sono cose da femmina e cose da maschio, colori, giochi, cartoni, passioni leciti per gli uni e non per gli altri.
Ha 5 anni e ancora gioca liberamente con le bambole o con la sua cucina o con le costruzioni e i treni, senza mai pensare che qualcuno di quei giochi sia inadatto a lui.
Perché nessun gioco è inadatto a lui.
Mai negata una serata di trucco e manicure, né di giochi e lotta con suo padre.
Lui può giocare come desidera, senza vergognarsi di niente.
Cosa che non capita, per esempio, ad alcuni suoi cuginetti che rimarcano sempre come questo o quello siano da femmina, e anche con un'accezione spesso negativa, come se si perdessero punti a fare certi giochi o avere o desiderare certi oggetti.
E lui ancora chiede sostegno a noi "Mamma, babbo, vero che non è solo da femmina questo (...) quello..!?". E finora siamo stati convincenti, non in modo insensato, non negando le differenze dove esistono, ma evidenziando l'insensatezza delle differenziazioni dove non c'è bisogno che ci siano.
Così come non è ancora impressa nella sua mente nessuna differenziazione di ruoli in casa tra maschio e femmina, entrambi lavoriamo e per il resto facciamo un po' come capita, che si tratti della lavatrice, di apparecchiare, cucinare, riordinare, far la spesa, pulire e tutto il resto.
Spero rimanga così limpido e con la mente aperta ancora a lungo, so che non dipenderà solo da noi, che prima o poi qualcuno lo convincerà che un vero maschio fa o non fa delle cose, non piange e non può appassionarsi per cose che non siano sport e motori.
Ma ancora è il mio dolce bambino, bellissimo e puro.
E soprattutto non si capacita del fatto che non riesca a ricordare niente di tutto ciò, diventando nostalgico nel ricordo di qualcosa che non ricorda.
Ha 5 anni, è in una fase di crescita delicata, quella in cui si sente combattuto tra il voler essere considerato e trattato da grande e il bisogno, spesso rivendicato, di essere ancora piccolo, un cucciolo da coccolare.
Gli piace farsi raccontare di quando stava dentro la mia pancia, di quanto era movimentato, di quanto sgomitava e singhiozzava, d come si facesse vedere con spuntoni e protuberanze su quel pancione che prendeva vita.
Già allora era movimentato e rubava la scena a me e a chiunque intorno.
Non nasconde che vorrebbe provare ancora quelle sensazioni di cui non ha ricordo, che vorrebbe stare dentro di me, forse per starmi più vicino.
E' orgoglioso del fatto che abbiamo avuto un legame così profondo e del fatto che l'ho allattato. E' innegabile che, per quanto a volte io sia scostante e non ami giocare con lui, mentre il padre lo fa e lo fa pure volentieri, inevitabilmente tra madre e figlio si crea un legame speciale, che nasce da qualcosa di cui io non ho merito.
Sento quanto sono importante per lui, sento di essere la sua prediletta in questa fase della sua vita.
E così sono anche quella a cui fa le confidenze sulla sua fidanzata che vorrebbe baciare mentre lei dà i bacetti sulle labbra a un altro compagnetto (sono certa, col chiaro intento di farlo ingelosire! sembra prematuro ma ho visto delle scene che tolgono ogni dubbio!), sul suo pisellino che diventa grande quando lo tocca, sul suo amore per la maestra di turno...
E a me anche le domande, quelle che tutti i genitori sanno che arriveranno ma per le quali, alla fin fine, non si è mai pronti.
Io ho sempre pensato che sarei stata chiara, sincera, quasi asettica nel dare le risposte. E non c'è stato nessun problema finchè chiedeva da dove uscivano i bambini dopo essere cresciuti in pancia, da dove esce la pipì nelle femminucce che non hanno il pisellino ma solo la farfallina, quanti buchini hanno le femminucce, quanti ne ho io, dove e così via...
Poi è arrivata la fatidica domanda "come sono arrivato nella tua pancia?", e allora ho risposto che i maschi producono dei semini mentre le femmine degli ovetti e che quando due di questi si incontrano e magari si uniscono, si forma un embrione, un esserino piccolissimo che poi diventa un bambino piccolissimo e poi sempre più grande...
E per qualche settimana gli è bastato, non ha chiesto di scendere nel dettaglio.
Ieri sera, in bagno, mentre si rivestiva, mi chiede strizzandosi un po' i testicoli, "ma a cosa servono le palline?". E quindi gli rispondo che dentro, quando si è più grandi, non più bambini, ci si formeranno i semini, quelli che possono servire per far nascere i bambini.
E lui ride e mi dice "Ah! lo so, e quando un maschio e una femmina si danno un bacio in bocca nasce un figlio!"
E io "No, non basta un bacio, amore, ci vuole altro..."
Lui ribatte "Certo, volevo dire un maschio e una femmina sposati!" (da precisare che sposati o fidanzati per lui è un tutt'uno)
E io "Non serve essere sposati, i bambini si possono fare comunque, basta che due persone si vogliano bene"
"Ma come?" fa ancora lui.
E questa è stata la mia ultima uscita, dopo averci riflettuto giusto tre secondi..."Il semino deve arrivare nella farfallina, è lì che stanno gli ovuli della femmina, lì si incontrano, con le coccole che si fanno i grandi quando si amano"
Mi aspettavo una sfilza di domande mirate e precise, già mi preparavo a descrizioni soft dell'atto sessuale...e invece no. Tutto soddisfatto ha detto "Si".
Ed ha cambiato argomento.
So bene che l'argomento non è chiuso, che dovrò essere pronta. Ma mi ha sorpreso la naturalezza con cui lui ha assimilato l'informazione e, sono certa, l'ha fatta sua.
Sono anche un po' orgogliosa di me, e perché no?
Saprò affrontare anche i passi successivi, il sesso, l'omosessualità, l'amore in ogni sua declinazione.
E saprò rimediare alle visioni rigide imposte dal mondo esterno, da una certa società.
Finora ha avuto la fortuna di frequentare scuole in cui nessuno ha cercato di fargli credere che ci sono cose da femmina e cose da maschio, colori, giochi, cartoni, passioni leciti per gli uni e non per gli altri.
Ha 5 anni e ancora gioca liberamente con le bambole o con la sua cucina o con le costruzioni e i treni, senza mai pensare che qualcuno di quei giochi sia inadatto a lui.
Perché nessun gioco è inadatto a lui.
Mai negata una serata di trucco e manicure, né di giochi e lotta con suo padre.
Lui può giocare come desidera, senza vergognarsi di niente.
Cosa che non capita, per esempio, ad alcuni suoi cuginetti che rimarcano sempre come questo o quello siano da femmina, e anche con un'accezione spesso negativa, come se si perdessero punti a fare certi giochi o avere o desiderare certi oggetti.
E lui ancora chiede sostegno a noi "Mamma, babbo, vero che non è solo da femmina questo (...) quello..!?". E finora siamo stati convincenti, non in modo insensato, non negando le differenze dove esistono, ma evidenziando l'insensatezza delle differenziazioni dove non c'è bisogno che ci siano.
Così come non è ancora impressa nella sua mente nessuna differenziazione di ruoli in casa tra maschio e femmina, entrambi lavoriamo e per il resto facciamo un po' come capita, che si tratti della lavatrice, di apparecchiare, cucinare, riordinare, far la spesa, pulire e tutto il resto.
Spero rimanga così limpido e con la mente aperta ancora a lungo, so che non dipenderà solo da noi, che prima o poi qualcuno lo convincerà che un vero maschio fa o non fa delle cose, non piange e non può appassionarsi per cose che non siano sport e motori.
Ma ancora è il mio dolce bambino, bellissimo e puro.
Quale mondo per questi figli
E' successo ancora, un kamikaze che si fa saltare in aria e la vita di una ventina di ragazzini, in attesa della loro popstar preferita, finisce in un soffio, portandosi via, probabilmente, anche quella dei loro genitori disperati.
Ormai il primo pensiero va a mio figlio ogni volta che succedono fatti di questo genere.
C'è il dolore per la tragedia di quelle famiglie ma c'è soprattutto la comprensione e il terrore perché so che cose simili accadranno ancora e che potrebbero riguardare noi la prossima volta.
Nessuno è immune, non c'è una vera strategia per difendersi o proteggere i propri figli, se non quella di chiudersi in casa e rinunciare a vivere o impedire loro di vivere.
Il mio bambino ha solo 5 anni, cerca di capire cosa succede ma, alla fine, tutto quello che vuole sentire è che certe cose non si verificano nel nostro paese, nei dintorni della nostra casa, nei posti che frequentiamo. Ed è così piccolo che è giusto possa crederci.
Ma chi ha le risposte ormai? Nessuno è al sicuro e, anche se penso che qui in Sardegna il rischio sia davvero irrisorio, la nostra casa è il mondo ormai, lo sarà soprattutto per quelli come mio figlio, giovani, potenzialmente viaggiatori, studenti o lavoratori in paesi sempre più lontani.
Che razza di mondo dovrà affrontare questo bellissimo tenero bambino tra qualche anno?! Che razza di inferno conosceranno tutti i bambini di oggi? E parlo dei nostri bambini, ancora protetti, ignari, ancora liberi di giocare, sperare, credere che il mondo sia un bel posto, che in altri posti l'infanzia l'hanno già perduta, buttata via da adulti spietati e da politiche cieche.
Probabilmente salterà fuori che l'attentatore era un cittadino inglese, poco importa. Ciò che conta è che ancora una volta sarà alimentata la paura e l'odio verso chi è diverso da noi. Qualcuno ne approfitterà ma, anche senza che i politici strumentalizzino l'accaduto, sarà la gente comune a rafforzare in sé la convinzione che proteggersi è una priorità, che dobbiamo difenderci e non accogliere, che tutti quelli che arrivano dall'esterno sono potenzialmente pericolosi e, perciò, vanno tenuto fuori.
Con che diritto lo facciamo? Con che diritto cerchiamo di impedire a chi cerca una via di fuga o salvezza, o anche solo a chi cerca una vita migliore, di entrare nel nostro paese o nella nostra Europa, di giocarsi una possibilità di riscatto, forse l'unica.
Se io fossi siriana e avessi un figlio sarei certamente fuggita; se io fossi anche solo lontanamente a rischio bombardamenti, ritorsioni, torture, arresti, violenze; se io non avessi un pezzo di pane per sfamare il mio bambino, sarei disposta a tutto per raggiungere un posto migliore, uno in cui dare una speranza alla mia famiglia, uno in cui, persino quando si sta male e si è poveri, comunque non si muore di fame. Uno in cui una possibilità esiste sempre.
Lo so che in Italia i poveri ci sono, lo so che esistono ancora i senzatetto, anzi, che il loro numero è in crescita. Lo so che anche di freddo si può morire quando non si ha un rifugio caldo in cui dormire. Ma sono certa che non è a queste persone che si pensa quando si fanno discorsi del tipo: "prima bisognerebbe pensare agli italiani, prima bisognerebbe aiutare le nostre famiglie bisognose, quelle che stanno patendo le conseguenze della crisi economica, quelli che hanno perso il lavoro, quelli che non lo trovano"...e così via.
Se si esclude quella importante e vitale quota di persone che si impegnano nel volontariato o che finanziano progetti e interventi piccoli o grandi che sostengano le fasce deboli di popolazione, tutto il resto degli italiani ha iniziato ben prima di questa così detta "ondata migratoria" a protestare per le risorse che, a sentir loro, vengono sempre destinate alle categorie di persone sbagliate.
Prima erano i Rom, gli sfaticati che chiedono l'elemosina per strada, i meridionali, i disoccupati sempre meridionali, gli assegnatari di case popolari chiunque essi siano, quelli che dicono di essere poveri ma non si vestono e non si comportano come tali.
L'invidia, l'egoismo, la sfiducia nelle istituzioni e nel prossimo, la tendenza a volere il male del prossimo se non si ottiene il bene proprio, queste sono storture che ci appartengono, che forse esistono da sempre, che non sono in alcun modo temperate neanche quando apparentemente l'Italia si mostra nella sua veste migliore, quella solidale e attiva di fronte a disastri naturali o storie commoventi.
Dentro alberga sempre l'egoismo e la convinzione che, se ci manca qualcosa, sicuramente qualcun altro, con dolo e in modo scorretto, ce l'ha portata via.
In questo paese nessuna graduatoria, nessuna procedura di scelta, nessun ordine di priorità vengono considerati validi, corretti, condivisibili se non ricomprendono noi stessi. Si dice che è tutto manovrato, che è un imbroglio, senza preoccuparsi neppure di ragionare prima di aprir bocca.
E' una vecchia abitudine e deriva dal fatto che, ogni volta che ce ne danno l'occasione, cerchiamo di prevaricare il prossimo e ottenere anche ciò che non ci spetta o non ci occorre.
E' così che molte famiglie educano i propri bambini, magari portandoli poi a messa la domenica o facendogli credere che a far la prima comunione e dire due preghiere la sera ci si lavi la coscienza.
Come al solito ho divagato, magari ho esagerato un po' con lo stereotipo dell'italiano ma, purtroppo, non ne sono convinta. Conosco persone splendide, che sono splendide con me, con la famiglia, con gli amici, con il vicino di casa, con l'avventore che chiede aiuto. Ma sono le stesse persone, lo so bene, che la pensano esattamente come ho detto sopra, che educano i propri figli a essere "splendidi" solo in superficie, che per proteggerli ritengono sia giusto impedire una vita migliore ad altri figli che non sono i loro.
Molte volte non sono neanche coscienti di essere così. Chissà, magari io stessa non so chi sono e mi illudo soltanto di insegnare a mio figlio che tutti hanno diritto di provarci, di migliorarsi, di cercare un posto per essere felici.
Ormai il primo pensiero va a mio figlio ogni volta che succedono fatti di questo genere.
C'è il dolore per la tragedia di quelle famiglie ma c'è soprattutto la comprensione e il terrore perché so che cose simili accadranno ancora e che potrebbero riguardare noi la prossima volta.
Nessuno è immune, non c'è una vera strategia per difendersi o proteggere i propri figli, se non quella di chiudersi in casa e rinunciare a vivere o impedire loro di vivere.
Il mio bambino ha solo 5 anni, cerca di capire cosa succede ma, alla fine, tutto quello che vuole sentire è che certe cose non si verificano nel nostro paese, nei dintorni della nostra casa, nei posti che frequentiamo. Ed è così piccolo che è giusto possa crederci.
Ma chi ha le risposte ormai? Nessuno è al sicuro e, anche se penso che qui in Sardegna il rischio sia davvero irrisorio, la nostra casa è il mondo ormai, lo sarà soprattutto per quelli come mio figlio, giovani, potenzialmente viaggiatori, studenti o lavoratori in paesi sempre più lontani.
Che razza di mondo dovrà affrontare questo bellissimo tenero bambino tra qualche anno?! Che razza di inferno conosceranno tutti i bambini di oggi? E parlo dei nostri bambini, ancora protetti, ignari, ancora liberi di giocare, sperare, credere che il mondo sia un bel posto, che in altri posti l'infanzia l'hanno già perduta, buttata via da adulti spietati e da politiche cieche.
Probabilmente salterà fuori che l'attentatore era un cittadino inglese, poco importa. Ciò che conta è che ancora una volta sarà alimentata la paura e l'odio verso chi è diverso da noi. Qualcuno ne approfitterà ma, anche senza che i politici strumentalizzino l'accaduto, sarà la gente comune a rafforzare in sé la convinzione che proteggersi è una priorità, che dobbiamo difenderci e non accogliere, che tutti quelli che arrivano dall'esterno sono potenzialmente pericolosi e, perciò, vanno tenuto fuori.
Con che diritto lo facciamo? Con che diritto cerchiamo di impedire a chi cerca una via di fuga o salvezza, o anche solo a chi cerca una vita migliore, di entrare nel nostro paese o nella nostra Europa, di giocarsi una possibilità di riscatto, forse l'unica.
Se io fossi siriana e avessi un figlio sarei certamente fuggita; se io fossi anche solo lontanamente a rischio bombardamenti, ritorsioni, torture, arresti, violenze; se io non avessi un pezzo di pane per sfamare il mio bambino, sarei disposta a tutto per raggiungere un posto migliore, uno in cui dare una speranza alla mia famiglia, uno in cui, persino quando si sta male e si è poveri, comunque non si muore di fame. Uno in cui una possibilità esiste sempre.
Lo so che in Italia i poveri ci sono, lo so che esistono ancora i senzatetto, anzi, che il loro numero è in crescita. Lo so che anche di freddo si può morire quando non si ha un rifugio caldo in cui dormire. Ma sono certa che non è a queste persone che si pensa quando si fanno discorsi del tipo: "prima bisognerebbe pensare agli italiani, prima bisognerebbe aiutare le nostre famiglie bisognose, quelle che stanno patendo le conseguenze della crisi economica, quelli che hanno perso il lavoro, quelli che non lo trovano"...e così via.
Se si esclude quella importante e vitale quota di persone che si impegnano nel volontariato o che finanziano progetti e interventi piccoli o grandi che sostengano le fasce deboli di popolazione, tutto il resto degli italiani ha iniziato ben prima di questa così detta "ondata migratoria" a protestare per le risorse che, a sentir loro, vengono sempre destinate alle categorie di persone sbagliate.
Prima erano i Rom, gli sfaticati che chiedono l'elemosina per strada, i meridionali, i disoccupati sempre meridionali, gli assegnatari di case popolari chiunque essi siano, quelli che dicono di essere poveri ma non si vestono e non si comportano come tali.
L'invidia, l'egoismo, la sfiducia nelle istituzioni e nel prossimo, la tendenza a volere il male del prossimo se non si ottiene il bene proprio, queste sono storture che ci appartengono, che forse esistono da sempre, che non sono in alcun modo temperate neanche quando apparentemente l'Italia si mostra nella sua veste migliore, quella solidale e attiva di fronte a disastri naturali o storie commoventi.
Dentro alberga sempre l'egoismo e la convinzione che, se ci manca qualcosa, sicuramente qualcun altro, con dolo e in modo scorretto, ce l'ha portata via.
In questo paese nessuna graduatoria, nessuna procedura di scelta, nessun ordine di priorità vengono considerati validi, corretti, condivisibili se non ricomprendono noi stessi. Si dice che è tutto manovrato, che è un imbroglio, senza preoccuparsi neppure di ragionare prima di aprir bocca.
E' una vecchia abitudine e deriva dal fatto che, ogni volta che ce ne danno l'occasione, cerchiamo di prevaricare il prossimo e ottenere anche ciò che non ci spetta o non ci occorre.
E' così che molte famiglie educano i propri bambini, magari portandoli poi a messa la domenica o facendogli credere che a far la prima comunione e dire due preghiere la sera ci si lavi la coscienza.
Come al solito ho divagato, magari ho esagerato un po' con lo stereotipo dell'italiano ma, purtroppo, non ne sono convinta. Conosco persone splendide, che sono splendide con me, con la famiglia, con gli amici, con il vicino di casa, con l'avventore che chiede aiuto. Ma sono le stesse persone, lo so bene, che la pensano esattamente come ho detto sopra, che educano i propri figli a essere "splendidi" solo in superficie, che per proteggerli ritengono sia giusto impedire una vita migliore ad altri figli che non sono i loro.
Molte volte non sono neanche coscienti di essere così. Chissà, magari io stessa non so chi sono e mi illudo soltanto di insegnare a mio figlio che tutti hanno diritto di provarci, di migliorarsi, di cercare un posto per essere felici.
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