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Crisi di mezza età e dintorni...

Ieri al TG mi ha quasi commosso vedere Alain Delon a Cannes, che ritira il suo discusso premio alla carriera in lacrime, orgoglioso e, certo, felice ma, come ha tristemente ammesso, in uno stato di profonda infelicità per l'incapacità di accettare la vecchiaia.
Lo so che lui è oltre gli 80, che i segni del tempo sono evidenti e profondi, che questo diventa tanto più difficile da accettare quando la tua vita precedente era fatta di bellezza, fascino e continue conquiste, di avventure, seduzione, certezza d'essere irresistibile per la maggior parte delle donne e magari di molti uomini.
Io non posso certo fare paralleli tra la sua condizione e la mia!
Primo, perché non ho la sua età, secondo, perché non ho avuto una vita ricca di avventura e successi!
Ma qualcosa in comune l'ho vista chiaramente, l'ho sentita nel profondo, l'ho condivisa con lui in quelle lacrime e quello sguardo vinto.
Perché in fondo, anch'io, a soli 46 anni, mi sento sull'orlo del baratro, avverto come incombente un tempo in cui la mia bellezza, il fascino che ancora sento di emanare, la mia capacità di suscitare desiderio andranno irrimediabilmente a scemare fino a scomparire. E il processo è già iniziato.
Non ho mai avuto la bellezza di Delon ma sapevo chi ero, sapevo di piacere e mi piaceva piacere. Mi piace ancora.
E per questo comincia a suscitare in me un pò di tristezza accorgermi che, ogni giorno di più, riesco a passare inosservata o quasi per strada, a salire su un bus e non sentire alcuno sguardo un pò più insistente su di me, a passare perfino di fronte a una squadra di operai al lavoro senza che sguardi o commenti facciano eco al mio passaggio.
Non sono mai stata una miss né ho mai pensato di esserlo, semplicemente ero abituata a suscitare negli altri un tipo di attenzione che, per quanto mi lusingasse, non sentivo necessaria, non ricercavo. E' ora che sento venir meno quel tipo di attenzione che mi accorgo di quanto mi abbia reso più piacevole l'esistenza! Come sempre capita, apprezziamo certe cose quando stiamo per perderle, quando cominciano a sbiadire.
Io sono in quella fase, mi sento sbiadire, all'esterno, mentre dentro sento di essere viva, sempre più desiderosa di nuove cose, nuove avventure, nuove strade da percorrere.
Non sono vecchia, lo so. Ma so anche che questi saranno i miei ultimi anni di piena forma fisica, di una maturità ancora giovanile e attraente, di una vitalità ancora visibile e riconoscibile. E io li sto sprecando. Ingabbiata nel doppio ruolo di madre e moglie, e forse anche in quello di amante. Perchè quando tutto diventa così miseramente monotono, conosciuto, ordinario e routinario, persino tradire un  marito o un compagno perde il fascino dell'avventura!
Magari dovrei tradire l'amante con un altro amante!? Magari dovrei mandare tutti al diavolo e ricominciare, da sola, cercando nuovi modi per essere felice.
Magari, magari, magari.
Ma io da sola ci so stare? Ma io ho il coraggio di ricominciare, rinunciando a quelle basi sicure che sono la mia famiglia, la casa, il lavoro, gli amici comuni?
Forse no, ci sto riflettendo ogni giorno, sempre più intensamente. E magari quando sarò vecchia davvero avrò preso finalmente una decisione...troppo tardi...
Intanto vivo di fantasie e porto avanti questa piece teatrale al meglio che riesco, che non è tanto.
Se è una crisi di mezza età, cosa che trovo realistica, passerà. Se non lo è mi sto condannando all'infelicità. Ma non è micaper tutti la felicità! E non è per sempre! Può darsi che io la mia fetta di torta l'abbia già mangiata...
Si fotta tutto! Prendo tempo, parlo solo con me, mi guardo dentro con terrore e aspetto di capire. Allora forse deciderò che fare e se fare. Ora sto qui, lasciando che il tempo mi scivoli accanto, lasciandomi nuove rughe sul volto e sempre più desideri insoddisfatti.
Sto qui ancora un pò, a trattenere lacrime che, comunque, non saprei far uscire.
Diventerò vecchia così, frustrando i miei desideri e sfogando la mia rabbia attraverso i capricci. Peggio per chi mi starà accanto!

In tempi di molestie...

E dopo lo scandalo Weinstein (quello del produttore cinematografico statunitense che avrebbe imposto pratiche sessuali di vario genere ad attrici e collaboratrici in cambio di favoritismi o anche fine a se stesse), dopo la gara a chi (già famoso e non) poteva raccontare l'abuso più umiliante, che fosse stato messo in atto da quel produttore o da altri, dopo le cazzate inverosimili di Asia Argento, dopo le rivelazioni anonime di presunte ex attrici, dopo il sexy gate inglese (e anche lì teste che cadono...nel vero senso della parola), dopo la distruzione di un artista come Kevin Spacey per presunti abusi o molestie perpetrati per decenni e di cui si saprebbe solo ora, per l'irrefrenabile voglia di giustizia e verità di una serie infinita di soggetti che gli sono passati accanto, dopo tutto questo cosa dovremo aspettarci?
Non che questo abbia troppa rilevanza, ma sono una donna e, da donna, capisco bene che, in certe situazioni, soprattutto in presenza di uomini che hanno un ruolo apicale o comunque nei confronti dei quali abbiamo motivo di sentirci subalterne o ricattabili, subire una molestia o un'avance troppo spinta diventa più difficile da gestire che non in situazione di parità. Capisco che si possa avvertire il peso dell'autorevolezza del presunto personaggio autorevole, capisco che si possa desiderare intensamente l'approvazione dell'uomo che per noi è magari fonte di ispirazione e ammirazione, capisco che si possa mettere sul piatto della bilancia tutti i sacrifici fatti per arrivare fin lì e magari chiedersi se valga la pena di umiliarsi per ottenere ciò che, forse, ci spetterebbe.
Capisco che di certi uomini si possa persino avere paura, quando li si rispetta estremamente, quando ci colgono di sorpresa con atteggiamenti che li rendono irriconoscibili, che quasi ci fanno dubitare di noi stesse e dell'interpretazione dei fatti che stiamo dando, facendoci sentire doppiamente deboli e ingenue, se non presuntuose.
Capisco che ci si possa pure convincere che, come molti dicono, il mondo funziona così e se vuoi arrivare ci sono compromessi a cui prima o poi bisogna sottostare, senza mai protestare, che non è vantaggioso.
Capisco che spesso, se si subisce un abuso o una molestia o, peggio, una violenza, diventi davvero difficile raccontare, denunciare, rischiare di essere messe noi stesse in discussione, giudicate per "essercela cercata" o per non averla saputa gestire.
Capisco.
Eppure qui qualcosa non mi convince. Dove sta l'errore, quel neo fastidioso che mi fa sentire a disagio, che mi impedisce di solidarizzare con tutta questa gente che si lancia in confessioni dell'ultim'ora, in racconti di fatti che dovrebbero essere già un po' sbiaditi ma che sembrano nitidi come fossero avvenuti ieri?
Cosa mi irrita nel susseguirsi di denunce, spesso senza nominare il presunto colpevole, giustificate con l'esigenza di rendere il mondo partecipe di questo schifo, di rendere le donne più coraggiose e capaci di dire NO, più sicure e disponibili a chiedere aiuto per il danno subito?
Non so di preciso cosa mi metta a disagio in tutto questo, ma so che non è con gli scandali che si cambia la mentalità della gente, delle donne in primis. Non è con gli scandali che si arriva alla verità e alla giustizia. Non è con questi scandali che insegniamo alle ragazze più giovani a difendersi e gestire il proprio corpo e la propria sensualità.
Non sono convinta che il ruolo o la visione della figura femminile siano cambiate in peggio in questi anni, anzi, sono convinta del contrario. Tante battaglie portate avanti dalle nostre madri (forse non dalla mia) e da uomini illuminati (almeno per qualche tempo) hanno di fatto cambiato il modo in cui la donna stessa concepisce se stessa. E hanno cambiato le aspettative della società' nei suoi confronti, anche se non sempre quelle della sua famiglia di origine o di ingresso, che continuano spesso ad essere ancorate all'idea della donna fragile, mamma, lavandaia e angelo del focolare. E' vero che, alla faccia della legislazione paritaria e non sessista, nella realtà' certe discriminazioni e soprusi sopravvivono allegramente, sarà vero, se lo sento e leggo ovunque, che c'è disparità nelle retribuzioni, che l'accesso ai posti di vertice, ai ruoli apicali, è spesso precluso alle donne o almeno reso molto più difficile che per gli uomini. E' vero, sarà vero.
Eppure io non ho mai, e sottolineo mai, provato neppure la sensazione di essere stata giudicata ingiustamente o non selezionata o valutata in modo scorretto solo in quanto donna. Non mi sono sentita messa da parte in nessuna discussione, in ambito lavorativo, di associazionismo politico o sociale, non ho mai pensato di aver dovuto faticare il doppio per raggiungere ogni obiettivo sociale o professionale, perché effettivamente non è mai successo!
Ora, mi si potrà contestare il fatto che io non ho certo fatto una gran carriera, che non ricopro posti di vertice in nessun campo, che non sono stata ambiziosa e che mi sono accontentata del ruolo che mi è stato concesso perché comunque non ambito da un maschio.  Non sono d'accordo.
Io ho raggiunto gli obiettivi che mi sono prefissata praticamente sempre, quando mi interessavano davvero, io ho scelto cosa fare e ho concorso insieme agli uomini senza pensare mai di essere in svantaggio rispetto a loro. Io non mi sentivo costretta a dare di più, nessuno mi ha mai fatto intendere che avrei dovuto dare di più. So di essere stimata nella mia professione e nell'ambiente di lavoro in genere, so che tanti hanno avuto fiducia in me, so che pensano che dovrei andare oltre, avere più ambizione. So che potrei fare di più, nel senso che potrei aspirare a posizioni più prestigiose e trattamenti economici maggiori. Ma non mi interessano, e non perché non ami i soldi e il benessere che possono regalare, ma solo perché raggiungere altri obiettivi significherebbe perdere quel poco di tempo e spazio che ho per me, significherebbe sacrifici che non intendo affrontare e impegni ai quali non intendo corrispondere. E questo non perché sono donna, solo perché sono fatta così, perché in linea di massima amo la mia vita e la voglio mantenere su misura per me.
E Marco, l'uomo con cui condivido la vita quotidiana, le speranze e i sogni, la pensa come me, e anche lui ha scelto una vita semplice, in cui lavoro e ambizioni non trovano posto prima di noi stessi e della nostra famiglia.
Ma tutto questo non ha a che fare con il sesso dell'uno o dell'altro!
Insomma, una donna, se ne ha le capacità, la voglia e le competenze, può arrivare dove vuole, facendosi valere come fan tutti, senza pensare di aver diritto a non so quale solidarietà femminile e senza pensare di arrivare in alto per combattere non so quali battaglie di genere.
Tornando all'argomento iniziale, quindi, mi convince poco il pensiero comune che una donna, per far carriera, debba sottostare a chissà quali osceni compromessi, non di rado di tipo sessuale. Sono certa che le proposte vengano fatte e siano all'ordine del giorno in certi ambienti, visto che lo sono persino in quelli meno frequentati da bellezze e persone affascinanti.
Le proposte oscene ci sono e a quelle esistono diversi modi di reagire, tutti più o meno legittimi. Puoi rifiutare dando di matto e denunciando, puoi ribellarti e passare al contrattacco, magari ricattando o sputtanando, puoi buttarla sul gioco e prendere tempo per ottenere quel che vuoi, illudendo l'altro di essere sulla buona strada mentre lo usi soltanto, puoi dire si, godertela o trattenere i conati, puoi fare quel che ritieni valga la pena di fare. Ma di certo non puoi starci, prendere ciò che ti viene offerto in cambio e poi, dopo anni,  andare a piangere in giro, buttando fango su te stessa e sugli altri, pretendendo di passare per vittima e non per una semplice rotella di un ingranaggio perverso che tu stessa stai contribuendo a far funzionare.
So che non si può generalizzare, e per questo non ho gradito il tam tam e il "me too" cui tutte e tutti si sono accodati, dando poi della traditrice a donne che hanno osato tirarsi fuori e dire che, si, l'approccio un po' spinto ci sta, che non si può sempre criminalizzare l'uso del proprio fascino e neppure del potere, visto che spesso è questo che spinge le donne o gli uomini ad avvicinare certe persone, a farcisi fotografare insieme o anche solo a lasciare intendere che ci sia una confidenza e un'intimità in realtà inesistenti.
E diciamoci la verità, care signore, a chinpiace l'uomo timido, impacciato, che chiede il permesso per baciarti, per toccati, per scoparti!?
Insomma, guai a chi cerca di violare la mia dignità e il mio corpo senza il mio esplicito consenso, basta con le violenze e giusto sempre denunciare abusi o stupri, senza remore. Ma non sarà mai un abuso un maldestro tentativo di sedurmi, magari con una palpata sgradita sul culo, non lo sara' mai un bacio rubato, anche se poi ti becchi uno schiaffo, non lo sara' mai una proposta oscena, neanche sul posto di lavoro, salvo che venga riproposta dopo il chiaro rifiuto e il monito a che non si ripeta più quel tipo di situazione.
Insomma, non penso che vivere nel terrore di essere denunciati per molestie per ogni approccio o allusione o battuta sia il modo migliore di viveso che piacerà a nessuno dover far sottoscrivere dichiarazioni di consenso in bollo per potersi lasciare andare a posare la mano su seno o su un pene, si sa mai che qualcuno si senta abusato...

"Non ti credo", un thriller di Sophie Hannah, una scoperta!

Finito in tre giorni (leggendo solo la notte, che il resto del giorno non ne ho la possibilità), perché non riuscivo a smettere finché non ci crollavo sopra, addormentata.
Non conoscevo questa autrice, libro comprato per caso in un negozio dell'usato, come faccio spesso, senza grandi aspettative. E' stata una sorpresa.
Ben scritto, cosa che non si può dire di tutti i thriller, trama un po' intricata e a tratti inverosimile ma che ti prende, perché affascina ed emoziona. Una storia di donne, raccontata dal punto di vista di due protagoniste molto diverse ma, alla fine, fragili e forti entrambe.
Una storia di amori menzogneri, di stupri, di rinascita e di vendetta.
Non racconto la trama perché non saprei farlo senza svelare ciò che rende il libro così attraente.
Quindi invito soltanto alla lettura di questo libro mentre io andrò a recuperare anche gli altri romanzi della stessa autrice.
Buona lettura.

Jane Austen, una scoperta

A poca distanza dalla lettura di "Emma", mi trovo immersa in "Orgoglio e pregiudizio", entrambi di Jane Austen. E non uso il termine "immersa" per caso, è che proprio mi sento trascinata dentro quel mondo ottocentesco fatto di rituali, cerimoniosità, un continuo darsi del Voi persino tra amanti.
Un mondo in cui quasi tutto il tempo è dedicato all'arricchimento di sé, sia in senso culturale (difficile trovare un personaggio che non si dedichi alla lettura o almeno a una qualche forma d'arte), che economico (è tutto un continuo tramare per accaparrarsi il partito migliore, uomo o donna che sia, quello con la rendita maggiore, che possa far uscire da situazioni anche disastrose il/la malcapitato/a).
Il tutto infarcito di passeggiate, visite da fare e da restituire, viaggi, balli, banchetti e grandi discussioni di gruppo sugli argomenti più disparati, da quelli più banali come l'etichetta, a quelli sociali e politici.
Certo, nelle opere della Austen prevale l'aspetto romantico e femminile, non necessariamente frivolo ma, certo, molto centrato su famiglia e ricerca ossessiva del giusto matrimonio.
Ma l'ambientazione fa sì che sia confermata la mia passione per i romanzi dell'800, europei e russi.
E lei non sarà un Tolstoy ma è davvero brava a raccontare le donne di quel tempo, a volte frivole e superficiali, disposte a tutto pur di sistemarsi, a volte "con le palle", tipe che, considerando in che epoca e in che mondo vivevano, erano così forti da pretendere di decidere della propria vita. E lo facevano apertamente o con sotterfugi, ma sempre con la forza necessaria al raggiungimento dell'obiettivo prefissato, fosse anche il semplice rifiuto del matrimonio.
Donne che non si sentono inferiori agli uomini, che si confrontano con questi, che studiano, sono in grado di sostenere discussioni a vari livelli, che, in fin dei conti, orientano gli avvenimenti e la vita familiare e di società come meglio credono, anche facendosi la guerra tra loro.
Sarà che io alla complicità femminile ci ho sempre creduto poco, sarà che le donne che prendono il loro spazio senza sentirsi messe in un angolo le ho sempre ammirate, ma resta il fatto che quelle donne mi affascinano, spesso molto più di quelle raccontate nella letteratura moderna.
Certo, queste donne sono tutte rintracciabili nella fascia alta della società, in ambienti elitari, che vivono di mondanità e che, quando proprio si trova un personaggio che sta andando in rovina economica, semplicemente lo si vede obbligato a svolgere un lavoro per guadagnare il denaro invece che riceverlo passivamente.
Ma è bello lasciarsi rapire da quella fetta di società, da quelle storie, dagli intrighi, dalle passioni non mitigate dall'urgenza del bisogno economico.
Il resto fa da contorno e, comunque, ognuno racconta ciò che conosce.
Insomma, consiglio a tutti la lettura della Austen, forse più alle donne che agli uomini...ma vale la pena. Io continuo...

"mamma, le femmine non si possono uccidere!"

E in questi giorni in cui si discute in parlamento un disegno di legge sul femminicidio, ecco che mio figlio, 5 anni, come al solito puntuale (casualmente) sull'argomento, ci ha annunciato la sua nuova filosofia: le femmine non possono essere uccise, neanche gli insetti femmina, e i conigli e le pecore e tutti gli animali di sesso femminile non si possono mangiare!
Per lui anche le zanzare che senza pietà facciamo fuori, sono tutte maschi, ne è sicuro! Perché le femmine sono buone e, comunque, non si possono toccare.
Nella sua testolina so che il principio è dettato dalla speranza che esista una sorta di protezione per tutte le mamme, umane e animali, che devono accudire i loro piccoli e star loro vicino per sempre. Lui ha bisogno di pensare che io sono al sicuro, che il ruolo di mamma lo sia.
Vorrebbe la certezza di non potermi perdere mai, perché per lui, nonostante tutto, valgo sempre qualche punto in più del padre, per quanto lui si faccia in quattro per farlo divertire, per dargli tutto ciò che desidera. Ogni sforzo è vano.
Io, per quanto scostante, nevrotica, spesso sfuggente, poco propensa al gioco ma molto alle coccole, sono l'elemento essenziale nella sua vita, irrinunciabile.
E così pensa debba essere per tutti i bambini e per tutti gli animali.
Quando sa che un bambino ha perso la mamma, subito afferma che al più presto ne avrà una nuova, che il papà ne sposerà un'altra, perché senza mamma non si può stare.
E anche le femmine che non hanno figli per lui hanno già un valore intrinseco, dato dalla possibilità che, un giorno, assurgano al rango di madri, quindi intoccabili.
Il tutto mentre il mondo va nella direzione opposta, mentre essere donna spesso significa essere succube della violenza fisica o psicologica degli uomini di riferimento, di quelli amati o che ci hanno amato (o, peggio, che dicono di amarci e con questo pretesto diventano aggressivi).
Ed essere madre peggiora soltanto le cose, spinge molte donne a fare da scudo, a sottostare a certe imposizioni per proteggere i figli o comunque ad essere remissive nella convinzione che questo possa servire a proteggere i figli dal dolore e dalla violenza.
Il più delle volte è l'esatto contrario. Essere passive, docili, insomma sacrificarsi, porta solo maggiore disagio per bambini che assistono impotenti a scene di violenza verbale o fisica, bambini che, nel profondo, vorrebbero che la loro mamma trovasse il coraggio di abbandonare un compagno e padre inadeguato, per scappare lontano da lui, per vivere una vita felice.
Tollerare la violenza non fa che rafforzarla, giustificarla, renderla un elemento normale della convivenza o del rapporto di coppia. Così non è e non può essere.
Non ho mai vissuto esperienze di questo genere in coppia ma, certo, sono stata una bambina che ha sperato di vedere mamma far le valigie per portarci via con lei quando mio padre era insopportabilmente severo, geloso, iroso.
Col tempo le cose sono cambiate, tanto che lui oggi mi dice "lo so che voi figli non mi avete voluto bene, ma io lo facevo per voi, ero severo perché volevo tenervi al sicuro.." e se ne dispiace, lo so.
Oggi mi ritrovo a dirgli, sinceramente, che gli voglio un bene immenso e che gliene ho sempre voluto, pur con tutti i contrasti che ci sono stati tra noi. Lui è il mio punto di riferimento, gli somiglio nel bene e nel male e il suo giudizio per me è sempre importante, anche se lo scontro persiste.
La nostra situazione non è mai arrivata al disastro ma resto convinta che, in quegli anni, una presa di posizione più forte e decisa da parte di mamma avrebbe reso tutto più semplice.
E qui la chiudo, aggiungendo comunque che, ancora una volta, non trovo opportuno istituire un reato specifico per qualcosa che è un omicidio, magari con l'aggravante della sopraffazione sul sesso femminile, ma non è un reato a se stante. Gli uomini in certi casi sono a loro volta vittime di stalking o peggio.
Quella tanto declamata parità tra i sessi ce la vogliamo riconoscere o no? Pretendiamola, non continuiamo a inventare eccezioni, corsie preferenziali, a farci considerare qualcosa di fragile da tutelare con leggi speciali.
Non siamo il sesso debole, non se ci crediamo!

Quando trovi una storia e dici "Cavolo, potrei essere io!"


Sono capitata per caso tra le pagine di questo libro, senza alcuna aspettativa, visto che non conoscevo l'autrice, come faccio spesso con i libri che acquisto solo perché sono o promettono di essere dei thriller coinvolgenti.
Letture non troppo impegnate che alterno ad altre, certo, ma che divoro con immenso piacere.
E stavolta, fin dalle prime pagine, mi sono ritrovata, incredula, a pensare "Cavolo, potrei proprio essere io! Pensa le stesse cose che penso io!".
Perché "Fragili e preziose" di Megan Hart, è un libro sicuramente senza pretese, a tratti un po' inverosimile, però per me ha fatto centro, descrivendo la parabola discendente di una madre di due figli piccoli, che anela soltanto a un po' di pace, di silenzio, di spazio per sé e per le sue cose.
Una che vorrebbe persino, e felicemente, pulire casa, purché potesse farlo senza sentire i continui richiami, le lamentele, le richieste dei suoi bambini e, nel suo caso, di un marito (marito che invece non è un problema per me...).
Certo, la situazione in cui viene a trovarsi è particolare, la scelta che fa ancora di più. Ma l'ho capita, per quanto incredibile e folle, perché la sua testa era quasi la mia testa.
Questa donna sceglie in una frazione di secondo di non fuggire, pur avendone l'occasione, da un rapinatore (che poi diventa rapitore), pur di non dover tornare a casa dai figli e alla solita monotona, sfiancante vita.
Questa donna coglie la prima occasione inaspettata per fuggire, a suo modo, senza doversi sentire in colpa per l'abbandono.
Questa donna è una donna consumata dalla responsabilità, dal senso del dovere, dal suo essere esigente con se stessa, precisa, ordinata, dal suo essere una buona madre e una buona moglie.
Questa donna si caccia nei guai e forse si pente di averlo fatto...non lo so, non ho ancora finito il libro.
Ma non importa, almeno fino a un certo punto questa donna ha parlato per me, ha espresso ciò che io provo ogni giorno, la stanchezza fisica e mentale che mi attanaglia e mi fa sentire in trappola.
Non sarà un problema se il libro si rivelerà deludente, fin qui mi ha già dato abbastanza, mi ha dato ciò che non mi aspettavo di trovare scritto così limpido e così innocente.
Proseguo la lettura, comunque vada, Grazie Megan!

Il sesso, termometro della vita di coppia

Non era proprio questo il titolo dell'articoletto di ieri, sempre su Tiscali (purtroppo ci sono giorni che questa è l'unica fonte di notizie per me, se si esclude SkyTG24!), ma più o meno anticipava quel concetto, che non dettagliava poi tanto nel testo...solo che è bastato per farmi riflettere un po' sulla cosa.
Non che non ci abbia mai pensato, anzi, l'argomento era interessante proprio perché mi tocca da vicino, ogni giorno. Non il sesso però, solo il pensiero che non ce ne sia abbastanza e che questo possa significare o meno l'approssimarsi della crisi.
Io sono convinta di no, ora. Ma qualche anno fa avrei certo affermato con assoluta certezza che un rapporto in cui il sesso non la fa da padrone non è un rapporto che vale la pena portare avanti, se non come amicizia, che l'amore e il sesso sono inscindibili e che, mentre se manca il primo il sesso può comunque funzionare, se manca il secondo non do nessuna chance alla sopravvivenza dell'amore (salvo che il non far sesso sia dovuto a fattori esterni e non controllabili)!
Forse di tutto questo sono convinta ancora.
E' solo che la vita cambia, che l'energia e l'entusiasmo che prima potevano supportare il desiderio di fare mille cose insieme, adesso sono ridotti e ci portano a stabilire, anche inconsciamente, delle priorità. Dinamica assurda che a volte porta ai primi posti della top ten le lavatrici da fare (che a casa ci sono sempre almeno 3 cesti di biancheria sporca che attende!) e lascia in coda tutto il resto...
E allora speriamo che il termometro non sia proprio quello, perché io sono ancora assolutamente certa dell'amore che provo per il mio M., e sono sicura anche del suo per me!
Si potrà pensare che sono un'illusa ma io so quanto abbiamo condiviso, sofferto, quanto abbiamo costruito insieme, quanto abbiamo profondamente voluto ciò che siamo ora (anche se a volte io sono la prima a cedere al rimpianto...).
E ciò che siamo ha un prezzo da pagare: stanchezza, per il lavoro e per la fatica d'essere genitori; sonno, per le troppe ore perse a cercare di far dormire lui, quell'esserino che spesso a mezzanotte sta ancora saltando sul divano; malumori vari dettati dalla consapevolezza che lui non ci ascolta, che non siamo abbastanza forti, che alla fine ci ascoltiamo poco anche tra di noi.
L'elenco potrebbe continuare, e forse riempirebbe la pagina, ma ci sono anche le cose belle del nostro rapporto, la voglia di guardarsi ancora, compiaciuti della propria conquista, la stima, la certezza che andiamo orgogliosi l'uno dell'altra, la capacità di divertirci insieme, di non soffocarci, di essere complici.
Al cuore non si comanda ma, certo, si può dire che ci siamo scelti!
Un giorno racconterò di come mi sono innamorata di lui (mentre lui avrebbe voluto amarmi e invece amava ancora lei...), ma ora sto in argomento. Il sesso.
Facciamola breve! Un tempo ce n'era tanto, se ne faceva tanto, ovunque, a qualunque ora!
Ora no.
Ora quasi dobbiamo stabilire date e orari. Davvero dobbiamo organizzarci e magari prendere un giorno di ferie per essere certi che la peste sia a scuola, così da avere la nostra amata casa tutta per noi. Con lui in casa non c'è modo, lui è sempre ultra presente!
E la notte, quando finalmente riusciamo a metterlo a letto addormentato, a stento riusciamo a tenere gli occhi aperti mentre fumiamo l'ultima disperata sigaretta, fuori, seduti in silenzio, sotto un cielo scuro e rassicurante. A fatica ci trasciniamo in bagno e poi fino al letto. Un bacio e la buonanotte.
Poi a volte lui la butta lì sorridendo: "facciamo un po' di sesso?" e la risposta è pure SI, sempre ridendo, che ormai lo sappiamo tutti e due che di lì a due minuti saremo sprofondati nel sonno.
Così si finisce con l'attendere il giorno di ferie, sesso la mattina, non il massimo, non il nostro preferito. Ma chi può permettersi di scegliere ormai? Prendere o lasciare!
E il bello (l'assurdo anzi!) è che dopo ci tocca pure correre per cercare di fare comunque quelle cose che durante il giorno non riusciremo a fare. Quindi sesso, un po' di relax e coccole e poi ancora lavatrici e varie sul genere!
A questo punto spero proprio che non sia col sesso che si misura il benessere della coppia! Almeno non con la sua frequenza! Sulla qualità potremmo anche dirci soddisfatti anche se, certo, un po' di brivido in più non guasterebbe.
Magari un giorno, sistemando bimbo in modo soddisfacente e per un'intera nottata, ci incontreremo ancora come sconosciuti, al bancone di un locale, per ricominciare tutto da capo, per scoprirci e conoscerci per la prima volta, per essere qualcuno nuovo e diverso anche.
Mi sa che devo proprio proporglielo, un'avventura, una nuova conquista, del sesso rubato.
Si, glielo propongo...ma forse prima dovrei parlarne con la babysitter, che palle!

Feste di compleanno...o no

Quarantaquattro, come i gatti in fila per tre, solo che questi sono i miei anni!

Da dopodomani saranno quarantaquattro, che fino a oggi sono assolutamente 43!
Nessun problema con l'età da dichiarare, mai avuti. Ma fino all'ultimo giorno non mi schiodo, io mantengo la stessa versione per almeno 365 giorni. Perché non dovrei?
E' innegabile però che 44 suona molto diverso da come suonava quel 24 o anche quel 34! Tutto suona un po' diverso. E io sono diversa? Forse, controvoglia.
E' presto per dirlo, ma si va verso i 50, mica verso una nuova fase della giovinezza!
Si va verso l'età matura, quella che poi non si sa mai dove stabilire il limite, il valico per l'età anziana, che ogni anno che passa si tende a farlo slittare, anche quando si parla degli altri.
"Cinquantacinque anni? Ma allora è giovane!". Frasi così sono sempre più all'ordine del giorno quando ci si avvicina di persona a quei traguardi, e non sono ipocrisie, è che davvero ci si rende conto che a quell'età si è GIOVANI.
Non si è più ragazzi, si è giusto un pizzico più maturi (e non così tanto poi...) ma si è ancora giovani.
Se penso a come vedevo mia madre quando aveva la mia età, io neanche ventenne e lei giovanissima madre di 4 adolescenti! Mi sembrava vecchia, la trattavo già da vecchia, la vedevo lontana anni luce da tutto quello che identificavo come interessi, passioni, atteggiamenti, vita da "giovane".
E lei si sentiva forse come io mi sento adesso quando quei ragazzi sull'autobus mi danno della signora, gentili e formali fino a farmi incazzare! Io signora? Io come mia mamma allora? Cavolo, allora è grave, allora devo proprio essere invecchiata tanto, essermi sciupata tanto!
Saranno le rughe, i capelli bianchi (che anche se li copro, non sono mai puntuale e ogni tanto stanno lì in bella mostra per giorni!), sarà il look, o sarà anche solo il mio sguardo a tradire l'età? Non lo so. Ma so che se prima qualcuno si lasciava andare a un "Ma non li dimostri proprio!" "Ma sembri una 35enne!", ora non capita più, non in modo credibile.
Ed è un po' tragico, o comico, perché io GIOVANE mi ci sento ancora!
E per una che fuma, mangia disordinatamente, non fa nessuna attività fisica anche lontanamente benefica per il corpo e la mente, beve non certo moderatamente quando ci si mette, non va dall'estetista, non si trucca neppure come si deve, beh, forse non sono neppure messa così male!
Non mi posso lamentare troppo e non lo faccio. Ma per quei giovani, già da qualche anno, sono una SIGNORA.
E non ci sono rimedi, al massimo possono considerarti una "giovanile per la sua età"!
Chissà cosa pensava la mia mamma quando le facevo pesare il suo modo di vestire, di pettinarsi, di pensare. Magari non era proprio all'avanguardia ma a ripensarci era tutto sommato in linea con la moda del periodo. Non era alla moda, non lo sono neanche io. Ma non spiccava per essere fuori stile o stagione! Come me adesso. Non spicco ma neanche sono fuori tempo!
In realtà, adolescenza a parte, è così che sono sempre stata, almeno nel vestire e nell'apparire: abbastanza ordinaria. Volutamente ordinaria e semplice. Forse per compensare quel che di non semplice mi trascinavo dentro.
E adesso, che ancora mi piaccio, vorrei forse festeggiarmi un po'. Ma come?
Certo vorrei qualcosa di più del piccolo invito che organizzerò in ufficio per i colleghi di lavoro! 
Magari vorrei degli auguri un po' più "strutturati" dal mio Marco, che si limiterà a dirmi ironicamente "auguri!"( sempre che se ne ricordi!), come se per noi fosse normale così,  e magari lo è. Per lui lo è di sicuro, non gli interessano i compleanni, non gli interessano le ricorrenze in generale, le formalità, che si tratti di auguri o di condoglianze.
Io curo le pubbliche relazioni per entrambi da quel punto di vista, condoglianze escluse, perché quelle le trovo insopportabili anch'io.
Ma ogni volta, quando dice così, ci rimango comunque un po' male.  Lo so che un compleanno non è importante, però è il mio.
E so già che non mi attende un regalo da scartare né una sorpresa. Ho comprato un tablet un mese fa e ho fatto  l'errore di dire "questo è il mio regalo di compleanno anticipato", mi ha preso in parola! Comunque sono anni che non ci facciamo regali per il compleanno, una vita in comune e un conto corrente in comune rendono le sorprese davvero difficili da organizzare, soprattutto quando certe ristrettezze economiche sono superate e ti ritrovi a poter comprare quel che desideri senza aspettare i giorni speciali. Non che siamo diventati ricchi, sia chiaro! E' solo che entrambi non abbiamo alcuna pretesa. Siamo tipi da cose di poco conto, non amiamo gli oggetti e i gingilli costosi, non amiamo esibire, non amiamo neppure accaparrarci gli ultimi ritrovati in fatto di nuove tecnologie.
Noi viviamo in modo semplice, con oggetti possibilmente di semplice utilizzo, non necessariamente connessi col mondo social. Noi siamo più da bar e, più spesso ancora, da serie Sky (possibilmente thriller) sdraiati sul divano!
Ma la differenza tra me e lui è che io amo i regali! Adoro farli, adoro riceverli, anche piccoli, insignificanti, futili. Amo scartare pacchetti in ogni occasione utile, amo ricevere oggetti che non avrei mai acquistato, amo le sorprese. Ma sono anni che ne ricevo poche e sicuramente non da lui. Non da quando gli ho praticamente intimato di tenersi lontano dal fioraio, che le rose possono andare quando sei giovane e innamorato e non te le aspetti, ma di per sé non le apprezzo proprio per niente! Dicono che non sono romantica, io penso solo che non amo i fiori e ancora meno chi prende scorciatoie per liberarsi di un'incombenza, come se cercare o pensare un regalo fosse solo una gran seccatura!  
E anch'io non gli faccio quasi più regali, perché alla fine sbaglio e lo sento dire "Ma non potevi dirmelo prima di buttare i soldi così?". 
Comunque non è questo il punto.
Il punto è che vorrei una festa di compleanno, un compleanno alla vecchia maniera, con tanto vino, tanti amici, regali improbabili, musica improbabile e magari alla fine anche il dolce lanciato in faccia! Ma cavolo, sono 44! Cavolo, sono una SIGNORA! Cavolo, sono una mamma (e comunque dove lo piazzo mio figlio mentre mi ubriaco fino allo stordimento?)! Cavolo, sarà per un'altra volta, anche questa finisce tra le cose da rinviare a tempi migliori.
Ne ho un armadio pieno di cose rinviate a tempi migliori! Speriamo solo che arrivino quei tempi là...
Io aspetto, non mi arrendo. Secondo molti, e forse a ragione, perdo tempo e non vivo, ma io sono convinta che arriveranno tempi migliori, tempi per vivere di più.
Del resto, compio solo quarantaquattro anni!!!

La mia nonna triste

Oggi pensavo a te, non so, forse ti ho sognata, succede a volte, anche dopo tanti anni.
Una vita lunga la tua, 92 anni vissuti lentamente, scanditi dalle malattie e dalle morti dei tuoi cari e delle altre persone che ti stavano accanto. 92 anni tutti da raccontare, lucidi nei ricordi che, senza nostalgia ma con piacere, condividevi con me o con chiunque avesse voglia di ascoltare. E' che non erano in tanti ad ascoltare, quindi credo piacesse a te quanto a me stare lì, davanti al camino, che ci fosse il fuoco acceso o no, a parlare per ore, a sussurrare, che pure il tuo tono di voce era rassegnato e stanco.
A volte devo confessare che mi costava stare lì mentre la mia giovinezza istintivamente mi ricordava che fuori c'erano amici, amori, cose da fare e che gli altri avrebbero fatto senza di me! Avevo la mia vita abbozzata da portare avanti, da gustare e da sprecare anche un po'.
Ma la maggior parte delle volte era un vero piacere starti a sentire, condurti pian piano, domandando e commentando solo un po', in quell'intrico di storie, tue o di persone che avevi conosciuto o anche storie che avevi solo sentito raccontare ma che ricordavi in ogni particolare, perché ormai ti appartenevano.
Stavi china, con la tua giacchina nera e in tasca un fazzoletto per asciugare le lacrime che scendevano, per l'età e non per l'emozione... 
Di solito tenevi il fazzoletto nero sulla testa ma se faceva caldo  potevo vedere i tuoi lunghi e lisci capelli grigio-bianchi raccolti in una crocchia ormai ridotta a poco, fermata con qualche forcina o con il pettinino. Eri tutta vestita di nero, forse dalla morte di nonno, o forse da quella precedente di tuo figlio. Eri vestita di nero perché in paese ci si aspettava che lo facessi, o forse tutto sommato non ci avrebbero poi fatto caso, eri tu quella si condannava al lutto perché non avresti potuto fare diversamente. La trasgressione non rientrava tra le cose per te accettabili. Eppure sono quasi certa che dopo la morte di nonno sia in realtà iniziata per te una nuova vita, sempre dimessa e silenziosa, ma di sicuro un po' più serena e aperta alla curiosità.

Ci sono voluti anni ma ricordo che pian piano hai cominciato ad assaggiare cibi nuovi, cosa eccezionale per te che, nata povera, eri incredibilmente schizzinosa! Guardavi nuovi programmi in TV, per poi dire che non ti piacevano né ti interessavano, gestivi con parsimonia ma con piacere quei pochi soldi che facevano la tua indipendenza economica. Questa era tutta la libertà che ti concedevi, ma io lo so che era già tanto, che era qualcosa di nuovo, che ti sorprendeva e ti restituiva il piacere di vivere.
E anche raccontare di te era qualcosa che non avevi mai fatto prima, non si poteva, del resto persino allora, a sostituire nonno, ci si metteva mio padre, tuo figlio, a mettere in dubbio la veridicità di certi racconti, di episodi troppo amari per poterli accettare.
Ma di solito stavamo sole, con le seggiole basse una accanto all'altra, e a volte ti tenevo la mano. Ti piaceva essere accarezzata, anche se non sapevi dirlo. Ti piaceva quando ti sistemavo le unghie e, fingendo che fossi io a costringerti, ti lasciavi stendere un velo di smalto trasparente! Niente di più, ma sapevo quanto potesse valere per te quello sgarro alle regole della sobrietà. E abbozzavi un sorriso, come una bambina, perché ridere davvero era un'altra di quelle attività che ti sono rimaste estranee fino alla fine; quando ti sfuggiva un risolino lo soffocavi e nascondevi la bocca con una mano.
E intanto raccontavi, a volte non c'era proprio bisogno di chiedere, i ricordi si susseguivano, spontanei, con parole semplici e con abbondanza di dettagli, come se le immagini fossero ancora lì, davanti ai tuoi occhi di vecchia.
E tornavi ad essere quella bambina un po' introversa e solitaria che andava alla scuola elementare nel vecchio edificio vicino a casa, curiosa e avida di nuove conoscenze e nozioni. Ti piaceva la tua maestra, era gentile e veniva da un'altra regione. Lei ti apprezzava, ti stimolava e incoraggiava.
Eri brava, apprendevi in fretta e ne andavi orgogliosa. Ricordavi ancora tutte le cose che ti aveva insegnato o che avevi letto in quell'unico libro di cui disponevi. Erano solo nozioni, sprazzi di storia e geografia, poesie, qualche racconto. Ma ne conservavi un ricordo affettuoso, come si fa con le cose preziose, penso addirittura che ogni tanto ripassassi tutto mentalmente per non permettere a quelle poche conoscenze di svanire. Era il tuo piccolo bagaglio di cultura, molto piccolo, visto che ben preso, forse quando eri in terza, i tuoi genitori presero per te una decisione che ti ha segnata per sempre.
Nonostante la maestra si fosse persino presentata a casa a implorare tuo padre di lasciarti frequentare la scuola, decisero che non si poteva più, che la piccola Beatrice doveva stare a casa ad occuparsi dei suoi genitori, che intanto si erano ammalati, non si sa bene di cosa, e non erano più autosufficienti. Tutti i tuoi sogni morirono quel giorno. Non dicesti una parola, come sempre, forse per la prima volta, cominciasti a pensare di essere condannata a un destino crudele, di essere l'agnello sacrificale, mentre le tue sorelle maggiori prendevano altre strade, a dirla tutta non molto più vantaggiose della tua, e tu iniziavi a invidiarle e, forse, a provare risentimento nei loro confronti.
Eri solo una bambina, e sei sempre rimasta convinta che andare a scuola ti avrebbe dato un destino diverso, che saresti sempre stata brava e diligente, una piccola studiosa di cui i tuoi avrebbero dovuto essere orgogliosi! Ma è andata così, la piccola Beatrice ha cominciato a maledire se stessa e la vita e si è dedicata a compiti e responsabilità che sarebbero stati pesanti anche per un adulto.
Nel giro di poco tuo padre era bloccato su un letto, con le gambe gonfie e doloranti, affetto da una malattia indefinita che allora veniva semplicemente chiamata "Quel male". Poi la tua mamma...e anche se non ricordo bene tempi e successione degli eventi, entrambi morirono ancora giovani.
Quella piccola casa di pietra, con una cucina che di notte si riempiva di stuoie per dormire e una sola camera da letto, che forse era anche la stanza per accogliere gli ospiti, ti vedeva spesso affacciata alla finestra, a guardare gli altri bambini giocare e correre, poveri, malvestiti, spesso scalzi, ma spensierati. E non ammettesti mai di aver provato invidia, né per loro né, più avanti, per le tue sorelle che andavano a ballare in piazza mentre tu dovevi occuparti della casa e dei vecchi.
"Non ero fatta per quelle cose, non mi piaceva ballare, volevo solo stare sola" dicevi, ma era lampante che invece avevi desiderato tanto vivere qualcosa di speciale, essere libera, essere amata, anche se non l'avresti ammesso neanche con te stessa.
E quando sei cresciuta, convinta che il tuo mondo fosse completo così com'era, ecco che si fa avanti un pretendente, anzi, la sua famiglia, che allora si usava così. Volevano Beatrice in sposa per il loro figlio bello e aitante, per il loro figlio che quasi non ti conosceva e che passava le serate in piazza con le altre, più attraenti di te, più socievoli, più accomodanti.
Non ho mai capito perché insistettero per fare di voi una coppia, non c'era nessun vantaggio economico, da una parte e dall'altra, non c'era nessun incidente da sistemare, non c'era alcun motivo per il quale avreste dovuto sposarvi. Eppure, nonostante le tue rimostranze, ancora una volta qualcun altro decise per te; anche le tue sorelle più grandi, ancora nubili, si schierarono con i tuoi per spingerti a dire si.
Che poi cosa valeva la tua parola? Di sicuro la decisione era già presa, tu non avevi il diritto di opporti, con che coraggio rifiutare una proposta, con quale alterigia! E accantonate le deboli proteste passasti al pianto silenzioso, alla disperazione. Non avevi mai desiderato un uomo, non avevi mai provato l'abbozzo di un sentimento o di una vaga attrazione per l'altro sesso; ti credevo quando dicevi di non averne mai sentito il bisogno, di non aver mai capito quei giochi amorosi, quegli sguardi complici, quegli incontri furtivi. Non ti interessavano e basta. Non desideravi neppure diventare suora, alternativa all'epoca in voga, avevi fede ma il tuo sogno era solo stare tranquilla, stare in pace, a vivere di rimpianti e amarezza.
E non avevi mai desiderato un figlio (ecco che ancora una volta qualcosa ci accomunava...).
Il fidanzamento fu suggellato con un misero pranzo tra consuoceri e poi lui prese il largo come soldato. Era la seconda guerra mondiale, anche se in paese, l'unico posto in cui eri stata fino ad allora, neanche ci si accorgeva del conflitto in corso! Divise da giovani balilla a scuola e qualche frase fatta ma soldati ne avete visto ben pochi. Solo sfollati provenienti dalla città, unici testimoni della guerra in corso.
E mentre lui era via arrivò la notizia che si era ammalato. Ed ecco che ricominciasti a sperare, "forse così malato non me lo faranno sposare, forse sarò salva"; e lo dicesti ai tuoi, provasti timidamente a chiedere di poterti tirare indietro, di solito funzionava così in caso di malattia. E mentre lui era in ospedale forse neppure speravi che si riprendesse, non per egoismo ma solo per istinto di sopravvivenza! Ma non ti ascoltarono, lui tornò in paese, più o meno guarito (mai capito da cosa), e poco dopo eravate marito e moglie. So bene che la cosa non rese felice neanche lui, non eri tu il suo sogno, non so se ne avesse uno...
E poi i figli, uno dopo l'altro, almeno 2 persi nei primi mesi di vita, anche questo come era di norma in quei tempi. Un'infezione, la malnutrizione, la dissenteria e i bambini se ne andavano. Ma ne arrivava subito un altro e non c'era tempo per piangere le perdite.
E arrivò anche lui, mio padre, il tuo preferito mi dicevi. Claudio era introverso, bello, timido. E aveva un carattere difficile, soffriva della rigidità e della freddezza di tuo marito. Nonno era severo, altero, irascibile, con te come con i figli. E tu non eri capace di essere tenera e affettuosa come, sono certa, avresti voluto, tu non avevi conosciuto tenerezza e non potevi regalarla a quelle creature che tanto amavi. E loro te ne hanno fatto una colpa, di quello e di aver lasciato che lui decidesse sempre per tutti.  Nessuno di loro ricorda di aver ricevuto una carezza, di essersi sentito amato e protetto. Ti volevano bene, tanto, ma anche i loro ricordi sono diventati tristi e amareggiati come i tuoi.
Il tempo li ha resi persone più forti, li ha sparpagliati lontano dal paese e gli ha concesso una vita migliore, un lavoro, una famiglia. E tu, lo so, eri felice per loro, anche se avresti voluto ancora di più per i tuoi figli adorati.
Non so dire fino a che punto, col tempo, vi siete avvicinati; ti prendevi cura di noi nipoti, ci ospitavi sempre come fosse casa nostra, e loro si sono presi cura di te fino alla fine, quando sei diventata vecchia e malata. Ti hanno amato tanto e, sono certa anche di questo, non te l'hanno mai detto...o forse qualcuno, solo, in quella stanza in cui ti andavi spegnendo piano, incapace di parlare, te l'avrà sussurrato all'orecchio? Non lo so. So che l'ho fatto io, di nascosto, trovando un momento in mezzo a quel viavai di persone care e meno care che si avvicendavano davanti al tuo letto.
Mi manchi. So quanto mi volevi bene, mi azzardo persino a pensare di essere stata la tua preferita, perché avrei voluto fosse così. Scriverò ancora di te, lo so. Sei la mia nonna triste, la mia nonna buona con l'anima nera. Sei una parte di me e io ti somiglio un po', anche se, come mi hai sempre insegnato, mi sono fatta rispettare nella vita, lo faccio sempre!

Neuroni impazziti ai tempi del corona virus

Che dire, sto per perdere la bussola, come tutti. Convivenza continua, incessante e forzata con marito e figlio, mentre la nostalgia di un ...