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Eclissi di luna

C'ero anch'io, ieri notte, sulla spiaggia buia, a seguire per due ore quell'ombra sinistra che andava a nascondere pian piano la luna, la bellissima luna brillante che si rifletteva sulle increspature del mare.
Perché ero lì? Perché c'erano anche tutte quelle altre persone? 
Perché in fondo volevamo sentirci tutti parte di qualcosa che, quantomeno, non capita tutti i giorni e nemmeno tutti gli anni, qualcosa che sia quasi unico, da ricordare.
Ma lo ricorderemo? Ne dubito.
Alla fine ero lì perché non avevo poi di meglio da fare, se non poltrire sul divano attendendo un sonno che è riuscito a raggiungermi persino lì, in spiaggia.
Ero lì perché volevo che mio figlio potesse vivere qualcosa di speciale, insieme ai suoi cuginetti, un'esperienza da conservare in un cassetto della memoria, da tirar fuori all'occorrenza.
Ma la verità è che ai bimbi non fregava un cazzo dell'eclissi! E forse neppure a noi, per quanto la curiosità mi abbia spinto a restare lì finché il picco delle 23.30 non si è realizzato. Fatto questo, via, di nuovo verso casa e verso il meritato riposo dopo una lunga, lunghissima, giornata di lavoro.
I bimbi sono stati felici di giocare sulla sabbia, noi un pò meno di venir bersagliati dalla stessa sabbia che inevitabilmente ci finiva addosso...
Qualche sigaretta, qualche battuta, le foto impossibili perché, a quanto pare, se non hai una macchina professionale, anche una mezzaluna diventa una semplice luna tonda!
I piedi nudi a cercare il calore sotto la sabbia, qualche chiacchiera e tanta, tantissima malinconia.
Anche gli altri gruppi e famigliole la vivevano come noi? Non lo saprò mai, e comunque forse quella malinconia stava solo dentro me e non nella mente delle altre persone con cui condividevo il momento.
Che casino la vita, che noia quando sembra non decollare, che delusione quando poi, alla fine, e capita proprio a tutti, scopri che ne riamane ben poca di quella che valga la pena....

Crisi di mezza età e dintorni...

Ieri al TG mi ha quasi commosso vedere Alain Delon a Cannes, che ritira il suo discusso premio alla carriera in lacrime, orgoglioso e, certo, felice ma, come ha tristemente ammesso, in uno stato di profonda infelicità per l'incapacità di accettare la vecchiaia.
Lo so che lui è oltre gli 80, che i segni del tempo sono evidenti e profondi, che questo diventa tanto più difficile da accettare quando la tua vita precedente era fatta di bellezza, fascino e continue conquiste, di avventure, seduzione, certezza d'essere irresistibile per la maggior parte delle donne e magari di molti uomini.
Io non posso certo fare paralleli tra la sua condizione e la mia!
Primo, perché non ho la sua età, secondo, perché non ho avuto una vita ricca di avventura e successi!
Ma qualcosa in comune l'ho vista chiaramente, l'ho sentita nel profondo, l'ho condivisa con lui in quelle lacrime e quello sguardo vinto.
Perché in fondo, anch'io, a soli 46 anni, mi sento sull'orlo del baratro, avverto come incombente un tempo in cui la mia bellezza, il fascino che ancora sento di emanare, la mia capacità di suscitare desiderio andranno irrimediabilmente a scemare fino a scomparire. E il processo è già iniziato.
Non ho mai avuto la bellezza di Delon ma sapevo chi ero, sapevo di piacere e mi piaceva piacere. Mi piace ancora.
E per questo comincia a suscitare in me un pò di tristezza accorgermi che, ogni giorno di più, riesco a passare inosservata o quasi per strada, a salire su un bus e non sentire alcuno sguardo un pò più insistente su di me, a passare perfino di fronte a una squadra di operai al lavoro senza che sguardi o commenti facciano eco al mio passaggio.
Non sono mai stata una miss né ho mai pensato di esserlo, semplicemente ero abituata a suscitare negli altri un tipo di attenzione che, per quanto mi lusingasse, non sentivo necessaria, non ricercavo. E' ora che sento venir meno quel tipo di attenzione che mi accorgo di quanto mi abbia reso più piacevole l'esistenza! Come sempre capita, apprezziamo certe cose quando stiamo per perderle, quando cominciano a sbiadire.
Io sono in quella fase, mi sento sbiadire, all'esterno, mentre dentro sento di essere viva, sempre più desiderosa di nuove cose, nuove avventure, nuove strade da percorrere.
Non sono vecchia, lo so. Ma so anche che questi saranno i miei ultimi anni di piena forma fisica, di una maturità ancora giovanile e attraente, di una vitalità ancora visibile e riconoscibile. E io li sto sprecando. Ingabbiata nel doppio ruolo di madre e moglie, e forse anche in quello di amante. Perchè quando tutto diventa così miseramente monotono, conosciuto, ordinario e routinario, persino tradire un  marito o un compagno perde il fascino dell'avventura!
Magari dovrei tradire l'amante con un altro amante!? Magari dovrei mandare tutti al diavolo e ricominciare, da sola, cercando nuovi modi per essere felice.
Magari, magari, magari.
Ma io da sola ci so stare? Ma io ho il coraggio di ricominciare, rinunciando a quelle basi sicure che sono la mia famiglia, la casa, il lavoro, gli amici comuni?
Forse no, ci sto riflettendo ogni giorno, sempre più intensamente. E magari quando sarò vecchia davvero avrò preso finalmente una decisione...troppo tardi...
Intanto vivo di fantasie e porto avanti questa piece teatrale al meglio che riesco, che non è tanto.
Se è una crisi di mezza età, cosa che trovo realistica, passerà. Se non lo è mi sto condannando all'infelicità. Ma non è micaper tutti la felicità! E non è per sempre! Può darsi che io la mia fetta di torta l'abbia già mangiata...
Si fotta tutto! Prendo tempo, parlo solo con me, mi guardo dentro con terrore e aspetto di capire. Allora forse deciderò che fare e se fare. Ora sto qui, lasciando che il tempo mi scivoli accanto, lasciandomi nuove rughe sul volto e sempre più desideri insoddisfatti.
Sto qui ancora un pò, a trattenere lacrime che, comunque, non saprei far uscire.
Diventerò vecchia così, frustrando i miei desideri e sfogando la mia rabbia attraverso i capricci. Peggio per chi mi starà accanto!

"mamma, le femmine non si possono uccidere!"

E in questi giorni in cui si discute in parlamento un disegno di legge sul femminicidio, ecco che mio figlio, 5 anni, come al solito puntuale (casualmente) sull'argomento, ci ha annunciato la sua nuova filosofia: le femmine non possono essere uccise, neanche gli insetti femmina, e i conigli e le pecore e tutti gli animali di sesso femminile non si possono mangiare!
Per lui anche le zanzare che senza pietà facciamo fuori, sono tutte maschi, ne è sicuro! Perché le femmine sono buone e, comunque, non si possono toccare.
Nella sua testolina so che il principio è dettato dalla speranza che esista una sorta di protezione per tutte le mamme, umane e animali, che devono accudire i loro piccoli e star loro vicino per sempre. Lui ha bisogno di pensare che io sono al sicuro, che il ruolo di mamma lo sia.
Vorrebbe la certezza di non potermi perdere mai, perché per lui, nonostante tutto, valgo sempre qualche punto in più del padre, per quanto lui si faccia in quattro per farlo divertire, per dargli tutto ciò che desidera. Ogni sforzo è vano.
Io, per quanto scostante, nevrotica, spesso sfuggente, poco propensa al gioco ma molto alle coccole, sono l'elemento essenziale nella sua vita, irrinunciabile.
E così pensa debba essere per tutti i bambini e per tutti gli animali.
Quando sa che un bambino ha perso la mamma, subito afferma che al più presto ne avrà una nuova, che il papà ne sposerà un'altra, perché senza mamma non si può stare.
E anche le femmine che non hanno figli per lui hanno già un valore intrinseco, dato dalla possibilità che, un giorno, assurgano al rango di madri, quindi intoccabili.
Il tutto mentre il mondo va nella direzione opposta, mentre essere donna spesso significa essere succube della violenza fisica o psicologica degli uomini di riferimento, di quelli amati o che ci hanno amato (o, peggio, che dicono di amarci e con questo pretesto diventano aggressivi).
Ed essere madre peggiora soltanto le cose, spinge molte donne a fare da scudo, a sottostare a certe imposizioni per proteggere i figli o comunque ad essere remissive nella convinzione che questo possa servire a proteggere i figli dal dolore e dalla violenza.
Il più delle volte è l'esatto contrario. Essere passive, docili, insomma sacrificarsi, porta solo maggiore disagio per bambini che assistono impotenti a scene di violenza verbale o fisica, bambini che, nel profondo, vorrebbero che la loro mamma trovasse il coraggio di abbandonare un compagno e padre inadeguato, per scappare lontano da lui, per vivere una vita felice.
Tollerare la violenza non fa che rafforzarla, giustificarla, renderla un elemento normale della convivenza o del rapporto di coppia. Così non è e non può essere.
Non ho mai vissuto esperienze di questo genere in coppia ma, certo, sono stata una bambina che ha sperato di vedere mamma far le valigie per portarci via con lei quando mio padre era insopportabilmente severo, geloso, iroso.
Col tempo le cose sono cambiate, tanto che lui oggi mi dice "lo so che voi figli non mi avete voluto bene, ma io lo facevo per voi, ero severo perché volevo tenervi al sicuro.." e se ne dispiace, lo so.
Oggi mi ritrovo a dirgli, sinceramente, che gli voglio un bene immenso e che gliene ho sempre voluto, pur con tutti i contrasti che ci sono stati tra noi. Lui è il mio punto di riferimento, gli somiglio nel bene e nel male e il suo giudizio per me è sempre importante, anche se lo scontro persiste.
La nostra situazione non è mai arrivata al disastro ma resto convinta che, in quegli anni, una presa di posizione più forte e decisa da parte di mamma avrebbe reso tutto più semplice.
E qui la chiudo, aggiungendo comunque che, ancora una volta, non trovo opportuno istituire un reato specifico per qualcosa che è un omicidio, magari con l'aggravante della sopraffazione sul sesso femminile, ma non è un reato a se stante. Gli uomini in certi casi sono a loro volta vittime di stalking o peggio.
Quella tanto declamata parità tra i sessi ce la vogliamo riconoscere o no? Pretendiamola, non continuiamo a inventare eccezioni, corsie preferenziali, a farci considerare qualcosa di fragile da tutelare con leggi speciali.
Non siamo il sesso debole, non se ci crediamo!

Township, la mia droga

LocandinaSaranno ormai 4 mesi che ho scoperto questo gioco, io che non ho mai amato i videogiochi o tutto ciò che riguarda consolle, joystick e simili.
Neppure da giovanissima al Bar mi lasciavo prendere dai giochi a gettoni, anche perché avrei finito i soldi in una nanosecondo, essendo una vera schiappa!
Ed è dovuto arrivare Luca, anzi, è dovuto crescere fino ai 4 anni, fino ad interessarsi ai giochi sul telefono e spingerci, per fare in modo che non mettesse mano ai nostri cellulari, ad acquistargli un tablet, uno scarsino, solo per giocare.
Ed è stato l'inizio di un qualcosa che, se non posso definirlo passione, certamente posso identificarlo come DIPENDENZA.
Una dipendenza innocua, visto che neanche sotto ipnosi potrebbero convincermi a sborsare soldi per avere qualche chance in più di progredire nel gioco, ma pur sempre una vera dipendenza da gioco, una ludopatia direbbe qualche psicologo.
Pian piano questo giochino apparentemente noioso, semplice e monotono, si è fatto strada nel mio cassetto del cervello dedicato ai passatempi piacevoli, fino a diventare la prima cosa che cerco appena rientrata a casa dal lavoro o da qualunque altra uscita.
La prima se non c'è mio figlio nei paraggi, la prima dopo che mi sono cambiata e messa comoda, diciamo che il tablet (che poi ho acquistato anche per me) è diventato un compagno che mi sta accanto persino mentre sto a tavola, a pranzo e a cena, che spinge Marco a riprendermi come si fa coi bambini, facendomi notare che non do proprio il buon esempio a Luca (che, comunque, guarda la TV mentre mangia e ormai ha perso interesse per questo tipo di giochi, tanto che il suo tablet è parcheggiato da tempo!).
E' un gioco, tra i vari che riguardano la costruzione di città virtuali, che tanti conoscono, amano odiano, ma che io ho scoperto solo quest'anno e che, con mia grande sorpresa, mi rilassa e mi consente di tenere quell'ordine che, invece, non riesco più a tenere nella mia vita.
Credo sia proprio questo il suo ascendente su di me: costruisco una città che cresce pian piano, con le sue attività agricole, artigianali, industriali, commerciali, la sua miniera, gli scambi commerciali, persino uno zoo (che è la cosa che apprezzo meno, visto che gli animali in cattività non li tollero neanche nel mondo virtuale).
Ed è la mia città, con le sue vie ordinate, i prati, gli alberi, le casette ben disposte, i laghetti e i cespugli fioriti, con tanta gente che lavora, passeggia, silenziosa (io almeno ci gioco senza audio!) e sempre in pace, sempre col sole.
E' una piccola oasi, un rifugio, è un nuovo modo per mantenere il controllo.
Gli altri giochi non li degno di grandi attenzioni, solo township riesce a rilassarmi e farmi persino sorridere soddisfatta ad ogni passaggio di livello!
Sarò pazza? Forse...
Ma guai a chi tocca la mia città neonata!

Quando trovi una storia e dici "Cavolo, potrei essere io!"


Sono capitata per caso tra le pagine di questo libro, senza alcuna aspettativa, visto che non conoscevo l'autrice, come faccio spesso con i libri che acquisto solo perché sono o promettono di essere dei thriller coinvolgenti.
Letture non troppo impegnate che alterno ad altre, certo, ma che divoro con immenso piacere.
E stavolta, fin dalle prime pagine, mi sono ritrovata, incredula, a pensare "Cavolo, potrei proprio essere io! Pensa le stesse cose che penso io!".
Perché "Fragili e preziose" di Megan Hart, è un libro sicuramente senza pretese, a tratti un po' inverosimile, però per me ha fatto centro, descrivendo la parabola discendente di una madre di due figli piccoli, che anela soltanto a un po' di pace, di silenzio, di spazio per sé e per le sue cose.
Una che vorrebbe persino, e felicemente, pulire casa, purché potesse farlo senza sentire i continui richiami, le lamentele, le richieste dei suoi bambini e, nel suo caso, di un marito (marito che invece non è un problema per me...).
Certo, la situazione in cui viene a trovarsi è particolare, la scelta che fa ancora di più. Ma l'ho capita, per quanto incredibile e folle, perché la sua testa era quasi la mia testa.
Questa donna sceglie in una frazione di secondo di non fuggire, pur avendone l'occasione, da un rapinatore (che poi diventa rapitore), pur di non dover tornare a casa dai figli e alla solita monotona, sfiancante vita.
Questa donna coglie la prima occasione inaspettata per fuggire, a suo modo, senza doversi sentire in colpa per l'abbandono.
Questa donna è una donna consumata dalla responsabilità, dal senso del dovere, dal suo essere esigente con se stessa, precisa, ordinata, dal suo essere una buona madre e una buona moglie.
Questa donna si caccia nei guai e forse si pente di averlo fatto...non lo so, non ho ancora finito il libro.
Ma non importa, almeno fino a un certo punto questa donna ha parlato per me, ha espresso ciò che io provo ogni giorno, la stanchezza fisica e mentale che mi attanaglia e mi fa sentire in trappola.
Non sarà un problema se il libro si rivelerà deludente, fin qui mi ha già dato abbastanza, mi ha dato ciò che non mi aspettavo di trovare scritto così limpido e così innocente.
Proseguo la lettura, comunque vada, Grazie Megan!

Mamma, come sono entrato nella tua pancia?

E' da almeno un anno che Luca è diventato curioso sulla sua nascita e sul suo "esser stato bebè", fa domande, riflette sulle risposte, ne ride, intenerito dall'idea di essere stato piccolissimo, di aver ciucciato il latte dal mio seno per più di un anno, di essere diventato gradualmente quel che è.
E soprattutto non si capacita del fatto che non riesca a ricordare niente di tutto ciò, diventando nostalgico nel ricordo di qualcosa che non ricorda.
Ha 5 anni, è in una fase di crescita delicata, quella in cui si sente combattuto tra il voler essere considerato e trattato da grande e il bisogno, spesso rivendicato, di essere ancora piccolo, un cucciolo da coccolare.
Gli piace farsi raccontare di quando stava dentro la mia pancia, di quanto era movimentato, di quanto sgomitava e singhiozzava, d come si facesse vedere con spuntoni e protuberanze su quel pancione che prendeva vita.
Già allora era movimentato e rubava la scena a me e a chiunque intorno.
Non nasconde che vorrebbe provare ancora quelle sensazioni di cui non ha ricordo, che vorrebbe stare dentro di me, forse per starmi più vicino.
E' orgoglioso del fatto che abbiamo avuto un legame così profondo e del fatto che l'ho allattato. E' innegabile che, per quanto a volte io sia scostante e non ami giocare con lui, mentre il padre lo fa e lo fa pure volentieri, inevitabilmente tra madre e figlio si crea un legame speciale, che nasce da qualcosa di cui io non ho merito.
Sento quanto sono importante per lui, sento di essere la sua prediletta in questa fase della sua vita.
E così sono anche quella a cui fa le confidenze sulla sua fidanzata che vorrebbe baciare mentre lei dà i bacetti sulle labbra a un altro compagnetto (sono certa, col chiaro intento di farlo ingelosire! sembra prematuro ma ho visto delle scene che tolgono ogni dubbio!), sul suo pisellino che diventa grande quando lo tocca, sul suo amore per la maestra di turno...
E a me anche le domande, quelle che tutti i genitori sanno che arriveranno ma per le quali, alla fin fine, non si è mai pronti.
Io ho sempre pensato che sarei stata chiara, sincera, quasi asettica nel dare le risposte. E non c'è stato nessun problema finchè chiedeva da dove uscivano i bambini dopo essere cresciuti in pancia, da dove esce la pipì nelle femminucce che non hanno il pisellino ma solo la farfallina, quanti buchini hanno le femminucce, quanti ne ho io, dove e così via...
Poi è arrivata la fatidica domanda "come sono arrivato nella tua pancia?", e allora ho risposto che i maschi producono dei semini mentre le femmine degli ovetti e che quando due di questi si incontrano e magari si uniscono, si forma un embrione, un esserino piccolissimo che poi diventa un bambino piccolissimo e poi sempre più grande...
E per qualche settimana gli è bastato, non ha chiesto di scendere nel dettaglio.
Ieri sera, in bagno, mentre si rivestiva, mi chiede strizzandosi un po' i testicoli, "ma a cosa servono le palline?". E quindi gli rispondo che dentro, quando si è più grandi, non più bambini, ci si formeranno i semini, quelli che possono servire per far nascere i bambini.
E lui ride e mi dice "Ah! lo so, e quando un maschio e una femmina si danno un bacio in bocca nasce un figlio!"
E io "No, non basta un bacio, amore, ci vuole altro..."
Lui ribatte "Certo, volevo dire un maschio e una femmina sposati!" (da precisare che sposati o fidanzati per lui è un tutt'uno)
E io "Non serve essere sposati, i bambini si possono fare comunque, basta che due persone si vogliano bene"
"Ma come?" fa ancora lui.
E questa è stata la mia ultima uscita, dopo averci riflettuto giusto tre secondi..."Il semino deve arrivare nella farfallina, è lì che stanno gli ovuli della femmina, lì si incontrano, con le coccole che si fanno i grandi quando si amano"
Mi aspettavo una sfilza di domande mirate e precise, già mi preparavo a descrizioni soft dell'atto sessuale...e invece no. Tutto soddisfatto ha detto "Si".
Ed ha cambiato argomento.
So bene che l'argomento non è chiuso, che dovrò essere pronta. Ma mi ha sorpreso la naturalezza con cui lui ha assimilato l'informazione e, sono certa, l'ha fatta sua.
Sono anche un po' orgogliosa di me, e perché no?
Saprò affrontare anche i passi successivi, il sesso, l'omosessualità, l'amore in ogni sua declinazione.
E saprò rimediare alle visioni rigide imposte dal mondo esterno, da una certa società.
Finora ha avuto la fortuna di frequentare scuole in cui nessuno ha cercato di fargli credere che ci sono cose da femmina e cose da maschio, colori, giochi, cartoni, passioni leciti per gli uni e non per gli altri.
Ha 5 anni e ancora gioca liberamente con le bambole o con la sua cucina o con le costruzioni e i treni, senza mai pensare che qualcuno di quei giochi sia inadatto a lui.
Perché nessun gioco è inadatto a lui.
Mai negata una serata di trucco e manicure, né di giochi e lotta con suo padre.
Lui può giocare come desidera, senza vergognarsi di niente.
Cosa che non capita, per esempio, ad alcuni suoi cuginetti che rimarcano sempre come questo o quello siano da femmina, e anche con un'accezione spesso negativa, come se si perdessero punti a fare certi giochi o avere o desiderare certi oggetti.
E lui ancora chiede sostegno a noi "Mamma, babbo, vero che non è solo da femmina questo (...) quello..!?". E finora siamo stati convincenti, non in modo insensato, non negando le differenze dove esistono, ma evidenziando l'insensatezza delle differenziazioni dove non c'è bisogno che ci siano.
Così come non è ancora impressa nella sua mente nessuna differenziazione di ruoli in casa tra maschio e femmina, entrambi lavoriamo e per il resto facciamo un po' come capita, che si tratti della lavatrice, di apparecchiare, cucinare, riordinare, far la spesa, pulire e tutto il resto.
Spero rimanga così limpido e con la mente aperta ancora a lungo, so che non dipenderà solo da noi, che prima o poi qualcuno lo convincerà che un vero maschio fa o non fa delle cose, non piange e non può appassionarsi per cose che non siano sport e motori.
Ma ancora è il mio dolce bambino, bellissimo e puro.


Più educazione civica, meno religione, soprattutto a scuola

Anche a prescindere dagli orribili fatti di cronaca, attacchi terroristici o comunque aggressioni motivate, almeno apparentemente, da questioni di appartenenza religiosa, sono sempre stata convinta che la laicità delle istituzioni pubbliche sia l'unico modo per garantire pari dignità e parità di trattamento indipendentemente dal credo professato o mai considerato parte della propria vita.
Senza laicità non c'è rispetto per la libertà di tutte le persone, non c'è rispetto per la libertà delle famiglie di scegliere un indirizzo educativo, non c'è il riconoscimento dell'uguaglianza.
E in uno stato laico non può esistere una scuola pubblica che, a spese di tutti i cittadini italiani, propone nell'offerta formativa la "religione cattolica" quale materia di studio.
Il fatto che poi ci si possa rifiutare di far frequentare al proprio figlio quelle ore di lezione, mettendo in evidenza differenze che non sarebbe per niente necessario rimarcare (con modalità tra l'altro discutibili, visto che persino la blanda normativa di tutela in vigore viene spesso disattesa dai singoli istituti! vedi per esempio come in molte scuole non venga previsto l'insegnamento della religione alle prime o alle ultime ore), non è abbastanza, non tutela la libertà di nessuno, anzi, obbliga a una dichiarazione di omologazione o di differenziazione su un tema a dir poco sensibile.
Di questi tempi, poi, perché rendere obbligatoria l'apposizione di un'etichetta, in un senso o nell'altro? credente o non credente o appartenente ad altro credo? Che diritto hanno di fare questo?
Non mi interessano i patti a suo tempo sottoscritti tra Stato e Chiesa, non credo sia impossibile rivedere il tutto, ridiscuterli e, soprattutto, riportare la Chiesa cattolica alla pari con tutte le altre confessioni o chi per loro.
Il tutto senza mai, per nessuno, prevedere l'insegnamento di una religione a scuola.
Magari si potrebbe pensare a una sana "educazione alle religioni", nel senso di prevedere un'infarinatura di tutti i credi e, soprattutto, insegnare il rispetto per tutti questi, in quanto elementi fondanti della vita di tante persone.
Stop, tutto qui.
E questa roba qui non dovrebbe semplicemente rientrare nel campo più ampio dell'educazione civica? Io dico di si.
E dico che sarei felice se a mio figlio insegnassero che ci sono mille modi di credere in Dio, che è normale non credere in niente, che l'unica cosa che è davvero richiesta a ciascuno di noi è il rispetto profondo per l'altro e per il suo modo di interpretare la vita.
Abbiamo scelto di non far frequentare al nostro bambino l'ora di religione alla materna e hanno pure provato a convincerci a cambiare idea, garantendo che si sarebbe trattato di un insegnamento blando, generico, non di catechesi. E tutto perché devono far numero per mantenere il posto di un'insegnante pagata dallo Stato ma neppure selezionata da questo stesso Stato!
E siccome non riescono (così dicono) a organizzare tale attività nelle prime o ultime ore, lui si ritrova a gironzolare per le altre classi (nelle quali per fortuna si trova benissimo) insieme all'unico altro compagnetto che si trova nella stessa situazione.
Questa è libertà? Questa è parità di trattamento?
Vi sembra normale che mio figlio debba chiedermi perché lui e Mattia vengono allontanati dalla classe, e io debba spiegargli fin d'ora che la Scuola è organizzata così male da non rispettare la libertà delle famiglie, da imporre la "pubblicizzazione" e condivisione di aspetti della vita che sono prettamente privati.
A lui piace passare del tempo con le altre maestre, non lo vive come un problema. Non ancora.
Ma continuerò a battermi perché quella lezione venga organizzata in orari diversi, così da farlo entrare dopo o uscire prima, cosa che non gli dispiacerà di certo!
Lui sarà poi libero di decidere se frequentare Chiesa, catechismo, tutto quel che vorrà.
Non gli imporrò mai una posizione in proposito e cercherò di fare in modo che anche il suo papà rispetti questo spazio di libertà, anche se gli costerà parecchio.
Ma, certo, non gli nasconderò che dietro ogni religione si celano dogmi, pensieri assoluti, tabù, discriminazioni più o meno velate e, sempre, il rischio di perdere di vista la libertà altrui.
So bene che è un po' quello che succede anche in politica o in altri campi della vita sociale.
E cercheremo di insegnargli che l'estremismo non ha senso mai, in qualunque campo, in qualunque luogo, in qualunque situazione. E anche che lo Stato non ha mai il diritto di privilegiare o discriminare chi professa una religione, qualunque essa sia.

Medici e pseudo-medici

Come sempre capita a chi ha figli, sentire storie che riguardano un bambino, storie di morte, soprattutto quelle che potevano essere evitate, fa soffrire.
E ieri sentire al TG che un bimbo di 7 anni è morto per un'otite non curata con antibiotico mi ha fatto davvero male.
Io e Marco ci siamo guardati increduli.
Nostro figlio ha 5 anni, è stato vaccinato contro tutte le malattie per le quali è stato possibile proteggerlo, così come viene seguito puntualmente dalla sua bravissima pediatra ogni volta che è chiaro che il nostro solo intervento non può bastare.
So bene che ci sono medici, in particolare pediatri, che al primo segno di gola arrossata o tosse prescrivono antibiotici, come fossero un toccasana per qualunque piccolo o grande disturbo.
La pediatra di due miei nipotini prescrive antibiotici come fossero noccioline, anche solo sentendo la mamma per telefono, senza visitare i piccoli pazienti! E quei due sono sempre malati! Mai un aerosol, una tachipirina, no, subito antibiotico!
E' chiara la totale assenza di attenzione da parte del medico e, probabilmente, il desiderio di tutelarsi fino all'eccesso da eventuali reclami.
Ma quei genitori si ritrovano a vedere i loro bimbi sempre più provati e a dover consultare un pediatra a pagamento che, puntualmente, vieta l'uso dell'antibiotico e riparte con le terapie standard, dando la possibilità al sistema immunitario di reagire un po'...
La pediatra di Luca, per le affezioni dell'apparato respiratorio, ci consiglia sempre di provare con l'aerosol (anche cortisonico) e con la tachipirina, prescrivendoci l'antibiotico solo nei casi strettamente necessari e in ultima istanza. A volte ce lo prescrive raccomandandoci però di farne uso solo, per esempio, se la febbre non cala dopo qualche giorno.
Quindi non si può dire che siamo dei fanatici dell'antibiotico facile, penso ci si possa definire equilibrati rispetto al rapporto con medici e medicinali.
Ma quando ci vuole ci vuole! E per un'otite ci vuole di sicuro!
Come sempre non è da escludere che la notizia sia stata mal riportata o strumentalizzata, può darsi che ci fossero validi motivi per cui è stata preferita l'omeopatia alla medicina tradizionale, può darsi che l'infezione fosse di diversa natura e comunque letale.
Non lo so e non intendo sputare sentenze.
Dico solo che proteggere i nostri bambini è importante, è una nostra responsabilità e, in quel campo, non ci può essere spazio per l'improvvisazione o le credulonerie.
Con la salute dei nostri figli dobbiamo essere seri, puntuali, obiettivi. Dobbiamo affidarci a medici validi, dobbiamo poter avere fiducia in loro, dobbiamo comunque essere sempre vigili e correre al pronto soccorso se abbiamo sentore che ce ne sia bisogno.
Certe nuove credenze o filosofie possiamo lasciarle da parte, applicarle a noi stessi ma non ai bimbi.  E' per questo che mio figlio mangia carne anche se io non lo faccio da 27 anni, è per questo che non gli chiedo di sopportare dolore o malessere e che intervengo con ogni mezzo a disposizione (medicine comprese) per farlo stare bene, è per questo che l'abbiamo fatto vaccinare.
Le brutte cose accadono e le brutte malattie uccidono, anche senza che andiamo a cercarcela col lanternino negando loro le cure adeguate.
Basta cazzate. Vacciniamoli, curiamoli, proteggiamoli.

Quale mondo per questi figli

E' successo ancora, un kamikaze che si fa saltare in aria e la vita di una ventina di ragazzini, in attesa della loro popstar preferita, finisce in un soffio, portandosi via, probabilmente, anche quella dei loro genitori disperati.
Ormai il primo pensiero va a mio figlio ogni volta che succedono fatti di questo genere.
C'è il dolore per la tragedia di quelle famiglie ma c'è soprattutto la comprensione e il terrore perché so che cose simili accadranno ancora e che potrebbero riguardare noi la prossima volta.
Nessuno è immune, non c'è una vera strategia per difendersi o proteggere i propri figli, se non quella di chiudersi in casa e rinunciare a vivere o impedire loro di vivere.
Il mio bambino ha solo 5 anni, cerca di capire cosa succede ma, alla fine, tutto quello che vuole sentire è che certe cose non si verificano nel nostro paese, nei dintorni della nostra casa, nei posti che frequentiamo. Ed è così piccolo che è giusto possa crederci.
Ma chi ha le risposte ormai? Nessuno è al sicuro e, anche se penso che qui in Sardegna il rischio sia davvero irrisorio, la nostra casa è il mondo ormai, lo sarà soprattutto per quelli come mio figlio, giovani, potenzialmente viaggiatori, studenti o lavoratori in paesi sempre più lontani.
Che razza di mondo dovrà affrontare questo bellissimo tenero bambino tra qualche anno?! Che razza di inferno conosceranno tutti i bambini di oggi? E parlo dei nostri bambini, ancora protetti, ignari, ancora liberi di giocare, sperare, credere che il mondo sia un bel posto, che in altri posti l'infanzia l'hanno già perduta, buttata via da adulti spietati e da politiche cieche.
Probabilmente salterà fuori che l'attentatore era un cittadino inglese, poco importa. Ciò che conta è che ancora una volta sarà alimentata la paura e l'odio verso chi è diverso da noi. Qualcuno ne approfitterà ma, anche senza che i politici strumentalizzino l'accaduto, sarà la gente comune a rafforzare in sé la convinzione che proteggersi è una priorità, che dobbiamo difenderci e non accogliere, che tutti quelli che arrivano dall'esterno sono potenzialmente pericolosi e, perciò, vanno tenuto fuori.
Con che diritto lo facciamo? Con che diritto cerchiamo di impedire a chi cerca una via di fuga o salvezza, o anche solo a chi cerca una vita migliore, di entrare nel nostro paese o nella nostra Europa, di giocarsi una possibilità di riscatto, forse l'unica.
Se io fossi siriana e avessi un figlio sarei certamente fuggita; se io fossi anche solo lontanamente a rischio bombardamenti, ritorsioni, torture, arresti, violenze; se io non avessi un pezzo di pane per sfamare il mio bambino, sarei disposta a tutto per raggiungere un posto migliore, uno in cui dare una speranza alla mia famiglia, uno in cui, persino quando si sta male e si è poveri, comunque non si muore di fame. Uno in cui una possibilità esiste sempre.
Lo so che in Italia i poveri ci sono, lo so che esistono ancora i senzatetto, anzi, che il loro numero è in crescita. Lo so che anche di freddo si può morire quando non si ha un rifugio caldo in cui dormire. Ma sono certa che non è a queste persone che si pensa quando si fanno discorsi del tipo: "prima bisognerebbe pensare agli italiani, prima bisognerebbe aiutare le nostre famiglie bisognose, quelle che stanno patendo le conseguenze della crisi economica, quelli che hanno perso il lavoro, quelli che non lo trovano"...e così via.
Se si esclude quella importante e vitale quota di persone che si impegnano nel volontariato o che finanziano progetti e interventi piccoli o grandi che sostengano le fasce deboli di popolazione, tutto il resto degli italiani ha iniziato ben prima di questa così detta "ondata migratoria" a protestare per le risorse che, a sentir loro, vengono sempre destinate alle categorie di persone sbagliate.
Prima erano i Rom, gli sfaticati che chiedono l'elemosina per strada, i meridionali, i disoccupati sempre meridionali, gli assegnatari di case popolari chiunque essi siano, quelli che dicono di essere poveri ma non si vestono e non si comportano come tali.
L'invidia, l'egoismo, la sfiducia nelle istituzioni e nel prossimo, la tendenza a volere il male del prossimo se non si ottiene il bene proprio, queste sono storture che ci appartengono, che forse esistono da sempre, che non sono in alcun modo temperate neanche quando apparentemente l'Italia si mostra nella sua veste migliore, quella solidale e attiva di fronte a disastri naturali o storie commoventi.
Dentro alberga sempre l'egoismo e la convinzione che, se ci manca qualcosa, sicuramente qualcun altro, con dolo e in modo scorretto, ce l'ha portata via.
In questo paese nessuna graduatoria, nessuna procedura di scelta, nessun ordine di priorità vengono considerati validi, corretti, condivisibili se non ricomprendono noi stessi. Si dice che è tutto manovrato, che è un imbroglio, senza preoccuparsi neppure di ragionare prima di aprir bocca.
E' una vecchia abitudine e deriva dal fatto che, ogni volta che ce ne danno l'occasione, cerchiamo di prevaricare il prossimo e ottenere anche ciò che non ci spetta o non ci occorre.
E' così che molte famiglie educano i propri bambini, magari portandoli poi a messa la domenica o facendogli credere che a far la prima comunione e dire due preghiere la sera ci si lavi la coscienza.
Come al solito ho divagato, magari ho esagerato un po' con lo stereotipo dell'italiano ma, purtroppo, non ne sono convinta. Conosco persone splendide, che sono splendide con me, con la famiglia, con gli amici, con il vicino di casa, con l'avventore che chiede aiuto. Ma sono le stesse persone, lo so bene, che la pensano esattamente come ho detto sopra, che educano i propri figli a essere "splendidi" solo in superficie, che per proteggerli ritengono sia giusto impedire una vita migliore ad altri figli che non sono i loro.
Molte volte non sono neanche coscienti di essere così. Chissà, magari io stessa non so chi sono e mi illudo soltanto di insegnare a mio figlio che tutti hanno diritto di provarci, di migliorarsi, di cercare un posto per essere felici.

shopping terapeutico vs risparmio ossessivo

Due giorni fa, nel bel mezzo di una domenica assolata di inizio estate (lo so che non è ancora arrivata ma qui ormai ci siamo in pieno!), mi sono presa un paio di ore libere.
Buono Tagliandi Sconto Denaro Carrello DelLibere dai miei uomini (Big, come il mio preferito in Sex and the city, e Little come...non lo so come chi, ma è piccolo, quindi lo chiamerò così), libere anche da un'amica indagatrice e da tutti gli altri amici che non fanno che ricordarmi che sono sparita, che non faccio, né posso fare, le cose che facevo prima insieme a loro.
Ma non avevo voglia di star sola, cosa che mi sta bene a casa ma non quando desidero uscire.
Quindi ho chiamato la mia cara mamma e, mentre quei due uscivano per andare al parco giochi insieme ad altri amici con figli al seguito, mi preparavo per un pomeriggio di shopping e chiacchiere.
Sono passata a prenderla alle 17.00, vestita comoda (i miei jeans elasticizzati e le Palladium sono l'ideale per queste occasioni) e con trucco leggero, per portarla un po' in giro in città.
Lei non esce spesso, non senza un fine utilitaristico preciso come fare la spesa o andare dal parrucchiere. Lei e mio padre non hanno una vita sociale, se si esclude quella che si realizza durante qualche fine settimana in paese, per le feste o altre occasioni. Qui non amano uscire, non vanno a cena fuori, non frequentano persone al di fuori dei figli e dei parenti stretti.
Ma a lei credo non dispiacerebbe fare cose diverse, anche se lo nega e si dice soddisfatta così.
Comunque sono rare le volte che accetta di uscire con me, ma questa era una di quelle.
Probabilmente l'averle proposto di passare a prenderla con l'auto ha giocato a mio favore, perché usare i trasporti pubblici, che io prediligo, non rientra fra le sue modalità di movimento preferite.
Ma noi viviamo in periferia, quindi in qualche modo bisogna pur spostarsi per arrivare in zone dove il giro dei negozi duri un po' più del quarto d'ora che quelli locali possono garantirci!
Bisogna andare in centro se camminare non è l'unico scopo della passeggiata. E per me non lo è. Io odio tornare a mani vuote, potrà essere pure una cosa da niente ma devo tornare a casa con una busta e qualcosa da rimirare.
E quindi centro sia! Parcheggio custodito per evitare di girare a vuoto, perché odio fare manovre con qualcuno appiccicato dietro che alla fine suona il clacson per spronarmi ad accelerare i tempi, senza rendersi conto che così fa solo saltare i nervi e che ci metto il doppio a posizionarmi nel modo giusto!
Due euro valgono bene la serenità che regala chiudere l'auto e allontanarsi a piedi senza pensieri e senza stress.
Ed ecco che la nostra bella città si presenta in tutta la sua vivacità e in tutta la sua luce...se per vivacità intendiamo l'affollamento delle strade e per luce quella solare!
E' solo una piccola città ma a me piace davvero. E tutta un saliscendi di viuzze dai palazzetti antichi, ora anche in gran parte rimessi a nuovo, con lastricati e scalette e angolini un po' nascosti che è davvero un piacere camminare, guardarsi intorno, respirare odore di mare e di vacanza anche quando le vacanze sono lontane.
La prendo a braccetto, che anche se è antiestetico è veramente il modo più comodo per camminare insieme, e la passeggiata ha inizio.
Lei guarda le vetrine ma si mostra sempre poco interessata, del resto è vero che è proprio una difficile da accontentare. E' capace di farti girare per una settimana intera prima di trovare una maglietta che si avvicini anche solo lontanamente a quella che lei ha in testa, e che puntualmente non sa descrivere. E' vero anche che i soldi che maneggia sono pochi, lei fa la casalinga e la nonna, solo occasionalmente fa dei lavoretti, nel senso che magari assiste qualche anziano ma sempre nell'ambito familiare. Il non disporre di risorse sue, personali, non derivanti dalla pensione di mio padre, di sicuro le pesa e le dispiace. E la spinge anche a restringere al minimo gli acquisti, a selezionare e a scegliere con cura ogni capo che acquista.
Io, al contrario, tendo a comprare quel che mi piace, se costa poco e se sono certa di poterlo indossare senza stiratura! Non amo i capi firmati o di valore, quelli che ti devi preoccupare se la temperatura della lavatrice ti finisce sui 60° invece che sui 30°, quelli che ti fanno piangere se finisci per bucarli accidentalmente con la sigaretta!
A me piace avere l'armadio pieno, avere più opzioni la mattina, senza dover correr dietro a lavatrici e panni stesi, senza correre il rischio di non trovar nulla di pulito che mi ispiri in quel preciso momento. Vesto in modo semplice ma pur sempre secondo l'umore, l'occasione e, perché no, la depilazione più o meno trascurata. 
Non sono troppo convinta che nel vestire spendere di più significhi spendere meglio, vedo che alcuni capi pagati una miseria sono ancora integri dopo tanti anni di utilizzo, per cui punto più sulla quantità e la varietà. E poi mi piace fare il cambio armadio, ogni tanto, senza troppe remore, cosa che non può fare a cuor leggero chi, senza esser ricco, acquista capi più costosi.
E così scelgo i negozi più accessibili, e anche e soprattutto quelli in cui non siano presenti commesse troppo solerti nel servire, chiedere, tallonare il cliente.
Io amo essere lasciata in pace. Io amo fare da me.
Io amo portare in cassa un po' di roba, rigorosamente non provata, ed uscire soddisfatta rinviando il piacere o il dispiacere a quando rientro a casa. La prova del fuoco si fa davanti al mio specchio e se non va bene pazienza! Si regala a qualcuno che potrà gradire.
Mamma invece prova e riprova, porta tanti capi in camerino e di solito, critica com'è nei confronti di se stessa, e forse anche del mondo, fa arrivare in cassa solo un decimo di ciò che così accuratamente ha studiato allo specchio, tirando un po' di qua e un po' di là.
E riesce pure a stressarsi nel far questo! Io invece trovo che fare acquisti sia una delle cose più rilassanti del mondo, quando non sono acquisiti obbligati e destinati a occasioni formali come i matrimoni o simili.
Il valore che diamo al denaro è diverso, lo so. E anche se sono stata educata a non sprecare nulla, cosa da cui discende forse anche la mia passione per il risparmio e per l'occasione, io ho trovato un equilibrio tutto mio, che mi consente di sentirmi "felice" spendendo anche poco ma comprando sempre qualcosa come fossero coccole, piccole grandi concessioni.
Non metto a rischio il portafoglio familiare e nel contempo mi concedo un po' di leggerezza.
Dopo un'ora e mezza io giravo con 4 buste diverse (ma non piene) mentre lei ancora cercava la sua "maglietta ideale", così indefinibile e, a quanto pare, non ancora creata da nessuno!
Verso le 20.15 ci siamo arrese e finalmente ci siamo sedute in un baretto, tavolino all'aperto, a ristorarci un po' con aperitivo e salatini e una sigaretta come ciliegina sulla torta. In realtà lei ha chiesto un'aranciata, ma l'importante era stare lì, insieme, rilassate, a chiacchierare un po'. Ogni tanto riusciamo a farlo e per me è importante.
Siamo così diverse, e di certo  non posso confidarmi con lei se si tratta della mia vita sentimentale, è pur sempre una mamma di quelle vere, che vorrebbe proteggerti da tutto e che vorrebbe credere nella coincidenza tra quel che sono e quello che lei vorrebbe che fossi.
Ma, dopotutto, il non dover affrontare con lei i miei errori e i miei mancati sensi di colpa è confortante, mi fa sentire bene, in pace. Lei non sa, non chiede e non mi giudica.
Io ho un caratteraccio, con lei poi mi lascio andare fin troppo e a volte esagero, sbotto, non mi sforzo di comprenderla ed essere paziente, di sostenerla anche quando penso che si preoccupi troppo per cose che non vale proprio la pena, di essere affettuosa e farle sentire la mia vicinanza.  Le voglio un bene infinito, eppure di rado riesco a manifestarlo come vorrei, quasi mai. Del resto lei stessa non è  espansiva e "fisica" nel rapporto con me e con tutti i suoi figli. Forse lo era quando eravamo bambini ma poi no, non ci ha insegnato a coccolarci e a parlare dei nostri sentimenti. Nessuno l'ha insegnato a lei, credo, e ora siamo tutti adulti, è troppo tardi, e le coccole sono rimaste solo per i nipotini.
Per noi ci sono altre coccole, che si esprimono con la cucina, con la disponibilità di tempo e cure per i piccoli, con la pazienza garantita anche quando siamo sgarbati o chiediamo più di quel che dovremmo. E con questi momenti di complicità, che sembrano superficiali ma che ci fanno sentire vicine.
E allora si parla delle sue sorelle, delle novità sui suoi vicini di casa, di mio padre che finge di star bene perché non gli si dica di andare dal medico, di mille altre cose importanti e no. E' solo parlare, chiacchierare, fare la figlia e sentirsi al sicuro.
Dovremmo farlo più spesso.


Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi...e quindi con i tuoi!

Ancora una Pasqua, ancora una festa religiosa per noi che religiosi non siamo. I miei magari andranno pure a Messa, forse, ma di sicuro solo mia madre penserà di farlo per stare vicina al suo Dio, mentre mio padre cercherà soltanto di non venir meno a una tradizione.
E qui finisce tutta la religiosità della nostra Pasqua, che della famiglia di Marco neanche c'è da aggiungere altro, nemmeno si accorgono che è un giorno speciale! Per loro non esiste e basta!
Quindi saremo dai miei, e già così saremo in tanti, forse troppi, visto che gli spazi per accoglierci non sono proprio adeguati nelle misure...o forse si, perché ti costringono a stare un po' più vicini, ti consentono di non perdere una chiacchiera, un commento, una battuta. Ti costringono a stare insieme davvero!
Chi se ne frega se siamo atei, come dice babbo "le tradizioni vanno tramandate", coltivate, magari puoi attribuire loro nuovi significati,ma è sempre bello viverle.
E allora che Pasqua sia!
Una caterva di bambini vocianti e un numero ancora maggiore di adulti che, dopo essersi concessi del buon vino e qualche amaro, la tirano per le lunghe a tavola, a parlare e spesso a discutere di tutto ciò che capita a tiro. Siamo tuttologi e poco pretenziosi, ogni opinione è degna di essere ascoltata e controbattuta, si trattasse pure della cazzata più grande del mondo! E in quelle ore di cazzate se ne sparano proprio tante!
Adoro la mia famiglia, anche quando le nostre riunioni degenerano in qualche stupida discussione che sfiora il litigio, anche quando qualcuno racconta le stesse storielle, vissute o inventate, per la centesima volta nell'ultimo anno!
Colomba, tante uova, sorprese come sempre deludenti, ma anche la stessa gioia di stare insieme, di sentirci una cosa sola, varia, variopinta a volte di colori che fanno a botte, ma sempre una cosa sola!
E' questa la famiglia che voglio possa vivere mio figlio, come è stato per me fin dall'infanzia.
Non importa quanti scontri ci saranno, quante parole voleranno, anche pesanti a volte.
Ci amiamo, abbiamo bisogno di stare insieme, bisogno di sapere che ci siamo gli uni per gli altri.
E Luca fa e farà parte di tutto questo.
Questa famiglia, quest'idea di famiglia è uno dei motivi per cui ho scelto di avere un figlio nonostante un'inesistente istinto materno!
Una famiglia che cresce, una famiglia per il presente e una per il futuro, in cui cambiano pian piano i personaggi ma restano le dinamiche e la voglia di sorridere.
Noi siamo solo tre ma, come dice sempre Luca dall'alto dei suoi 5 anni, la nostra famiglia è grande, ci siamo noi, ci sono i nonni, i cugini, gli zii...e, a dire il vero, tante altre persone che lui cerca di includere in qualche grado di parentela!
Sarà stancante, lo so, ma sarà bello.
E allora...Buona Pasqua a tutti!

Il sesso, termometro della vita di coppia

Non era proprio questo il titolo dell'articoletto di ieri, sempre su Tiscali (purtroppo ci sono giorni che questa è l'unica fonte di notizie per me, se si esclude SkyTG24!), ma più o meno anticipava quel concetto, che non dettagliava poi tanto nel testo...solo che è bastato per farmi riflettere un po' sulla cosa.
Non che non ci abbia mai pensato, anzi, l'argomento era interessante proprio perché mi tocca da vicino, ogni giorno. Non il sesso però, solo il pensiero che non ce ne sia abbastanza e che questo possa significare o meno l'approssimarsi della crisi.
Io sono convinta di no, ora. Ma qualche anno fa avrei certo affermato con assoluta certezza che un rapporto in cui il sesso non la fa da padrone non è un rapporto che vale la pena portare avanti, se non come amicizia, che l'amore e il sesso sono inscindibili e che, mentre se manca il primo il sesso può comunque funzionare, se manca il secondo non do nessuna chance alla sopravvivenza dell'amore (salvo che il non far sesso sia dovuto a fattori esterni e non controllabili)!
Forse di tutto questo sono convinta ancora.
E' solo che la vita cambia, che l'energia e l'entusiasmo che prima potevano supportare il desiderio di fare mille cose insieme, adesso sono ridotti e ci portano a stabilire, anche inconsciamente, delle priorità. Dinamica assurda che a volte porta ai primi posti della top ten le lavatrici da fare (che a casa ci sono sempre almeno 3 cesti di biancheria sporca che attende!) e lascia in coda tutto il resto...
E allora speriamo che il termometro non sia proprio quello, perché io sono ancora assolutamente certa dell'amore che provo per il mio M., e sono sicura anche del suo per me!
Si potrà pensare che sono un'illusa ma io so quanto abbiamo condiviso, sofferto, quanto abbiamo costruito insieme, quanto abbiamo profondamente voluto ciò che siamo ora (anche se a volte io sono la prima a cedere al rimpianto...).
E ciò che siamo ha un prezzo da pagare: stanchezza, per il lavoro e per la fatica d'essere genitori; sonno, per le troppe ore perse a cercare di far dormire lui, quell'esserino che spesso a mezzanotte sta ancora saltando sul divano; malumori vari dettati dalla consapevolezza che lui non ci ascolta, che non siamo abbastanza forti, che alla fine ci ascoltiamo poco anche tra di noi.
L'elenco potrebbe continuare, e forse riempirebbe la pagina, ma ci sono anche le cose belle del nostro rapporto, la voglia di guardarsi ancora, compiaciuti della propria conquista, la stima, la certezza che andiamo orgogliosi l'uno dell'altra, la capacità di divertirci insieme, di non soffocarci, di essere complici.
Al cuore non si comanda ma, certo, si può dire che ci siamo scelti!
Un giorno racconterò di come mi sono innamorata di lui (mentre lui avrebbe voluto amarmi e invece amava ancora lei...), ma ora sto in argomento. Il sesso.
Facciamola breve! Un tempo ce n'era tanto, se ne faceva tanto, ovunque, a qualunque ora!
Ora no.
Ora quasi dobbiamo stabilire date e orari. Davvero dobbiamo organizzarci e magari prendere un giorno di ferie per essere certi che la peste sia a scuola, così da avere la nostra amata casa tutta per noi. Con lui in casa non c'è modo, lui è sempre ultra presente!
E la notte, quando finalmente riusciamo a metterlo a letto addormentato, a stento riusciamo a tenere gli occhi aperti mentre fumiamo l'ultima disperata sigaretta, fuori, seduti in silenzio, sotto un cielo scuro e rassicurante. A fatica ci trasciniamo in bagno e poi fino al letto. Un bacio e la buonanotte.
Poi a volte lui la butta lì sorridendo: "facciamo un po' di sesso?" e la risposta è pure SI, sempre ridendo, che ormai lo sappiamo tutti e due che di lì a due minuti saremo sprofondati nel sonno.
Così si finisce con l'attendere il giorno di ferie, sesso la mattina, non il massimo, non il nostro preferito. Ma chi può permettersi di scegliere ormai? Prendere o lasciare!
E il bello (l'assurdo anzi!) è che dopo ci tocca pure correre per cercare di fare comunque quelle cose che durante il giorno non riusciremo a fare. Quindi sesso, un po' di relax e coccole e poi ancora lavatrici e varie sul genere!
A questo punto spero proprio che non sia col sesso che si misura il benessere della coppia! Almeno non con la sua frequenza! Sulla qualità potremmo anche dirci soddisfatti anche se, certo, un po' di brivido in più non guasterebbe.
Magari un giorno, sistemando bimbo in modo soddisfacente e per un'intera nottata, ci incontreremo ancora come sconosciuti, al bancone di un locale, per ricominciare tutto da capo, per scoprirci e conoscerci per la prima volta, per essere qualcuno nuovo e diverso anche.
Mi sa che devo proprio proporglielo, un'avventura, una nuova conquista, del sesso rubato.
Si, glielo propongo...ma forse prima dovrei parlarne con la babysitter, che palle!

La mia nonna triste

Oggi pensavo a te, non so, forse ti ho sognata, succede a volte, anche dopo tanti anni.
Una vita lunga la tua, 92 anni vissuti lentamente, scanditi dalle malattie e dalle morti dei tuoi cari e delle altre persone che ti stavano accanto. 92 anni tutti da raccontare, lucidi nei ricordi che, senza nostalgia ma con piacere, condividevi con me o con chiunque avesse voglia di ascoltare. E' che non erano in tanti ad ascoltare, quindi credo piacesse a te quanto a me stare lì, davanti al camino, che ci fosse il fuoco acceso o no, a parlare per ore, a sussurrare, che pure il tuo tono di voce era rassegnato e stanco.
A volte devo confessare che mi costava stare lì mentre la mia giovinezza istintivamente mi ricordava che fuori c'erano amici, amori, cose da fare e che gli altri avrebbero fatto senza di me! Avevo la mia vita abbozzata da portare avanti, da gustare e da sprecare anche un po'.
Ma la maggior parte delle volte era un vero piacere starti a sentire, condurti pian piano, domandando e commentando solo un po', in quell'intrico di storie, tue o di persone che avevi conosciuto o anche storie che avevi solo sentito raccontare ma che ricordavi in ogni particolare, perché ormai ti appartenevano.
Stavi china, con la tua giacchina nera e in tasca un fazzoletto per asciugare le lacrime che scendevano, per l'età e non per l'emozione... 
Di solito tenevi il fazzoletto nero sulla testa ma se faceva caldo  potevo vedere i tuoi lunghi e lisci capelli grigio-bianchi raccolti in una crocchia ormai ridotta a poco, fermata con qualche forcina o con il pettinino. Eri tutta vestita di nero, forse dalla morte di nonno, o forse da quella precedente di tuo figlio. Eri vestita di nero perché in paese ci si aspettava che lo facessi, o forse tutto sommato non ci avrebbero poi fatto caso, eri tu quella si condannava al lutto perché non avresti potuto fare diversamente. La trasgressione non rientrava tra le cose per te accettabili. Eppure sono quasi certa che dopo la morte di nonno sia in realtà iniziata per te una nuova vita, sempre dimessa e silenziosa, ma di sicuro un po' più serena e aperta alla curiosità.

Ci sono voluti anni ma ricordo che pian piano hai cominciato ad assaggiare cibi nuovi, cosa eccezionale per te che, nata povera, eri incredibilmente schizzinosa! Guardavi nuovi programmi in TV, per poi dire che non ti piacevano né ti interessavano, gestivi con parsimonia ma con piacere quei pochi soldi che facevano la tua indipendenza economica. Questa era tutta la libertà che ti concedevi, ma io lo so che era già tanto, che era qualcosa di nuovo, che ti sorprendeva e ti restituiva il piacere di vivere.
E anche raccontare di te era qualcosa che non avevi mai fatto prima, non si poteva, del resto persino allora, a sostituire nonno, ci si metteva mio padre, tuo figlio, a mettere in dubbio la veridicità di certi racconti, di episodi troppo amari per poterli accettare.
Ma di solito stavamo sole, con le seggiole basse una accanto all'altra, e a volte ti tenevo la mano. Ti piaceva essere accarezzata, anche se non sapevi dirlo. Ti piaceva quando ti sistemavo le unghie e, fingendo che fossi io a costringerti, ti lasciavi stendere un velo di smalto trasparente! Niente di più, ma sapevo quanto potesse valere per te quello sgarro alle regole della sobrietà. E abbozzavi un sorriso, come una bambina, perché ridere davvero era un'altra di quelle attività che ti sono rimaste estranee fino alla fine; quando ti sfuggiva un risolino lo soffocavi e nascondevi la bocca con una mano.
E intanto raccontavi, a volte non c'era proprio bisogno di chiedere, i ricordi si susseguivano, spontanei, con parole semplici e con abbondanza di dettagli, come se le immagini fossero ancora lì, davanti ai tuoi occhi di vecchia.
E tornavi ad essere quella bambina un po' introversa e solitaria che andava alla scuola elementare nel vecchio edificio vicino a casa, curiosa e avida di nuove conoscenze e nozioni. Ti piaceva la tua maestra, era gentile e veniva da un'altra regione. Lei ti apprezzava, ti stimolava e incoraggiava.
Eri brava, apprendevi in fretta e ne andavi orgogliosa. Ricordavi ancora tutte le cose che ti aveva insegnato o che avevi letto in quell'unico libro di cui disponevi. Erano solo nozioni, sprazzi di storia e geografia, poesie, qualche racconto. Ma ne conservavi un ricordo affettuoso, come si fa con le cose preziose, penso addirittura che ogni tanto ripassassi tutto mentalmente per non permettere a quelle poche conoscenze di svanire. Era il tuo piccolo bagaglio di cultura, molto piccolo, visto che ben preso, forse quando eri in terza, i tuoi genitori presero per te una decisione che ti ha segnata per sempre.
Nonostante la maestra si fosse persino presentata a casa a implorare tuo padre di lasciarti frequentare la scuola, decisero che non si poteva più, che la piccola Beatrice doveva stare a casa ad occuparsi dei suoi genitori, che intanto si erano ammalati, non si sa bene di cosa, e non erano più autosufficienti. Tutti i tuoi sogni morirono quel giorno. Non dicesti una parola, come sempre, forse per la prima volta, cominciasti a pensare di essere condannata a un destino crudele, di essere l'agnello sacrificale, mentre le tue sorelle maggiori prendevano altre strade, a dirla tutta non molto più vantaggiose della tua, e tu iniziavi a invidiarle e, forse, a provare risentimento nei loro confronti.
Eri solo una bambina, e sei sempre rimasta convinta che andare a scuola ti avrebbe dato un destino diverso, che saresti sempre stata brava e diligente, una piccola studiosa di cui i tuoi avrebbero dovuto essere orgogliosi! Ma è andata così, la piccola Beatrice ha cominciato a maledire se stessa e la vita e si è dedicata a compiti e responsabilità che sarebbero stati pesanti anche per un adulto.
Nel giro di poco tuo padre era bloccato su un letto, con le gambe gonfie e doloranti, affetto da una malattia indefinita che allora veniva semplicemente chiamata "Quel male". Poi la tua mamma...e anche se non ricordo bene tempi e successione degli eventi, entrambi morirono ancora giovani.
Quella piccola casa di pietra, con una cucina che di notte si riempiva di stuoie per dormire e una sola camera da letto, che forse era anche la stanza per accogliere gli ospiti, ti vedeva spesso affacciata alla finestra, a guardare gli altri bambini giocare e correre, poveri, malvestiti, spesso scalzi, ma spensierati. E non ammettesti mai di aver provato invidia, né per loro né, più avanti, per le tue sorelle che andavano a ballare in piazza mentre tu dovevi occuparti della casa e dei vecchi.
"Non ero fatta per quelle cose, non mi piaceva ballare, volevo solo stare sola" dicevi, ma era lampante che invece avevi desiderato tanto vivere qualcosa di speciale, essere libera, essere amata, anche se non l'avresti ammesso neanche con te stessa.
E quando sei cresciuta, convinta che il tuo mondo fosse completo così com'era, ecco che si fa avanti un pretendente, anzi, la sua famiglia, che allora si usava così. Volevano Beatrice in sposa per il loro figlio bello e aitante, per il loro figlio che quasi non ti conosceva e che passava le serate in piazza con le altre, più attraenti di te, più socievoli, più accomodanti.
Non ho mai capito perché insistettero per fare di voi una coppia, non c'era nessun vantaggio economico, da una parte e dall'altra, non c'era nessun incidente da sistemare, non c'era alcun motivo per il quale avreste dovuto sposarvi. Eppure, nonostante le tue rimostranze, ancora una volta qualcun altro decise per te; anche le tue sorelle più grandi, ancora nubili, si schierarono con i tuoi per spingerti a dire si.
Che poi cosa valeva la tua parola? Di sicuro la decisione era già presa, tu non avevi il diritto di opporti, con che coraggio rifiutare una proposta, con quale alterigia! E accantonate le deboli proteste passasti al pianto silenzioso, alla disperazione. Non avevi mai desiderato un uomo, non avevi mai provato l'abbozzo di un sentimento o di una vaga attrazione per l'altro sesso; ti credevo quando dicevi di non averne mai sentito il bisogno, di non aver mai capito quei giochi amorosi, quegli sguardi complici, quegli incontri furtivi. Non ti interessavano e basta. Non desideravi neppure diventare suora, alternativa all'epoca in voga, avevi fede ma il tuo sogno era solo stare tranquilla, stare in pace, a vivere di rimpianti e amarezza.
E non avevi mai desiderato un figlio (ecco che ancora una volta qualcosa ci accomunava...).
Il fidanzamento fu suggellato con un misero pranzo tra consuoceri e poi lui prese il largo come soldato. Era la seconda guerra mondiale, anche se in paese, l'unico posto in cui eri stata fino ad allora, neanche ci si accorgeva del conflitto in corso! Divise da giovani balilla a scuola e qualche frase fatta ma soldati ne avete visto ben pochi. Solo sfollati provenienti dalla città, unici testimoni della guerra in corso.
E mentre lui era via arrivò la notizia che si era ammalato. Ed ecco che ricominciasti a sperare, "forse così malato non me lo faranno sposare, forse sarò salva"; e lo dicesti ai tuoi, provasti timidamente a chiedere di poterti tirare indietro, di solito funzionava così in caso di malattia. E mentre lui era in ospedale forse neppure speravi che si riprendesse, non per egoismo ma solo per istinto di sopravvivenza! Ma non ti ascoltarono, lui tornò in paese, più o meno guarito (mai capito da cosa), e poco dopo eravate marito e moglie. So bene che la cosa non rese felice neanche lui, non eri tu il suo sogno, non so se ne avesse uno...
E poi i figli, uno dopo l'altro, almeno 2 persi nei primi mesi di vita, anche questo come era di norma in quei tempi. Un'infezione, la malnutrizione, la dissenteria e i bambini se ne andavano. Ma ne arrivava subito un altro e non c'era tempo per piangere le perdite.
E arrivò anche lui, mio padre, il tuo preferito mi dicevi. Claudio era introverso, bello, timido. E aveva un carattere difficile, soffriva della rigidità e della freddezza di tuo marito. Nonno era severo, altero, irascibile, con te come con i figli. E tu non eri capace di essere tenera e affettuosa come, sono certa, avresti voluto, tu non avevi conosciuto tenerezza e non potevi regalarla a quelle creature che tanto amavi. E loro te ne hanno fatto una colpa, di quello e di aver lasciato che lui decidesse sempre per tutti.  Nessuno di loro ricorda di aver ricevuto una carezza, di essersi sentito amato e protetto. Ti volevano bene, tanto, ma anche i loro ricordi sono diventati tristi e amareggiati come i tuoi.
Il tempo li ha resi persone più forti, li ha sparpagliati lontano dal paese e gli ha concesso una vita migliore, un lavoro, una famiglia. E tu, lo so, eri felice per loro, anche se avresti voluto ancora di più per i tuoi figli adorati.
Non so dire fino a che punto, col tempo, vi siete avvicinati; ti prendevi cura di noi nipoti, ci ospitavi sempre come fosse casa nostra, e loro si sono presi cura di te fino alla fine, quando sei diventata vecchia e malata. Ti hanno amato tanto e, sono certa anche di questo, non te l'hanno mai detto...o forse qualcuno, solo, in quella stanza in cui ti andavi spegnendo piano, incapace di parlare, te l'avrà sussurrato all'orecchio? Non lo so. So che l'ho fatto io, di nascosto, trovando un momento in mezzo a quel viavai di persone care e meno care che si avvicendavano davanti al tuo letto.
Mi manchi. So quanto mi volevi bene, mi azzardo persino a pensare di essere stata la tua preferita, perché avrei voluto fosse così. Scriverò ancora di te, lo so. Sei la mia nonna triste, la mia nonna buona con l'anima nera. Sei una parte di me e io ti somiglio un po', anche se, come mi hai sempre insegnato, mi sono fatta rispettare nella vita, lo faccio sempre!

Giocare con mio figlio, per favore, no.

Ogni donna sogna di avere dei figli, tanti bambini, di riempire le sue giornate di strilli, risate, giochi e abbigliamento in miniatura.
Che grande balla!
Forse è vero che, in molte donne, l'istinto materno è marcato e porta a desiderare la cucciolata da accudire o, se non fosse possibile, a sfogare sull'uomo di turno quell'istinto di cura e protezione che fa sentire realizzate in una sorta di ruolo materno fittizio. Forse tante donne vivono nel sogno della famigliola stile Mulino Bianco e pensano che solo sentendosi chiamare "mamma" saranno pienamente felici e realizzate. Forse...
Quanto è istinto e quanto convenzione? Quanto ci condizionano l'educazione, la letteratura, la TV, il bisogno di rispondere ad aspettative che sono di altri, che siano genitori, parenti, amiche, insegnanti e, secondo me più di rado, compagni o amici maschi?
Forse sono io quella strana, forse la genetica si è confusa ed ha scordato di installare nel mio DNA quell'istinto materno il cui richiamo non può essere ignorato! Oppure la verità è che non esiste un istinto materno, forse l'istinto di riproduzione...ma ho dubbi anche su quello.
Io comunque quell'istinto non ce l'ho! Io non ho mai sognato la famigliola da spot, non ho mai sentito la necessità di andare ad accarezzare e fare smorfiette e versi ridicoli  a bambini di conoscenti e, cosa, che ancora trovo allucinante, di perfetti estranei, magari per strada o al supermercato! Magari quella carezza, coi figli di amici e parenti, c'è pure stata, che altrimenti sarei sembrata un'aliena! Ma sinceramente non ne ho mai avvertito il bisogno o il desiderio sincero...molto più facile che avessi voglia di accarezzare un cane o un animaletto qualunque!
I bambini io li rispetto, sento di doverli proteggere, li vedo come piccole persone con i loro tratti caratteriali, già capaci di ispirare o meno simpatia, comunque sempre meritevoli di un sorriso.
Io credo che i bambini siano una nostra diretta responsabilità, che gli dobbiamo garantire sicurezza, amore e accettazione, sempre.
Io ho scelto e deciso di avere un figlio, io ho programmato l'avere un figlio.
Ho avuto la fortuna, che un tempo vivevo come una sfortuna, di nascere e crescere in una famiglia numerosa; una sorella e due fratelli che da bambina tolleravo e che adesso invece amo avere vicino. Sono cresciuta con una sfilza di cugini che, per quanto non sempre vicini, hanno riempito di gioia tutte le giornate di festa e di ritrovo. Io sono cresciuta con la certezza che la famiglia viene prima di tutto, che ne avrei avuto una tutta mia da annettere a quella già esistente. Io lo sapevo, soltanto non sapevo quando o non avevo voglia di stabilirlo.
Io ho vissuto la mia giovinezza lontana mille miglia da quel tipo di pensiero, interessata a mille cose, agli amici e all'amore ma con l'idea di un bel futuro fatto di casa, lavoro e famiglia ancora ben lontano, tutto da immaginare. 
Sono fuggita senza troppe spiegazioni ogni volta che ho fiutato desiderio precoce di famigliola felice in chi mi stava accanto, in chi doveva rappresentare l'avventura, la passione, la scoperta e poi invece assumeva le sembianze di una gabbietta scomoda e mai invitante.
Ancora oggi non riesco a capire questi giovani ventenni impazienti di cimentarsi nel ruolo del bravo genitore/marito/compagno (o equivalente femminile). Non ci arrivo. Ma a quanto stanno rinunciando? Ma sanno cosa significa giocare e divertirsi per sé, avventurarsi in nottate infinite, vivere gli amici fino a fondersi con loro in risate o pianto? Non sono tutti così, lo so, ma ai miei occhi sono troppi quelli che scelgono la via breve.
Resto convinta che la maturità sia importante in certe cose, che sapere che vivere con leggerezza le cose della vita le rendae più tollerabili o piacevoli non giustifica il fatto che si rinunci alla propria giovinezza e che poi, probabilmente, si viva di rimpianti da far pagare a qualcun altro.
Comunque io non ci pensavo proprio, se non in prospettiva, come sogno abbozzato e azzardato. Io la mia vita l'ho vissuta come ho potuto, come sono riuscita, che a ripensarci ci sarebbe stato molto altro da fare e da provare, con un pizzico di coraggio e intraprendenza in più che non avevo...
E quando io e Marco abbiamo cominciato a parlare di famiglia, per quanto follemente innamorata, ho chiesto tempo, mi sono assicurata che ci sarebbe stato tanto tempo, che non era quello il fine primario della nostra relazione. Ho avuto le rassicurazioni che cercavo e siamo andati avanti.
Anche vivere insieme e sposarsi per me non era un passaggio verso quel tipo di organizzazione, era solo la conferma e il rafforzamento della nostra relazione! E ci siamo regalati tanti anni di libertà, passione, divertimento smodato a volte... compatibilmente con la nostra vita lavorativa. Poi è diventato chiaro che, a parte la questione, purtroppo da considerare, dell'orologio biologico e del suo tichettare, per lui il desiderio di essere padre si faceva pressante, viveva nel timore di doverci rinunciare, nel sospetto che io magari stessi cambiando idea e temporeggiando per fare in modo che un figlio non arrivasse più...
Era crisi ormai. E allora ho dovuto guardare in faccia la realtà. Volevo un figlio, magari non allora, ma lo volevo. Ma se avessimo aspettato oltre forse non ci sarebbe mai stato. E' strano come ci si possa sentire giovani a dispetto dell'età e ancora desiderosi di libertà e immaturità. Ma l'età c'era e comunque non avrei potuto rinunciare a lui (e non ho ancora la certezza che, senza un figlio, sarebbe rimasto accanto a me pur amandomi) né negargli la gioia più grande e l'unica cosa che mi abbia mai chiesto! Abbiamo deciso e abbiamo fatto un figlio, alla soglia dei quaranta. Luca è arrivato e ha sconvolto le nostre vite, in tutti i sensi!
Non tornerei mai indietro ma, certo, è davvero difficile andare avanti. E Luca è un bambino bellissimo, affettuoso, estroso e vivace, troppo vivace forse...o solo troppo testardo! Comunque lo amiamo e adoriamo, ci tiene in pugno! Per quanto maturi non siamo forse i genitori più sicuri e adeguati perché certi suoi atteggiamenti che ci fanno impazzire sono senz'altro in parte frutto dei nostri.
Ora ha quasi 5 anni e ancora pretende di giocare sempre con noi, di avere la nostra continua e assoluta attenzione, di venire sempre e comunque prima di tutto e tutti. E allora ecco che la mia insofferenza viene fuori.
Se non amavo giocare coi bambini degli altri, non è cambiato molto ora che ne ho uno mio. Non amo giocare, non amo recitare, non amo i parchi, le feste per bambini, i compleanni, i ritrovi tra genitori, le riunioni dei piccoli vandali in casa mia! E faccio tutto ciò che ho appena citato, fatta eccezione per i rapporti con gli altri genitori (vedi "genitori dei compagnetti") che proprio mi danno l'orticaria e per i quali la delega va a Marco integralmente.
Ma a Luca non nego niente, mi pare, anche se sempre più cerco di chiedergli spazio, quasi lo imploro perché mi lasci respirare, che poi vorrebbe dire leggere un libro o magari solo mettere in ordine le mie cose in pace, depilarmi, fare un bagno...
Marco gioca con lui, è un bambino come lui quando si tratta di rotolarsi sul divano o usare la costruzioni; lo porta al parco, alle feste, ovunque ci sia l'opportunità di farlo divertire. Ma anche lui è stanco e vedere me così stremata e stressata non aiuta.
Non so fino a che punto Luca si accorga di quanto giocare con lui mi costi, forse abbastanza, forse per questo pretende sempre di più da me, forse per questo sente l'esigenza di assicurarsi la mia attenzione in ogni momento. Ma certo ricorderà che giocavo con lui quando sarà grande, perché lo faccio, anche se non vorrei...
E magari gli racconterò tutto questo un giorno, gli spiegherò.  Perché lo amo, infinitamente, anche se non amo giocare con lui. E gli spiegherò anche che le mamme sono donne come tutte le altre, che non tutte le donne vogliono essere mamme e che anche quelle che lo vogliono non necessariamente devono desiderare di passare il tempo al parco col proprio figlio! L'amore è un'altra cosa. E' anche giocare con lui senza averne voglia e senza trarne piacere, è anche sapere che se sono una mamma poco entusiasta ora, sarò una mamma presente e attenta e accogliente poi, quando ne avrà più bisogno.
E oggi speriamo non mi chieda di giocare, meglio leggere un libro...

Neuroni impazziti ai tempi del corona virus

Che dire, sto per perdere la bussola, come tutti. Convivenza continua, incessante e forzata con marito e figlio, mentre la nostalgia di un ...