Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordi. Mostra tutti i post

Eclissi di luna

C'ero anch'io, ieri notte, sulla spiaggia buia, a seguire per due ore quell'ombra sinistra che andava a nascondere pian piano la luna, la bellissima luna brillante che si rifletteva sulle increspature del mare.
Perché ero lì? Perché c'erano anche tutte quelle altre persone? 
Perché in fondo volevamo sentirci tutti parte di qualcosa che, quantomeno, non capita tutti i giorni e nemmeno tutti gli anni, qualcosa che sia quasi unico, da ricordare.
Ma lo ricorderemo? Ne dubito.
Alla fine ero lì perché non avevo poi di meglio da fare, se non poltrire sul divano attendendo un sonno che è riuscito a raggiungermi persino lì, in spiaggia.
Ero lì perché volevo che mio figlio potesse vivere qualcosa di speciale, insieme ai suoi cuginetti, un'esperienza da conservare in un cassetto della memoria, da tirar fuori all'occorrenza.
Ma la verità è che ai bimbi non fregava un cazzo dell'eclissi! E forse neppure a noi, per quanto la curiosità mi abbia spinto a restare lì finché il picco delle 23.30 non si è realizzato. Fatto questo, via, di nuovo verso casa e verso il meritato riposo dopo una lunga, lunghissima, giornata di lavoro.
I bimbi sono stati felici di giocare sulla sabbia, noi un pò meno di venir bersagliati dalla stessa sabbia che inevitabilmente ci finiva addosso...
Qualche sigaretta, qualche battuta, le foto impossibili perché, a quanto pare, se non hai una macchina professionale, anche una mezzaluna diventa una semplice luna tonda!
I piedi nudi a cercare il calore sotto la sabbia, qualche chiacchiera e tanta, tantissima malinconia.
Anche gli altri gruppi e famigliole la vivevano come noi? Non lo saprò mai, e comunque forse quella malinconia stava solo dentro me e non nella mente delle altre persone con cui condividevo il momento.
Che casino la vita, che noia quando sembra non decollare, che delusione quando poi, alla fine, e capita proprio a tutti, scopri che ne riamane ben poca di quella che valga la pena....

Twin Peaks e x Files, nuova serie a rovinare il ricordo della prima!

Non è la prima volta che accade, perché raramente i sequel di serie tv belle e coinvolgenti sanno garantire altrettante emozioni, soprattutto a distanza di tempo, ma in questi due anni è stato davvero troppo!
Ho amato, pur non comprendendola fino in fondo, come tutti del resto, la serie anni '90 ambientata in quella verde e cupa cittadina di montagna che era Twin Peaks, un posto dove tutto era possibile e niente era come sembrava. Un posto dove tutti i personaggi nascondevano un lato oscuro, anche quelli più affascinanti e belli, si, perché i personaggi erano proprio belli, esteticamente perfetti.
E a quell'età (io ero solo una ragazzina) e con la curiosità per tutto ciò che era misterioso e oscuro che nutrivo allora, quelle vicende, quelle immagini così forti, mi avevano rapito.
Lo so, Twin Peaks lo amavi o ti faceva schifo, per Marco, per esempio, è stato un rifiuto totale! Così almeno lui non si è trovato davanti alla tremenda delusione del sequel andato in onda su Sky ultimamente.
Io mi sono trattenuta dal seguire episodio per episodio per aver modo di mettere in memoria buona parte della serie e poi guardarla almeno 3/4 episodi per volta. Questa era l'intenzione, questo è ciò che ho cercato di fare. E già dalla prima puntata cominciavo a sentire la noia per la lentezza e la distorsione di quei dialoghi insensati, anche se inseriti nello scenario che riportava all'ultima puntata della serie originale.
Ho cercato di resistere, giustificando il tutto con il surrealismo tipico di Lynch, ricordando che un po' di grottesco c'era anche nella prima serie...ma qui si è veramente superato il limite!
Ambientazioni impossibili, dimensioni parallele che difficilmente potevano comunicare l'una con l'altra, nonostante gli assurdi passaggi di personaggi doppi nei cavi elettrici o nell'accendisigari dell'auto. Non era surreale, era noioso e inverosimile anche per chi ama solcare il limite col paranormale (in TV e nei libri ovviamente!).
Mi sono dovuta imporre di proseguire, perché si sa, a volte le cose migliori hanno esordi noiosi e apparentemente inconsistenti, almeno nell'arte. Ma stavolta è stato proprio tutto inutile. Mi sono sorbita 4 episodi con scene che se le sognavano persino nei film che davano su RAI 3 a "Fuori orario" (un altro programma che mi sorbivo per gustare qualche chicca ogni tanto in mezzo a una marea di cose incomprensibili e lente!).
4 episodi e mi sono dovuta arrendere, non ne potevo più, non smettevo di dire a me stessa "che schifo, che palle!". E ho lasciato così, perché è meglio tenersi il ricordo di qualcosa che hai amato senza rovinarlo con spiegazioni che non sono spiegazioni e intrecci non all'altezza di ciò che si è raccontato la prima volta. Meglio lasciare così com'era, che in fondo non c'era bisogno di riaprire la questione.
E già mi avevano dato un'enorme delusione con X Files, altra serie che ho amato e che attendevo settimanalmente con gran trepidazione, serie che, negli anni, non mi ha mai deluso.
Fino a quest'ultima, che, senza nessuna coerenza con i personaggi e le storie precedenti, ha trasformato tutto in una farsa comica e banale, direi quasi stupida! L'agente Molder è diventato decisamente un idiota e le storie raccontate vuote e insulse.
Sarò io che sono cresciuta o sarà che qualcuno si è dato da fare per rovinarci dei miti!? Non lo so, ma spero che a nessuno venga in mente di riaprire capitoli chiusi magicamente come LOST o ALIAS.
Arriva per tutti il momento di fermarsi, di rispettare ciò che è stato. Non si può sempre strafare in nome del profitto facile. Lasciateci le nostre emozioni, pure, piene, indelebili.

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi...e quindi con i tuoi!

Ancora una Pasqua, ancora una festa religiosa per noi che religiosi non siamo. I miei magari andranno pure a Messa, forse, ma di sicuro solo mia madre penserà di farlo per stare vicina al suo Dio, mentre mio padre cercherà soltanto di non venir meno a una tradizione.
E qui finisce tutta la religiosità della nostra Pasqua, che della famiglia di Marco neanche c'è da aggiungere altro, nemmeno si accorgono che è un giorno speciale! Per loro non esiste e basta!
Quindi saremo dai miei, e già così saremo in tanti, forse troppi, visto che gli spazi per accoglierci non sono proprio adeguati nelle misure...o forse si, perché ti costringono a stare un po' più vicini, ti consentono di non perdere una chiacchiera, un commento, una battuta. Ti costringono a stare insieme davvero!
Chi se ne frega se siamo atei, come dice babbo "le tradizioni vanno tramandate", coltivate, magari puoi attribuire loro nuovi significati,ma è sempre bello viverle.
E allora che Pasqua sia!
Una caterva di bambini vocianti e un numero ancora maggiore di adulti che, dopo essersi concessi del buon vino e qualche amaro, la tirano per le lunghe a tavola, a parlare e spesso a discutere di tutto ciò che capita a tiro. Siamo tuttologi e poco pretenziosi, ogni opinione è degna di essere ascoltata e controbattuta, si trattasse pure della cazzata più grande del mondo! E in quelle ore di cazzate se ne sparano proprio tante!
Adoro la mia famiglia, anche quando le nostre riunioni degenerano in qualche stupida discussione che sfiora il litigio, anche quando qualcuno racconta le stesse storielle, vissute o inventate, per la centesima volta nell'ultimo anno!
Colomba, tante uova, sorprese come sempre deludenti, ma anche la stessa gioia di stare insieme, di sentirci una cosa sola, varia, variopinta a volte di colori che fanno a botte, ma sempre una cosa sola!
E' questa la famiglia che voglio possa vivere mio figlio, come è stato per me fin dall'infanzia.
Non importa quanti scontri ci saranno, quante parole voleranno, anche pesanti a volte.
Ci amiamo, abbiamo bisogno di stare insieme, bisogno di sapere che ci siamo gli uni per gli altri.
E Luca fa e farà parte di tutto questo.
Questa famiglia, quest'idea di famiglia è uno dei motivi per cui ho scelto di avere un figlio nonostante un'inesistente istinto materno!
Una famiglia che cresce, una famiglia per il presente e una per il futuro, in cui cambiano pian piano i personaggi ma restano le dinamiche e la voglia di sorridere.
Noi siamo solo tre ma, come dice sempre Luca dall'alto dei suoi 5 anni, la nostra famiglia è grande, ci siamo noi, ci sono i nonni, i cugini, gli zii...e, a dire il vero, tante altre persone che lui cerca di includere in qualche grado di parentela!
Sarà stancante, lo so, ma sarà bello.
E allora...Buona Pasqua a tutti!

La mia nonna triste

Oggi pensavo a te, non so, forse ti ho sognata, succede a volte, anche dopo tanti anni.
Una vita lunga la tua, 92 anni vissuti lentamente, scanditi dalle malattie e dalle morti dei tuoi cari e delle altre persone che ti stavano accanto. 92 anni tutti da raccontare, lucidi nei ricordi che, senza nostalgia ma con piacere, condividevi con me o con chiunque avesse voglia di ascoltare. E' che non erano in tanti ad ascoltare, quindi credo piacesse a te quanto a me stare lì, davanti al camino, che ci fosse il fuoco acceso o no, a parlare per ore, a sussurrare, che pure il tuo tono di voce era rassegnato e stanco.
A volte devo confessare che mi costava stare lì mentre la mia giovinezza istintivamente mi ricordava che fuori c'erano amici, amori, cose da fare e che gli altri avrebbero fatto senza di me! Avevo la mia vita abbozzata da portare avanti, da gustare e da sprecare anche un po'.
Ma la maggior parte delle volte era un vero piacere starti a sentire, condurti pian piano, domandando e commentando solo un po', in quell'intrico di storie, tue o di persone che avevi conosciuto o anche storie che avevi solo sentito raccontare ma che ricordavi in ogni particolare, perché ormai ti appartenevano.
Stavi china, con la tua giacchina nera e in tasca un fazzoletto per asciugare le lacrime che scendevano, per l'età e non per l'emozione... 
Di solito tenevi il fazzoletto nero sulla testa ma se faceva caldo  potevo vedere i tuoi lunghi e lisci capelli grigio-bianchi raccolti in una crocchia ormai ridotta a poco, fermata con qualche forcina o con il pettinino. Eri tutta vestita di nero, forse dalla morte di nonno, o forse da quella precedente di tuo figlio. Eri vestita di nero perché in paese ci si aspettava che lo facessi, o forse tutto sommato non ci avrebbero poi fatto caso, eri tu quella si condannava al lutto perché non avresti potuto fare diversamente. La trasgressione non rientrava tra le cose per te accettabili. Eppure sono quasi certa che dopo la morte di nonno sia in realtà iniziata per te una nuova vita, sempre dimessa e silenziosa, ma di sicuro un po' più serena e aperta alla curiosità.

Ci sono voluti anni ma ricordo che pian piano hai cominciato ad assaggiare cibi nuovi, cosa eccezionale per te che, nata povera, eri incredibilmente schizzinosa! Guardavi nuovi programmi in TV, per poi dire che non ti piacevano né ti interessavano, gestivi con parsimonia ma con piacere quei pochi soldi che facevano la tua indipendenza economica. Questa era tutta la libertà che ti concedevi, ma io lo so che era già tanto, che era qualcosa di nuovo, che ti sorprendeva e ti restituiva il piacere di vivere.
E anche raccontare di te era qualcosa che non avevi mai fatto prima, non si poteva, del resto persino allora, a sostituire nonno, ci si metteva mio padre, tuo figlio, a mettere in dubbio la veridicità di certi racconti, di episodi troppo amari per poterli accettare.
Ma di solito stavamo sole, con le seggiole basse una accanto all'altra, e a volte ti tenevo la mano. Ti piaceva essere accarezzata, anche se non sapevi dirlo. Ti piaceva quando ti sistemavo le unghie e, fingendo che fossi io a costringerti, ti lasciavi stendere un velo di smalto trasparente! Niente di più, ma sapevo quanto potesse valere per te quello sgarro alle regole della sobrietà. E abbozzavi un sorriso, come una bambina, perché ridere davvero era un'altra di quelle attività che ti sono rimaste estranee fino alla fine; quando ti sfuggiva un risolino lo soffocavi e nascondevi la bocca con una mano.
E intanto raccontavi, a volte non c'era proprio bisogno di chiedere, i ricordi si susseguivano, spontanei, con parole semplici e con abbondanza di dettagli, come se le immagini fossero ancora lì, davanti ai tuoi occhi di vecchia.
E tornavi ad essere quella bambina un po' introversa e solitaria che andava alla scuola elementare nel vecchio edificio vicino a casa, curiosa e avida di nuove conoscenze e nozioni. Ti piaceva la tua maestra, era gentile e veniva da un'altra regione. Lei ti apprezzava, ti stimolava e incoraggiava.
Eri brava, apprendevi in fretta e ne andavi orgogliosa. Ricordavi ancora tutte le cose che ti aveva insegnato o che avevi letto in quell'unico libro di cui disponevi. Erano solo nozioni, sprazzi di storia e geografia, poesie, qualche racconto. Ma ne conservavi un ricordo affettuoso, come si fa con le cose preziose, penso addirittura che ogni tanto ripassassi tutto mentalmente per non permettere a quelle poche conoscenze di svanire. Era il tuo piccolo bagaglio di cultura, molto piccolo, visto che ben preso, forse quando eri in terza, i tuoi genitori presero per te una decisione che ti ha segnata per sempre.
Nonostante la maestra si fosse persino presentata a casa a implorare tuo padre di lasciarti frequentare la scuola, decisero che non si poteva più, che la piccola Beatrice doveva stare a casa ad occuparsi dei suoi genitori, che intanto si erano ammalati, non si sa bene di cosa, e non erano più autosufficienti. Tutti i tuoi sogni morirono quel giorno. Non dicesti una parola, come sempre, forse per la prima volta, cominciasti a pensare di essere condannata a un destino crudele, di essere l'agnello sacrificale, mentre le tue sorelle maggiori prendevano altre strade, a dirla tutta non molto più vantaggiose della tua, e tu iniziavi a invidiarle e, forse, a provare risentimento nei loro confronti.
Eri solo una bambina, e sei sempre rimasta convinta che andare a scuola ti avrebbe dato un destino diverso, che saresti sempre stata brava e diligente, una piccola studiosa di cui i tuoi avrebbero dovuto essere orgogliosi! Ma è andata così, la piccola Beatrice ha cominciato a maledire se stessa e la vita e si è dedicata a compiti e responsabilità che sarebbero stati pesanti anche per un adulto.
Nel giro di poco tuo padre era bloccato su un letto, con le gambe gonfie e doloranti, affetto da una malattia indefinita che allora veniva semplicemente chiamata "Quel male". Poi la tua mamma...e anche se non ricordo bene tempi e successione degli eventi, entrambi morirono ancora giovani.
Quella piccola casa di pietra, con una cucina che di notte si riempiva di stuoie per dormire e una sola camera da letto, che forse era anche la stanza per accogliere gli ospiti, ti vedeva spesso affacciata alla finestra, a guardare gli altri bambini giocare e correre, poveri, malvestiti, spesso scalzi, ma spensierati. E non ammettesti mai di aver provato invidia, né per loro né, più avanti, per le tue sorelle che andavano a ballare in piazza mentre tu dovevi occuparti della casa e dei vecchi.
"Non ero fatta per quelle cose, non mi piaceva ballare, volevo solo stare sola" dicevi, ma era lampante che invece avevi desiderato tanto vivere qualcosa di speciale, essere libera, essere amata, anche se non l'avresti ammesso neanche con te stessa.
E quando sei cresciuta, convinta che il tuo mondo fosse completo così com'era, ecco che si fa avanti un pretendente, anzi, la sua famiglia, che allora si usava così. Volevano Beatrice in sposa per il loro figlio bello e aitante, per il loro figlio che quasi non ti conosceva e che passava le serate in piazza con le altre, più attraenti di te, più socievoli, più accomodanti.
Non ho mai capito perché insistettero per fare di voi una coppia, non c'era nessun vantaggio economico, da una parte e dall'altra, non c'era nessun incidente da sistemare, non c'era alcun motivo per il quale avreste dovuto sposarvi. Eppure, nonostante le tue rimostranze, ancora una volta qualcun altro decise per te; anche le tue sorelle più grandi, ancora nubili, si schierarono con i tuoi per spingerti a dire si.
Che poi cosa valeva la tua parola? Di sicuro la decisione era già presa, tu non avevi il diritto di opporti, con che coraggio rifiutare una proposta, con quale alterigia! E accantonate le deboli proteste passasti al pianto silenzioso, alla disperazione. Non avevi mai desiderato un uomo, non avevi mai provato l'abbozzo di un sentimento o di una vaga attrazione per l'altro sesso; ti credevo quando dicevi di non averne mai sentito il bisogno, di non aver mai capito quei giochi amorosi, quegli sguardi complici, quegli incontri furtivi. Non ti interessavano e basta. Non desideravi neppure diventare suora, alternativa all'epoca in voga, avevi fede ma il tuo sogno era solo stare tranquilla, stare in pace, a vivere di rimpianti e amarezza.
E non avevi mai desiderato un figlio (ecco che ancora una volta qualcosa ci accomunava...).
Il fidanzamento fu suggellato con un misero pranzo tra consuoceri e poi lui prese il largo come soldato. Era la seconda guerra mondiale, anche se in paese, l'unico posto in cui eri stata fino ad allora, neanche ci si accorgeva del conflitto in corso! Divise da giovani balilla a scuola e qualche frase fatta ma soldati ne avete visto ben pochi. Solo sfollati provenienti dalla città, unici testimoni della guerra in corso.
E mentre lui era via arrivò la notizia che si era ammalato. Ed ecco che ricominciasti a sperare, "forse così malato non me lo faranno sposare, forse sarò salva"; e lo dicesti ai tuoi, provasti timidamente a chiedere di poterti tirare indietro, di solito funzionava così in caso di malattia. E mentre lui era in ospedale forse neppure speravi che si riprendesse, non per egoismo ma solo per istinto di sopravvivenza! Ma non ti ascoltarono, lui tornò in paese, più o meno guarito (mai capito da cosa), e poco dopo eravate marito e moglie. So bene che la cosa non rese felice neanche lui, non eri tu il suo sogno, non so se ne avesse uno...
E poi i figli, uno dopo l'altro, almeno 2 persi nei primi mesi di vita, anche questo come era di norma in quei tempi. Un'infezione, la malnutrizione, la dissenteria e i bambini se ne andavano. Ma ne arrivava subito un altro e non c'era tempo per piangere le perdite.
E arrivò anche lui, mio padre, il tuo preferito mi dicevi. Claudio era introverso, bello, timido. E aveva un carattere difficile, soffriva della rigidità e della freddezza di tuo marito. Nonno era severo, altero, irascibile, con te come con i figli. E tu non eri capace di essere tenera e affettuosa come, sono certa, avresti voluto, tu non avevi conosciuto tenerezza e non potevi regalarla a quelle creature che tanto amavi. E loro te ne hanno fatto una colpa, di quello e di aver lasciato che lui decidesse sempre per tutti.  Nessuno di loro ricorda di aver ricevuto una carezza, di essersi sentito amato e protetto. Ti volevano bene, tanto, ma anche i loro ricordi sono diventati tristi e amareggiati come i tuoi.
Il tempo li ha resi persone più forti, li ha sparpagliati lontano dal paese e gli ha concesso una vita migliore, un lavoro, una famiglia. E tu, lo so, eri felice per loro, anche se avresti voluto ancora di più per i tuoi figli adorati.
Non so dire fino a che punto, col tempo, vi siete avvicinati; ti prendevi cura di noi nipoti, ci ospitavi sempre come fosse casa nostra, e loro si sono presi cura di te fino alla fine, quando sei diventata vecchia e malata. Ti hanno amato tanto e, sono certa anche di questo, non te l'hanno mai detto...o forse qualcuno, solo, in quella stanza in cui ti andavi spegnendo piano, incapace di parlare, te l'avrà sussurrato all'orecchio? Non lo so. So che l'ho fatto io, di nascosto, trovando un momento in mezzo a quel viavai di persone care e meno care che si avvicendavano davanti al tuo letto.
Mi manchi. So quanto mi volevi bene, mi azzardo persino a pensare di essere stata la tua preferita, perché avrei voluto fosse così. Scriverò ancora di te, lo so. Sei la mia nonna triste, la mia nonna buona con l'anima nera. Sei una parte di me e io ti somiglio un po', anche se, come mi hai sempre insegnato, mi sono fatta rispettare nella vita, lo faccio sempre!

Noia, noia, ma che sarà mai...


Proprio non ho mai capito tutta quella gente a lamentarsi per il NIENTE da fare, per il NIENTE in corso, per la calma piatta...
Non esiste il niente in corso, qualcosa si starà pur sempre facendo, fosse pure dormire!
E magari fosse dormire!
Quanto vorrei davvero dormire, niente sveglia, nessuno spiraglio di luce alla finestra, nessun telefono, nessun campanello, nessun impegno a richiedere il risveglio.
Dormire, sognare, dormire, rigirarsi nel letto, pensare, dormire, fino a risvegliarsi intorpiditi e finalmente desiderosi del giorno (o della notte, che poi dipende...) e del fare o non fare. Una non stop di riposo che rasenti la noia ma che noia non sarà mai.
Ho amato e amo troppo per potermi annoiare, persone, cose, attività e inattività, troppe cose interessanti da fare o da pensare per potermi buttare giù fino a pensare di essere davvero annoiata.
Chi si annoia non vive davvero, credo. Se solo potessi sdraiarmi sul divano, un bel libro tra le mani, il silenzio, e poi perdermi fino a scordare che mi trovo nella mia casa comoda e calda. Magari anche rovinando il tutto con la TV accesa e una raffica di puntate delle mie serie preferite, con l'attenzione divisa in due, magari anche in tre, ma con quella soddisfazione che nasce dall'avere la certezza di fare quel che si vuole in quel momento, qualcosa di apparentemente inutile, sterile, ma che regala il piacere pigro del non dover fare, che è poi la scelta del non fare.
E questa sensazione dolcissima qualcuno la chiama NOIA.
Mai, mai sarà noioso stare con me e con la mia mente e con la voglia di viaggiare, che anche se non sono viaggi reali arricchiscono e regalano piacere allo stesso modo. Ci sarà tempo per viaggiare nel mondo, ora voglio viaggiare in me e godermi il mio rifugio. Vorrei...
Perché quella che casa che era un nido tranquillo o un ritrovo libero e chiassoso, ora è territorio occupato, campo da gioco per un bambino estremamente vivace e un padre che oscilla tra l'essere il suo compagno di follie o il mio compagno di stanchezza.
Per qualcuno saranno pensieri abominevoli ma è davvero dura vedere la propria vita cambiare così, entrare quasi in stallo, riempirsi di amore, ansie, infinito stress, come accade, credo, in tutte le famiglie con l'arrivo del tanto desiderato figlio.
Ho sempre pensato che fosse bello crescere, andare avanti nella vita, senza paura di invecchiare, vivere con curiosità ogni fase e, per fortuna, con soddisfazione.
Vale la pena soffrire, stancarsi, arrabbiarsi, amare, giocare, vale sempre la pena per una vita che regala mille piaceri. Ma, per quanto mi ci fossi preparata, per quanto abbia in effetti rinviato quel momento sperando di raggiungere la saturazione della mia voglia di essere solo me e di abbuffarmi della mia libertà, quando lui è arrivato ho capito subito che era comunque troppo presto.
Forse non è mai il momento giusto per diventare genitori e non potersi sentire più solo figli, ancora ragazzi, ancora a credito di carezze e coccole. Forse in qualunque momento diventare genitori significa rinunciare a qualcosa di importante, per qualcosa di altrettanto importante, certo, ma che ha un prezzo enorme!
Sono passati quasi 5 anni da allora e ancora aspetto di ritrovare il mio spazio, stupidamente, perché il nido non è più solo mio, il nido è stretto, a tratti soffocante, così tanto che mi viene da urlare. Ma poi non urlo, non sta bene, potrei sembrare più pazza di quel che sono, potrei allarmare i vicini, potrei spaventare il mio bambino e persino il mio compagno paziente. Bè, in realtà un po' urlo ma quello che avrei voglia di buttar fuori è un urlo disperato e forte, così forte da far tremare i muri, da togliermi il respiro, da farmi piangere! Sarebbe un BASTA infinito, una richiesta di aiuto, un ribadire che ci sono ancora IO, ancora IO prima di tutto!
Ma è così? Io prima di tutto?
Credo di no, so che non è più così, io ho scelto che non fosse così. Quando ami un uomo pensi davvero di aver messo lui sopra ogni cosa, di avergli ceduto il primo posto; che bugia, amando lui amavo anche me, amando lui davo spazio a me, amando lui ero ME. Lui non mi ha mai rubato né aria, né spazio, né la pura sensazione di essere libera. Lui è sempre stato la mia libertà e la mia solidità.
Un figlio è qualcosa di completamente nuovo e inimmaginabile, un figlio ti prende tutto, ti occupa fino all'ultima cellula, ti riempie e, come sta succedendo a me, ti fa traboccare. Un figlio è una persona nuova alla quale dai e darai tutto, alla quale non potrai chiedere mai ma sentirai sempre di voler dare.
Il fatto di volere che sia così non rende però la cosa meno pesante e pressante. Non rende la cosa meno dolorosa e soffocante. I suoi sorrisi, contrariamente a quanto qualche genitore racconta, non possono ripagare di tutto, non possono farmi smettere di desiderare di essere ME e solo ME, di vivere per ME.
Non si torna indietro e neanche vorrei, ma sarebbe ipocrita dire che non rimpiango la mia vita, la nostra vita in due, perché invece mi manca...e tanto per tornare in tema, mi manca la NOIA, quella che per me non è mai stata noia, che era solo piacere di vivere, di esistere, di mangiare, bere, dormire, fare l'amore, leggere, viaggiare, bere e bere ancora fino ad ubriacarsi!
Non esiste la noia, voglio la NOIA! Posso avere mio figlio e anche la noia?

Neuroni impazziti ai tempi del corona virus

Che dire, sto per perdere la bussola, come tutti. Convivenza continua, incessante e forzata con marito e figlio, mentre la nostalgia di un ...